Cosa abbiamo imparato di The Notorious B.I.G. nel documentario Biggie I got a story to tell?

Cosa abbiamo imparato di The Notorious B.I.G. nel documentario Biggie I got a story to tell?

Il documentario Biggie, I got a story to tell, uscito ieri su Netflix, ci mostra forse il lato più umano di quel ragazzo di Brooklyn che è diventato una leggenda mondiale.
Un bambino, figlio di un’insegnante, cresciuto in un quartiere non facilissimo, ma in mezzo alla musica. Fin da piccolo sono le origini giamaicane delle madre e lo zio musicista a introdurlo alla musica, al suono, al ritmo. Un ritmo che aveva nel sangue e che negli anni ha coltivato grazie all’amicizia con un jazzista.
Biggie, però, voleva fare soldi. E così, dopo aver provato a fare rap, ha capito che lo spaccio era la strada migliore per diventare ricco. Voleva essere un boss. Non sapeva che lo sarebbe diventato, ma nella musica.
Si dedica allo spaccio con gli amici di sempre, poi torna al rap, incide qualche demo che finisce a Puff Daddy. Pubblica così Ready To Die, un disco che racchiude tutte le sue influenze musicali, la sua rabbia, lo stress provato nel vendere droga, la voglia di rivalsa. Un disco che ad oggi è immortale e che ha posto le basi per i rapper venuti dopo.
Ma Biggie continuava a tenere il piede in due scarpe. Non aveva lasciato lo spaccio, perché se con la musica non fosse andata bene, avrebbe avuto un’ancora di salvezza per fare soldi.
The Notorious B.I.G. stava diventando il re di New York e finalmente l’attenzione era di nuovo sulla East Coast, laddove l’hip hop è nato.
Siamo nel 1995 quando esce Cospiracy dei Junior M.A.F.I.A. e Biggie ha una sola cosa in testa: vuole che tutti i membri della sua crew splendano e diano il meglio di sé. Iniziano ad arrivare premi e riconoscimenti, ma inizia anche la faida con la West Coast e con Tupac, che lo accusa di essere il mandante della sparatoria in cui è rimasto ferito.
Tra i ricordi degli amici di infanzia di The Notorious B.I.G., le immagini riprese da una telecamera da D-Roc, perché lui voleva che ogni suo momento fosse registrato, le sue interviste e le parole delle madre, emerge Christopher Wallas, il lato umano dietro la leggenda. Un figlio che si preoccupava per la madre e che le diceva “ma, non devi ascoltare la mia musica“, che era preoccupato quando lei ha avuto un tumore al seno e sapeva i sacrifici che faceva per lui. “Tu fai l’insegnante e sei felice, vuoi che io sia felice ma?” Le ha chiesto. “Per essere felice devo fare musica“. Finalmente Christopher aveva capito che non poteva sottrarsi dalla musica. Ma era anche un amico che voleva il meglio per i suoi amici, un padre che voleva dare tutto alla figlia, un ragazzo che aveva la musica nel sangue, ma che, come spesso accade a molti ragazzi cresciuti in quartieri difficili, sceglie la via più semplice per fare soldi.
Nel frattempo la fama e il successo diventano parte integrante della sua vita, non c’è più solo strada, droga e spaccio nelle sue canzoni, ma resta il flow, la voce, il ritmo, la presenza di Notorious che era impossibile ignorare, e la bontà di un ragazzone che ha dato tantissimo al rap senza neanche saperlo.

Nel 1997, dopo la morte di Tupac e a pochi giorni dall’uscita di Life After Death.. Till Death, Notorious va a Los Angeles, sua madre gli dice “stai attento là“, la sua auto viene colpita da numerosi proiettili, Biggie non sopravvive.
Da re di New York era già diventato una leggenda mondiale.

Scorrono le immagini del funerale di Biggie, che è una grande festa tra le strade di New York.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: