A Hollywood per Brad Pitt. Ho visto solo barboni

Sono andata a Hollywood per vedere Brad Pitt. Ho visto una quantità illimitata di barboni. In America li chiamano homeless, senzatetto, ma non fa differenza. Senti il loro odore, prima di vederli. Ti chiamano, ti seguono, ti ignorano, parlano da soli, dormono per strada. A Los Angeles sono dappertutto, a ogni incrocio, sul bus, sdraiati sui sedili del treno, intorno al Dolby Theatre dove si tiene la cerimonia degli Oscar.

 

Gli attori vengono trasportati lì dall’alto, chiusi in un recinto. Le fermate della metropolitana intorno al teatro vengono chiuse il giorno degli Oscar. Di Caprio e soci sono chiusi in una bolla, protetti dal resto di Hollywood. Le star non vedono i barboni. Gli altri sì. Sono i padroni delle strade, perchè a Los Angeles girano quasi tutti in auto. Tranne loro.

 

Ci sono quelli matti, quelli simpatici, quelli aggressivi, quelli innocui. Sono quasi tutti uomini, ma ci sono tantissime donne, anche anziane, in giro con le borse piene di cianfrusaglie, i carrelli rotti dei supermercati, i capelli impolverati. Mangiano al fast food, dormono sul bus seduti al tuo fianco, cioè al mio fianco perchè io mi sono spostata con la Tap card, la tessera che serve per usare i mezzi pubblici di Los Angeles. Dopo ho scoperto che è una cosa da barboni, o da quei pochi coraggiosi che non hanno paura di viaggiare con loro.

 

I barboni fanno parte dell’arredamento, come le palme. E’ una cosa terribile da dire, ma è cosi. Quelli fortunati vivono nelle tende da campeggio, vedi le tende e li senti muoversi al loro interno. File di tende sulla spiaggia di Venice, file di tende sotto i cavalcavia. Gli altri vivono per terra, dove capita. Qualcuno sta fisso da anni nelle stesso angolo, come se fosse casa sua.
All’inizio è choccante, dopo ti abitui alla loro presenza. Come se fosse normale vedere una signora di 60 anni seduta in mezzo al marcipiede di Santa Monica con lo sguardo perso nel vuoto e un ragazzo sdraiato a pancia in giù, sul sedile delle metro, che puccia la salsa di avocado con le dita da un cartoccio appoggiato al pavimento. Qualcuno il pasto lo pesca direttamente dal cestino della spazzatura.

 

A certe cose non puoi abituarti. Un uomo è accampato tra due alberi, tra Vermont Santa Monica e il The hollywood hotel. Vive cosi, attorno al suo materasso lercio. Quando deve andare in bagno, va dietro a un muretto, si cala i pantaloni, si accovaccia e fa quello che deve fare. Ho visto e sentito in diretta il resto. Sono ancora sotto choc.

 

Gli homeless sono dappertutto, a Milano, a New York, a Parigi, ma solo a Los Angeles la situazione sembra del tutto fuori controllo. Lo sanno anche loro, ho scoperto poi. I barboni sono l’emergenza del 2019 destinata a peggiorare nel 2020. Ogni giorno le associazioni di soccorso trovano casa a 130 famiglie, se ne formano altre 150. I conti non tornano. I soldi non bastano. La speculazione edilizia dà il colpo finale.
Per pagare un monolocale a Los Angeles, una di quelle case che sembrano rettangoli appoggiate su una piattaforma di legno, bisogna lavorare 79 ore a settimana.

 

Perdere il lavoro è facilissimo, trovarlo no. C’è gente che vive per terra da oltre dieci anni. Migliaia di persone sono morte in strada, a causa della droga, dell’alcol e anche del freddo perchè non è vero che in California fa caldo tutto l’anno, il vento dell’Oceano è gelido, il sole scalda poco anche in autunno.

 

D’inverno alle 5 di sera è già buio e la temperatura si abbassa di colpo. Loro dormono di giorno, sui bus. Spesso gli autisti li aiutano. “Dove va?”, ha chiesto un driver a un senzatetto in sedia a rotelle. “Da nessuna parte”. “Assicuro le ruote alle cinghie?”. “Si mi piace viaggiare sicuro”, ha risposto il senzatetto. Aveva la bibbia in mano. Si è addormentato appena si sono chiuse le porte. Di fronte a lui un’altra signora senza casa, dormiva con la testa appoggiata al vetro. Una cinese sulla metropolitana tra la Staples center e Santa Monica ha tirato fuori il cuscino e l’ha messo sotto al sedere. A ogni viaggio la stessa scena.

