Funny Games di Noyz Narcos – la recensione di Rebel
Finalmente Noyz! Questo è il disco che sarebbe dovuto uscire dopo Enemy e cancellare quella robaccia di Virus. Questo è il Noyz che mi piace, quello che non ne sbaglia una, che ti prende e ti butta nel suo immaginario, nei suoi pensieri, nelle sue barre, ti stravolge e ti arriva come un pugno nello stomaco. Il disco è un gran bel disco, sia per produzioni, che scelta degli ospiti, che contenuti e modo di raccontare. Noyz è davvero unico e quando pubblica un progetto come questo, ha un peso specifico che batte tutti.
Il riferimento, già dal titolo, è ovviamente a “Funny games”, il film del 1997 scritto e diretto da Michael Haneke. Nel film, la violenza è sbattuta in faccia allo spettatore, ma allo stesso tempo viene sottratta allo sguardo: nei momenti più crudeli, la macchina da presa si allontana, non mostra l’azione. Così, come fa Noyz. La violenza ci circonda, è costantemente intorno a noi. In strada, nelle case, basta accendere la tv per renderci conto che viviamo in un mondo crudele, crudo, violento. E Noyz lo sa e ce lo sbatte in faccia. Il suo racconto e il suo linguaggio sono volutamente crudi, diretti. Non ci racconta la favoletta. Ci porta nel suo mondo, nel nostro mondo, in quello in cui viviamo, ma facciamo finta di non vedere, e ci dice è così. Non voltarti dall’altra parte. È così.
E lo fa dimostrandoci che si può fare rap, anche oggi, ancora oggi, senza cadere nel pop. Senza voler per forza cercare la hit a tutti i costi, senza quei ritornelli da TikTok subumani. Ma semplicemente con le rime, i racconti, lo stile, il flow e l’unicità. Perché, diciamoci la verità, se uno come Noyz, che indubbiamente rappresenta Roma più di chiunque altro, è ancora qui dopo tutti questi anni, un motivo c’è. E non è culo. È che la sua voce e il suo immaginario sono unici. È che quando metti play a un disco del Noyz, sai cosa ci troverai dentro, sai benissimo dove ti porterà, sai che ti prenderà e ti stravolgerà come se avessi fatto un giro nel cestello della lavatrice. Lui ha una costante che è sempre rimasta intatta in tutti questi anni, ma al tempo stesso ha saputo evolversi, stare al passo, ma senza stravolgersi o cambiare. Lui è quello che veste Umbro non Gucci e già questo la dice lunga, perché non è solo un fatto di stile, di moda, è una questione di attitudine.