Flop è davvero il disco peggiore di Salmo?

Flop è davvero il disco peggiore di Salmo?

Flop il mio disco peggiore fuori il 1 ottobre”. Con queste parole e senza grandi giri di parole né giochetti acchiappa hype sui social, Salmo ha annunciato l’uscita di Flop. Forse ha deciso di tenere un profilo basso dopo la polemicona sul suo concerto ad Olbia, o forse il profilo basso lo ha tenuto solo apparentemente e solo sui social, perché le installazioni in giro per Milano e soprattutto in stazione Centrale sono state delle mosse di marketing in grande stile e tutt’altro che low profile. Salmo torna con un disco dal titolo apparentemente paraculo, Flop, come se Salmo potesse anche se solo pensare di poter floppare, ma dai? Ma Flop parla anche e soprattutto di questo: di floppare, cadere, fallire. La paura di perdere tutto, la fama, il successo, i numeri in un mondo dove i numeri sono tutto. E alla fine lo sono anche per lui, ma il punto è proprio questo: la ricerca e il voler arrivare a tutti i costi a determinati risultati, la paura di fallire e di arrivare alla vetta e dire “è tutto qui?” Come quando Matt Damon ha vinto il suo primo Oscar a 25 anni, un momento che credeva essere un enorme traguardo, ma quando ha preso la statuetta tra le mani si è detto “è tutto qui?” Della serie ho fatto tutta questa fatica e ho aspettato tanto solo per questo?

Ecco, forse è proprio questo il flop di Salmo, intriso di una critica sulla musica di oggi, di riflessioni amare, sia sul materialismo sia sulla ricerca del successo a tutti i costi, successo che si basa solo sui numeri e lo dice chiaramente in una delle frasi più iconiche del disco “a nessuno frega più un cazzo della musica. Siamo diventati il sottofondo di un podcast, un balletto per TikTok”.

Ed è tristemente vero. La musica è diventata veramente usa e getta e l’impressione è che abbia una scadenza come il latte e un artista cosa deve fare? Dare al pubblico il fast food che vuole? Perché se dai di più non vieni capito, dicono che hai floppato.

Ma Salmo ha floppato? Su Instagram il pubblico si divide tra chi ha adorato Flop e chi ne è rimasto deluso, ma Salmo se ne frega, o apparentemente lo fa. Fa un disco di 17 tracce. 17. Non sono poche 17 tracce, soprattutto vista l’attenzione mediatica dell’ascoltatore medio e ci butta dentro tutte le sue influenze e sfaccettature: il rock, il rap, la celebrazione del rap, un po’ di fancazzismo e un po’ di riflessioni più intime. Consapevole che alla fine il pubblico non capirà appieno, che oggi è tutta una questione di marketing “dovessi crepare domani, direbbero tutta strategia di marketing” dice in Mi sento bene, un po’ come quando Fibra diceva “se muoio diranno ora butta il disco fuori”.

Nel disco Salmo ci parla anche del Covid e della pandemia che ha fermato e cambiato le nostre vite da un anno e mezzo a questa parte, lui dice “ci mandano di fuori ma hanno detto non uscite. Se non senti più i sapori puoi leccarti le ferite”, ma su questo argomento il disco trasuda di inquietudine, destabilizzazione e turbamento, sentimenti che più o meno tutti e più o meno intensamente abbiamo vissuto in questo lungo periodo.

E della nuova scuola “ti giuro, non capisco questi ragazzini ricchi con la smania per le armi mentre sparano a salve. Immagino fucili tra le mani dei tuoi figli, quando parte un colpo in canna dritto sulle tue palle”. E omaggia i grandi del rap italiano, da Neffa “è il ritorno del Salmone sulla traccia / Il tipico stile del tipitichititichitibum”, dice citando In Linea; a Bassi Maestro “rappo così classico che, fra’, mi chiama Bassi / E dice che ‘sta merda è così classic”, come il titolo del noto disco di Bassi Maestro, Classico, a Joe Cassano in Flop con tanto di frecciatina a Diodato “se penso al peggio che ho dato mi viene in mente Diodato”.

Grandi omaggi ad alcuni grandi artisti che hanno fatto la storia del rap italiano, ma anche a chi ha fatto la storia della musica italiana, come Battisti e Mogol. In Mi sento bene, infatti, Salmo cita “La collina dei ciliegi” di Battisti-Mogol e dice “volo sopra i boschi con le braccia tese”.

Flop è un disco complesso ma al tempo stesso leggero, dove Salmo mette dentro tutto quello che gli piace fare e che gli va di dire, un po’ come una sorta di diario, ma il suo limite è molto simile a quello di Playlist e resta quello di aver fatto una raccolta di canzoni e non un disco con un concept e uno sviluppo ben precisi. C’è un po’ di tutto, un po’ di Salmo vecchio stile, un po’ di nuovo, un po’ riflessivo e intimista, un po’ accontenta i fan di vecchia data, un po’ i nuovi, ma manca l’impronta di Salmo, manca quel “Machete flow” di cui parlava in Russel Crowe e quella sua marcata linea stilistica che fino a Hellvisback, anche ascoltando una sola nota, ti faceva dire questo è Salmo.

Sicuramente Flop non sarà un flop e non potrebbe esserlo neanche volendo, perché di ingredienti ce ne sono tanti e anche buoni, non è il disco peggiore di Salmo, ma neanche il suo disco migliore. È un insieme delle tante sfaccettature di Salmo, senza che una predomini sull’altra e dentro c’è solo metà del potenziale del rapper sardo, che sicuramente poteva fare di più, spingere di più, avere più coraggio di abbracciare un suono piuttosto che un altro e portare una nuova wave. Al contrario si è limitato a metterci dentro un po’ di tutto, accontentando tutti senza esporsi più di tanto e anche se i numeri gli daranno ragione, è davvero questo che vogliamo da uno dei pesi massimi del rap italiano? Se non sono gli artisti affermati a cambiare le regole e a portare innovazione e nuovi suoni, chi dovrebbe farlo? I giovani? Sembra che da noi funzioni proprio così: i big si adagiano e fanno dischi macedonia, poi arriva uno nuovo che esplode portando qualcosa di innovativo e fresco e tutti gli vanno dietro a ruota dicendo “ma io lo facevo già 10 anni fa”. Manca il coraggio. Manca la voglia di spaccare dimostrando di essere artisti nel vero senso della parola.

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