 

 

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Appoggiare una mano ai pali della metro vuol dire rischiare di prendere il colera, altro che coronavirus. “Non vorrà prendere il bus?” mi ha detto un giorno, inorridita, una parrucchiera di Rodeo Drive dove una signora di Beverly Hills mi aveva mandato a chiedere informazioni, dopo che io le avevo chieste dov’era la femrata. “Io non prendo il bus”, mi aveva risposto lei offesa. Neanche la parrucchiera, se è per quello.
E infatti, per mandarmi al Beverly Hills hotel, mi ha chiamato un taxi. Dieci dollari per tre minuti di strada, almeno ho fatto bella figura quando sono arrivata, non sembravo una che girava con l’abbonamento da 25 dollari per 7 giorni.
Quando sono uscita dall’albergo, però, non sono riuscita a trovare la fermata del bus. Ho trovato altre due signore di Beverly Hills, assomigliavano a Michael Jackson, non solo loro ma tutte le signore di Beverly Hills. Hanno lo stesso naso, solo che hanno i capelli biondi. Anche loro non prendevano il bus, ovviamente, ma erano gentili e hanno tentato di aiutarmi. Mi hanno indicato una strada. “Vai dritta di lì” mi hanno detto. Io sono andata dritta ma non arrivavo più. Era buio, non c’erano lampioni, non c’erano abitanti nelle case. Non c’erano neanche barboni, ad dire il vero. Ma io non mi sentivo sicura lo stesso perchè se fosse successo qualcosa e avessi urlato, nessuno sarebbe uscito a salvarsi. Quindi sono tornata sui miei passi. Così ho scoperto che la fermata del bus era proprio di fronte al Beverly Hills hotel. E finalmente sono riuscita a tornare al mio hotel tra i miei senzatetto di riferimento.

 

Mentre Chiara Ferragni e Fedez si godevano la Los Angeles dei ricchi, la sfilata di Tom Ford, il party di Elton John e quello di Vanity Fair, io vedevo la Los Angeles di poveri. Mi dicevano tutti: “Cerca Vasco, anche lui è lì”. “Cerca Greggio, cerca Volo”. Ma io vedevo solo barboni, pure a Venice beach dove il giorno dopo, però, è andato Matthew Noszka, il modello del mio libro (Buone ragioni per restare in vita – Mondadori).

 

Mai una gioia, come si dice… Sarà destino che non riesca a incrociarlo mai, a Milano come a Los Angeles.
Un gruppo di signore americane in gita all’Osservatorio Griffith, dove è stato girato il film premio oscar “Lalaland”, mi ha detto che loro al mattino, quando esceono di casa, devono fare lo slalom tra i barboni e che mai si era vista prima una cosa del genere e mai così tante donne rimaste senza casa. A downtown e nella San Fernando Valley è un’invasione.
Westwood, dove Tarantino ha girato una scena di C’era una volta a Hollywood con Margot Robbie, è un quartiere pulito, ordinato, luminoso, pieno di studenti della Ucla e dipendenti dell’Ucla Health center. Eppure c’erano senzatetto anche qui, alle fermate del bus. Forse si vedono meno a Bel Air e Malibù, di sicuro non possono avvicinarsi agli Universal Studios per non rovinare la magia, ma sono a fianco della Paramount Picture e del cimitero dei vip dove riposano Marylin Monroe e Jack Lemmon. A Hollywood sono seduti sulle stelle degli attori, sotto alla redazione della Cnn, negli studios ormai disabititati e in quelli dove si girano ancora le series e i film. Gli attori vivono sulle colline, in quelle ville da 10 milioni di dollari che si vedono in tv, ma il vip tour che porta in giro i turistio parte proprio da lì’, dagli incroci dove i barboni sono accampati, intorno al teatro cinese e al teatro degli Oscar.

 

La Lahsa, l’authority di Los Angeles che si occupa di senzatetto, parla di un’epidemia senza precedenti. Il Los Angeles Times ne scrive a più riprese. Le associazioni di soccorso si dannano per cercare di arginare il fenomeno, ma servono più forze e più soldi. Trump li ha promessi ma il governatore della California ha riposto che servono fatti non tweet. Di sicuro serve sapere che il sogno americano assomiglia di più a Karate Kid, quando Ralph Maccio arriva nella casa con la piscina a secco e a Pretty Woman, alla casa in cui viveva Julia Roberts non all’albergo di Richard Gere che comunque il problema lo conosce bene. Si è travestito da barbone e ha girato un film. “Nessuno mi guardava”. E’ l’unico modo di sopravvivere, a Los Angeles. Far finta che vada tutto bene nella città dove gli angeli sono andati in vacanza e il sogno americano giace inerte a bordo strada, sepolto da una montagna di stracci.

 

Anna Savini

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