La città raccontata da Mondo Marcio

La città raccontata da Mondo Marcio

Città del fumo, Gotham, la Città Fantasma o Milano, i nomi si sprecano, ma l’emozione è la stessa: abbastanza luci e fumo da farti girare la testa e quella voglia di vincere che non ti fa dormire. Per chi è cresciuto tra le luci delle macchine di notte, i neon accecanti e le urla di chi non dorme mai, la città e i suoi marciapiedi sono come una seconda casa. Ma per chi è cresciuto in provincia con un sogno e una testa dura, la metropoli è sempre stata una meta quasi inarrivabile, come quella ragazzina a scuola che ti piaceva ma che non ricambiava mai il tuo sguardo. Chi abita fuori lo sa, a volte ti senti imbucato a una festa alla quale non sei stato invitato, o almeno così mi sono sentito io: i ragazzi del centro non volevano mischiarsi coi margini. Crescendo sia in città’ che in provincia ho avuto la sfortuna (o la fortuna, a ripensarci) di essere sempre rimasto fuori dal club dei “cool kids”, e so cosa vuol dire sentirsi marinai nella tempesta, specialmente quando non hai ancora nemmeno l’età per potere guidare. Per chi non ha avuto una famiglia tradizionale: la città ci ha fatto da incubatrice, e poi ci ha cresciuto. A volte a sberle e a calci nel culo, come le mie prime battaglie di freestyle o i primi incontri sbagliati, ma comunque ci ha dato una spina dorsale che ci avrebbe fatto camminare a testa alta per il resto dei nostri giorni. Ho dedicato così tante canzoni alla Città che ormai è come una vecchia amica che non riesco a salutare, e forse non lo farò mai, ma se dovessi sceglierne una sarebbe sicuramente una canzone d’amore. Perchè se è vero che i ragazzi cresciuti nella tempesta, quelli che non facevano entrare alle feste cool della milano-bene, da marinai adesso sono diventati ammiragli sulle onde del loro destino, beh adesso loro alle feste cool non ci vogliono neanche più andare, ma anche con tutte le conquiste del mondo rimarranno sempre sposati con il mare“.

 

 

Mondo Marcio ha spesso messo la città al centro della sua lirica e il video che ha appena pubblicato dimostra quanto la loro sia una profonda storia d’amore.

La mia mente è tornata a quel pomeriggio di fine luglio quando, a bordo della sua macchina, ho viaggiato tra i luoghi più cari a Gian Marco e tra i ricordi di una carriera che l’hanno portato ad essere l’artista che è oggi.

“Abito tra Niguarda e Bicocca”, inizia a raccontarmi Gian Marco, “vivo qua da un bel po’ di anni e questa zona è quella che bazzico da un po’, da quando sono ritornato a Milano. I miei si sono separati che avevo 8 anni, ci sono stati un po’ di anni di situazioni varie col comune, affidamenti congiunti, quando poi sono andato a vivere con mia madre, sono andato ad abitare a Melegnano che si trova a Milano sud e sono stato lì per circa 5 anni. Poi sono tornato a vivere a Milano, all’altezza di Piazzale Bacone e lì sono stato altri 4 anni circa e infine ho comprato casa in questa zona, sono qui ormai da circa 10 anni e poi chi vivrà vedrà. Adesso stiamo andando dove ho avuto lo studio per 4 anni, che comunque è una zona importante perché io passo molto tempo in studio e quindi giro quasi più in quelle zone che in quelle dove vivo. Ho avuto lo studio per diversi anni ad Affori Bruzzano, solo che in 3 anni hanno ammazzato due persone e allora ci siamo fatti due conti e abbiamo detto c’è una media di 0.75 morti all’anno, spostiamoci. No, scherzo, non è stato per questo, più che altro serviva più spazio perché io adesso sto suonando anche con la band e quindi serviva uno spazio per far le prove e ne ho preso uno di 2/300 mq subito fuori Milano, quindi adesso ho lì lo studio. Però ho avuto per diversi anni lo studio ad Affori, dove stiamo andando adesso, e qua è sempre zona mia in qualche modo”.

Quanto ha influenzato la zona, il quartiere, le tue canzoni?

