Back in the days: Fino a qui tutto bene, Marracash

Back in the days: Fino a qui tutto bene, Marracash

«Questa è la storia di un uomo che cade da un palazzo di cinquanta piani. Mano a mano che cadendo passa da un piano all’altro, il tizio, per farsi coraggio, si ripete: “Fino a qui tutto bene. Fino a qui tutto bene. Fino a qui tutto bene.” Il problema non è la caduta, ma l’atterraggio.» Dice la voce narrante di Hubert, nella scena iniziale del film L’odio del 1995, da cui prende il titolo Fino a qui tutto bene, il secondo album in sudio di Marracash, uscito il 13 luglio del 2010.

 

 

 

 

Marracash in cima al palazzo ci è salito nel 2008, quando grazie all’album omonimo è riuscito a portare sonorità underground all’attenzione di un pubblico mainstream e a svoltare per sempre la sua carriera artistica. Ma quando si è in alto è inevitabile scendere prima o poi, lui si lancia in caduta libera e mentre precipita continua a ripetersi Fino a qui tutto bene. Quello che forse non sapeva o non poteva prevedere era che dieci anni dopo sarebbe stato ancora in cima. Cadute ne ha avute, come tutti del resto, ma per il suo pubblico e per gran parte della scena è ancora lì in cima a quell’edificio di 50 piani a ripetersi Fino a qui tutto bene, fino a qui alla grande.

 

 

 

 

Forse è stato il disco più sottovalutato di Marracash, basti pensare che ci ha messo anni a raggiungere il disco d’oro, ma competere con una pietra miliare come Marracash (il suo album di debutto) non era facile. Siamo comunque davanti a un disco dal suono sperimentale. Un album realizzato con la produzione di Don Joe e Deleterio, ai quali si sono aggiunti per l’occasione due nomi simbolo della scena electro italiana come Bloody Beetroots e Crookers. I brani risultano infatti influenzati dall’elettronica, pur mantenendo il linguaggio tagliente che ha caratterizzato il successo di Marracash. È sicuramente uno dei dischi più studiati di Marra, a partire dal concept, fino ad arrivare alla tracklist, un album che può essere definito socio-politico e che in un certo senso si divide a metà. Nelle prime tracce, da I ragazzi dello zoo del Berlin, a *Roie, Marra è ancora in cima al grattacielo, racconta della sua crew, “Tutti brutti, tutti grassi, tutti pazzi, tutti fatti, tutti cazzi e tutti tatuati“, del suo rapporto con le donne che emerge chiaramente in Mixare è bello. E fino a qui tutto bene. Con Roie Marracash prosegue sulla tematica donne, ma anziché decantare i pregi del poter passare con scioltezza da una ragazza all’altra, osserva l’altra faccia della medaglia.

 

 

 

 

E ancora una volta fino a qui tutto bene.
Poi pian piano i toni si fanno più seri e si inizia a scivolare, o meglio a precipitare, verso il punto di non ritorno, ovvero la caduta, ma la parte più interessante è sempre il viaggio. L’impatto con il suolo si ha nell’ultima traccia, La parola che nessuno riesce a dire.

Nel mezzo abbiamo la rivincita, il riscatto sociale, gli amici, le donne, la stupidità, il web con le sue Parole chiave, e un Paese che sta precipitando, mentre tutti testano a guardare senza muovere un dito e finiscono per precipitare insieme a lui, ma continuano a ripetersi Fino a qui tutto bene.

 

 

 

 

Marra fotografa se stesso, e quello che c’è intorno a lui e quello che stupisce, ascoltando questo disco 10 anni dopo, è che alcune delle sue fotografie sono fottutamente attuali.

Il lotto dice parliamoci chiaro: o noi o il Miracolo
Hanno ragione, qualcuno ha colto il lato Tragico
Sempre più hanno ansia, nevrosi, attacchi di Panico
Ogni anno la paura uccide più che il Kalashnikov,
Grande capo, scandalo, t’hanno coperto di fango,
Ma t’han reso bello agli occhi di chi sta votando,
Perché il fango in sto paese fa bene come una spa”.

 

Non è forse così anche oggi?

Fino a qui tutto bene potrebbe essere stato sottovalutato quando è uscito, ma la capacità di Marra è stata quella di creare un altro disco immortale e senza tempo.

 

All’uscita del disco, nel 2010, c’è chi scriveva: “Due anni dopo, Fabio ci riprova, e la caparezziana verità supposta Il secondo album è sempre il più difficile nella carriera di un artista rivela ancora una volta tutto il suo valore in un album che si fa notare solo per il peggiore artwork della storia della musica. Il fallimento epico del rapper siciliano parte dal titolo, che tutto sommato farebbe anche ben sperare: Fino a qui tutto bene sa di album impegnato, citazionistico, dato che, come dichiarato dallo stesso artista, vuole essere un concept basato sul leggendario film L’odio, made in Kassovitz. Manco a dirlo, una premessa tanto impegnativa finisce solo per schiacciare il disco sotto il suo stesso peso, vittima di troppa ambizione. Cosa si salva del lavoro di Marracash, quindi? A dirla tutta ben poco. Il talento per le liriche del giovane siciliano c’è ancora tutto, ma è offuscato da una fitta nube fatta di celebrità, potere, eccessiva autostima. Rivendicando la paternità di una realtà mondana che avrebbe fatto meglio a non appartenergli, Fabio riesce solo a produrre un disco fastidioso, esagerato, una macchietta. Chi in Marracash vedeva il riscatto della strada non può fare altro che abbandonarlo e pensare a musica vera, chi invece si aspettava pezzi da ballare in discoteca sui beat di un Deleterio irriconoscibile fa i salti di gioia. In sostanza, un mucchio di vuoto che la sufficienza non la vede manco dall’osservatorio di Greenwich“. [Fonte: linkinpark.it.]

 

Insomma, un disco da 4 che evidentemente non è stato capito, perché è arrivato in un modo talmente sperimentale e diverso dal precedente che ha lasciato a bocca aperta. Eppure, col senno di poi, siamo ancora qui ad ascoltarlo, a rimpiangerlo, a custodirlo gelosamente. Perché Marra era avanti. Ha fatto forse dei passi falsi, come chiamare Giusy Ferreri per il featuring, ma Fino a qui tutto bene resta un disco con un concept solido e tracce dove Marra racconta, denuncia, critica e fotografa l’essere umano, la politica e la società, che dieci anni dopo è ancora uguale, quasi catatonica, per citare un altro suo brano.

 

 

Qual è il problema di Fino a qui tutto bene? Che dura poco e che per la sua durata non facciamo altro che cadere e constatare, traccia dopo traccia, che fino ad ora è andato tutto bene. Ma a un certo punto bisogna iniziare a preoccuparsi di come sarà l’atterraggio.

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