Guè si nasce, non si diventa

Guè si nasce, non si diventa

Arrogante, egocentrico, ricco, tamarro, decisamente sopra le righe, con quelle rime dure, nude e crude che descrivono la realtà così com’è, senza fare finti perbenismi, senza indorare la pillola. Guè Pequeno è quello che non le manda a dire, quello che se deve dirti qualcosa, lo fa, senza mezze misure. Leggendo il suo libro ‘Guerriero, storie di sofisticata ignoranza’ si entra nella vita di Guè, è un flusso di parole, pensieri, ricordi, emozioni, estratti di vita vissuta che il Guercio ha messo insieme. Non è una biografia, sono stralci di vita, come se fossero pagine di un diario, non c’è un filo conduttore temporale, ma tanti momenti che i più attenti hanno già letto e vissuto nelle sue rime. Ne esce fuori la persona che c’è dietro il personaggio Guè Pequeno, il suo passato, i suoi viaggi, il suo essere costantemente proiettato nel futuro o nel passato, mai nel presente, l’ansia di fare sempre di più, la Milano ai tempi del liceo, il Muretto, gli amici e i colleghi, le donne, l’ossessione per i gioielli e gli orologi, la droga, il padre e la madre e la musica, quella passione che ha dato il via a tutto e che è ancora il motore di tutto. Lui è quello che ha sempre vissuto con una gamba nei bassi fondi e l’altra nella Milano bene, che sa unire i due mondi e sa rappresentarli perfettamente.

“Quando ho iniziato a fare hip hop l’artista era un ologramma, lo accendevano ogni tre anni, e tanti mi dicevano fermati un attimo, perchè non capivano che il flusso produttivo e la gioia di fare musica non potevano essere fermate, come anche una sorta di ansia che mi accompagna sempre fin da quando sono bambino. Non mi sono mai radicato nel presente, non riesco mai a rilassarmi perchè sono uno stakanovista e sto già pensando al dopo. Non vivo mai il momento: o penso al passato con rimpianto o immagino ossessivamente il futuro.

Per il tenore di vita che ho devo sempre lavorare, e anche con la musica sono proiettato nel futuro. Mi piacerebbe fare il figo come alcuni che dicono No ho rifiutato. Cazzo rifiuti? Io non rifiuto perchè penso ai cerchioni della Porsche, alla Jacuzzi più grande o a prenotare alle Mauritius. Ora come non mai in questo business se non lavori duro c’è sempre qualcuno pronto a farti le scarpe e io non mi sono mai messo sugli allori. Mi faccio il culo per far sì che il mio nome nel mondo dell’hip hop non sia mai un c’era una volta, ma stia sempre al passo con gli altri e nello stesso tempo per riuscire a esistere sempre anche a livello mainstream.

Da bambino volevo essere il personaggio di un film e sono riuscito a diventarlo. Mi spiace per chi si sente più vero, più duro e crede di essere più meritevole di stare a questo mondo. Penso di avere una voce unica, a livello di timbro, ma anche in senso lato, di dare voce a varie generazioni. Riassumendo quello che faccio in questa vita è dire quello che molti pensano e non hanno il coraggio di dire, forse per alcuni è poco ma per me è tutto.

Guè si nasce e non si diventa.  Ho visto un miliardo di reati, ho scritto testi con l’odore acro della droga nel cervello, è più forte che mangiarsi una scodella di wasabi. Ho imparato che i veri gangster non stanno su Instagram e nello stesso tempo i veri rapper non sono delle macchiette da video virali su YouTube.

Nella teatralità dell’hip hop ho trovato la mia via, mi piace fare questa cosa del pappone, c’è un grande fondo di verità, ma è anche il mio personaggio, ci vuole pure il carisma per interpretarlo. Il mio rap dipinge immagini ed è più cinema che un multisala. In un periodo dove tutti fanno finta sui social, nella vita reale ci sono una serie di problemi e di fatica. Devi studiare, devi alzarti la mattina, c’è dietro uno sbattimento della madonna, dietro le quinte c’è che devi stare tutto il giorno al telefono, mangiarti la bile dallo stress, lavorare duro. Poi vendi centinaia di migliaia di album e innumerevoli singoli. Se vuoi farlo devi lavorare.

Quanta gente che mi dice ah che bella vita che fai senza rendersi conto che in realtà io conduco un’esistenza tormentata, perchè la generazione di adesso, che si ferma sui social a guardare quanti like ha fatto, non capisce nemmeno cosa vuol dire farsi il culo: fare il contrario di tutto quello che ti dicevano, perdere il sonno, perdere l’amore, perdere le amicizie vere e giuste, anche se ringrazio quelli che mi stanno vicino, gli voglio bene e tutto, però non posso mai essere certo fino in fondo, tranne di due o tre. Fondamentalmente perdere tutto. Mi rimane mia madre e basta.

Io spacco la discoteca, suono, mi piace, però mi sento artista e non voglio abbandonare i live. Adesso purtroppo molti artisti chiamano tour ciò che non è altro che un giro di discoteche: questa è l’eredità che è rimasta in una totale povertà artistica. Chi è in grado di fare un vero live di conta su due mani.

Io non perdo il treno, ho vinto tutto quello che potevo vincere nel mio campo, anche l’hating che ricevo per me è una vittoria. So che se sono arrivato a questo livello è soprattutto perchè ho lavorato duro e non mi sono mai fermato, perchè magari può sembrare banale ma per me lo sbattimento del lavoro paga ed è giusto dirlo. Un disco all’anno, un successo all’anno. Io non so perchè lo faccio, ma sicuramente al contrario di quello che pensano molti non è per i soldi.

So che quelli che ti sostengono mentre sei in alto, poi si dimenticano di te. So che nulla è per sempre ma certe rime resteranno immortali. Alla felicità tanto non si arriva mai. Sempre alla ricerca di qualcosa che non si sa dov’è”.

 

 

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