Dopo l’uscita di Non pago affitto, la Digos è andata a casa di Bello Figo

Era ottobre 2016, un anno già molto particolare per il rap italiano, quando a un certo punto arriva Bello Figo con Non pago affitto. Una canzone ironica, estremamente lol, ma che ha scatenato un putiferio. Polemiche su polemiche, meme, dibattiti televisivi nei confronti di Bello Figo e della situazione degli immigrati. Non pago affitto è diventato un caso mediatico e politico. 

Lui viene invitato su Rete 4 da Maurizio Belpietro alla trasmissione “Dalla vostra parte”.  Belpietro gli chiede “Signor Bello Figo, perché fa canzoni provocatorie sulle cose che danno fastidio agli italiani?”. E lui risponde: “I miei fratelli sono esseri umani che hanno bisogno di wi-fi, cibo buono e ragazze”. Alessandra Mussolini urla che dovrebbe essere cacciato “a calci” perché fa soldi sulle sofferenze degli italiani, un altro ospite lo accusa di incitare allo stupro e al femminicidio, una parlamentare del Pd dice che è uno strafottente, Bello Figo diventa oggetto delle invettive dei cittadini calabresi e dei sindaci veneti in collegamento, c’è persino un mediatore culturale africano che lo accusa di sfruttare le sofferenze degli immigrati: “Sono d’accordo con Mussolini – urla – uno così deve essere preso a calci in culo!”. La risposta di Bello Figo a questa lapidazione è il “dab”. 

A distanza di anni, Bello Figo ha parlato della canzone, di come è nata e di quello che è successo dopo in una recente intervista a One More Time Podcast di Luca Casadei, dove racconta:Vivevo in casa con i miei, mi pagavano l’affitto, quindi effettivamente non pagavo l’affitto. Inizialmente non parlava di politica, c’è stato questo fatto degli immigrati che si sono scontrati con gli italiani e ho provato a parlarne in questa canzone, a me sembrava simpatica. Quando è uscita vengo invitato a fare un’intervista in televisione. La mia figura lì era il profugo, quello della canzone, che loro dovevano giudicare anche se non era vero. ‘Vergogna, per colpa tua… sei un profugo’, io ridevo perché non ero un profugo, torno a casa vedo 1000 meme, il tizio che mi ha chiamato per quella trasmissione mi ha chiamato ancora ‘oh quando la rifacciamo?’ io dico di no, perché dopo quella telefonata i media continuano ancora a utilizzare quello show, lì mi sono sentito usato”.

E aggiunge: “Mai avrei pensato che una canzone fatta in cameretta mia potesse arrivare così in là. Tu immagina un ragazzo africano che non parla neanche bene l’italiano, quindi mai l’avrei pensato. Quindi anche per me la situazione stava un po’ sfuggendo. I miei amici mi dicevano ‘ma cancellala, la canzone è il nostro problema, non ci fanno neanche fare concerti, andiamo in giro e la gente ci guarda male’, si vergognavano anche di me. Se entravo in un bar ero visto come quello che insulta gli italiani. La gestivo con un po’ di sorrisi, un po’ mi dispiaceva, soffrivo perché non era mia intenzione creare una discussione nazionale. La Digos mi è venuta in casa ‘abbiamo visto delle minacce alle tue serate, ma qualcuno in giro ti è mai venuto a picchiare?’ rispondevo ‘no no per ora la situazione è tranquilla’, mi chiudevo in casa, continuavo a cantare”.

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