“Tanto, perché comunque gli artisti, in generale, sono un po’ delle spugne, nel senso che assorbono tutto quello che li circonda in un modo o nell’altro. Dalle facce che vedo, dai dialoghi che sento la mattina quando vado a far colazione, a comprare i sigari, o dai dialoghi della gente che incontro per strada, assorbo un po’ della loro energia e delle loro storie”.

Nelle tue canzoni però c’è tanto di te, oltre alle storie degli altri

“Sì nelle mie canzoni c’è tanto di me, le mie canzoni sono pesantemente autobiografiche e sono tanto orgoglioso di questa cosa, senza menarmela, perché non c’è un cazzo di cui menarsela, però sono contento che la mia musica sia così, è un po’ una specie di documentario”.

“Ecco vedi, qua era lo studio”, dice indicandomi un portone, “e qua hanno sparato all’altro tipo, proprio di fronte. Questa, invece, è la quadrata, una piccola piazza nella quale i ragazzini si ritrovano a farsi le canne e a fare tutti i giri. Questo è stato il mio playground per un po’ di anni, anche se io venivo qua a fare musica, non a fare altro, però sai questo era quello che c’era intorno.

Il periodo in cui ho viaggiato di più e penso sia una cosa che mi è rimasta anche nel carattere, il bisogno di stare costantemente in movimento, nel bene e nel male, è iniziato a 9 anni perché, come ti dicevo, purtroppo ho avuto la sfortuna di avere l’affidamento al Comune, che significa che quando i tuoi non si mettono d’accordo, come purtroppo è stato nel mio caso, non sei affidato a nessuno dei due, tolgono la patria potestà ai tuoi e ti affidano al Comune. Quindi, morale della favola, ogni giorno ero in macchina da una casa all’altra, quindi lì, secondo me, mi è nato un po’ questo bisogno di spostarmi. Uscivo da scuola e andavo fuori Milano, poi tornavo a Milano, eccetera, eccetera, così per 3 anni, poi sono andato fuori Milano definitivamente. Però penso che lì mi sia venuta questa abitudine a stare un po’ in questo moto perpetuo, che però mi ha aiutato, perché sai, il fatto di girare sempre, di non avere quel tuo domicilio permanente, comunque ti tiene la testa in movimento e quindi devo dire che anche questa cosa potenzialmente negativa, l’ho fatta diventare positiva”.

Tu ti senti ancora “solo un uomo”?

“Beh, tutti ci sentiamo solo un uomo, o solo una donna. Il fatto di dire e di scrivere mi sento solo anche in mezzo alla gente può suonare con un’accezione negativa, in realtà non lo è. E’ semplicemente un modo di dire all’ascoltatore ‘vieni ti sto portando in quel posto, nel posto dove ti trovi quando sei per i cazzi tuoi, vieni con me, ti sto portando in quel posto lì’. Quindi siamo sempre lì, in un modo o nell’altro, magari quando ti stai divertendo tanto, non te ne accorgi, quando hai tanto da fare, però sei sempre lì, quando ti guardi allo specchio, sei sempre tu. Quella barra, di essere solo un uomo, significa alla fine ti confronti con te stesso, sei tu il tuo più grande avversario e questo non se ne va mai”.

E tu che avversario sei di te stesso?

“Pessimo, sono incredibilmente competitivo. Sono un pessimo avversario, nel senso che è molto dura confrontarmi con me stesso. Forse se mi accontentassi un pochino di più, avrei la vita più facile, però sai, è più divertente così, mettersi alla prova”.

Quello con Mondo Marcio è stato un viaggio vero e proprio. Un viaggio, non solo nelle zone nelle quali è cresciuto, ma anche un viaggio nella vita di Gian Marco, un viaggio nel percorso di un artista, nella storia del rap, nell’importanza di questo genere musicale. Un viaggio, che solo un artista con la A maiuscola poteva farmi fare, non solo ascoltando negli anni la sua musica, ma anche ascoltando le sue parole in quell’afosissimo sabato pomeriggio di fine luglio, seduta sul sedile della sua auto.

Lasciate che ogni uomo dia la sua versione della verità e poi affidate il caso a Dio

questa è una delle frasi che mi ha detto Mondo Marcio, che maggiormente mi hanno fatta riflettere e credo non ci sia altro da aggiungere.

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