Quando essere famosi diventa una gabbia da cui è difficile uscire

Quando essere famosi diventa una gabbia da cui è difficile uscire

Tra due giorni uscirà Famoso, il nuovo disco di Sfera Ebbasta, che ha scelto come titolo una parola che spesso e volentieri ha una doppia valenza e un doppio effetto su chi diventa famoso.
La storia bella, quella che ti raccontano tutti, quella alla Cenerentola con l’happy ending inizia con un Signor Nessuno, il suo talento e un sogno. Il sogno di trasformare la propria passione in lavoro e di diventare famoso. Ce la fai, arrivano i soldi, la fama, gli alberghi di lusso, i jet privati, la gente che ti acclama, i concerti, i vestiti firmati, i gioielli e tutto splende. La tua vita improvvisamente è ricoperta d’oro. Ma quanti non reggono il peso del successo e dell’essere famosi.

Vasco Rossi, tempo fa, aveva detto: “Mi chiedo come possano sentirsi Bono, Dylan o Mick Jagger. Io ho bisogno della gente, il palco da solo non basta, il rock forse ti salva la vita all’inizo ma non per sempre, perché quando si spengono le luci, il concerto finisce, il disco esce e la gente smette di acclamarti, tu torni a essere quello che sei. Il successo tende a forzarti la mano, a far crescere dentro te la sensazione che tu esista nel modo in cui ti vede la gente. Ma è sbagliato, perché se credi a queste cose, allora devi accettarne anche le conseguenze: che tu esisti solo se c’è qualcuno che ti vede. E quando non ti vede nessuno? Ti ammazzi? Per fortuna, questi ragionamenti, queste aberrazioni – vogliamo chiamarle cosi? – non influenzano la composizione”.



Esistere quando ti vede la gente e quando le luci si spengono resti solo. La solitudine che ha portato diverse star della musica a cadere in depressione e a perdere in alcuni casi la vita.



Amy Winehouse è morta da sola guardando se stessa. Ha passato l’ultima notte della sua vita davanti al computer, come ipnotizzata dai video musicali delle sue canzoni su YouTube e intanto beveva vodka, così tanta da superare di cinque volte il limite consentito per chi guida, e fu proprio un eccesso di alcol a ucciderla.



Whitney Houston sentiva il peso di dover necessariamente rientrare negli stereotipi, di essere The Voice, di dover ricoprire un ruolo cucitole addosso, ma che per la maggior parte dei suoi 48 anni le è stato stretto, segnandole la carne e l’anima. Una carriera folgorante costellata di record infranti e di contrappasso, una vita privata in cui tutto va a rotoli. Sul palco era la grande Whitney Houston, chiuso il sipario la fragile Whitney Houston, in balia di depressione e ansia e completamente assuefatta da alcol, farmaci e droga, che l’hanno portata alla morte in una vasca da bagno dell’hotel Beverly Hilton di Los Angeles annegata dopo un probabile malore causato dall’assunzione di sostanze stupefacenti.
I libri e i documentari usciti post mortem ci raccontano di una donna sul baratro, prigioniera di un’esistenza fatta di bugie e castelli di carta: una gabbia dorata, ma pur sempre una gabbia, da cui, purtroppo, non ha trovato una via d’uscita.




Avicii non è stato semplicemente un dj di fama internazionale, ma ha rappresentato un punto di riferimento per un’intera generazione.
Purtroppo, i demoni che si portava dentro non lo hanno mai abbandonato e, nonostante il successo, è arrivato a togliersi la vita.
La sua famiglia in quella tragica circostanza aveva dichiarato: “Il nostro amato Tim era un esploratore, era una fragile anima artistica alla ricerca di risposte per domande esistenziali. Era un grande perfezionista, che viaggiava e lavorava duramente a ritmi serrati che lo hanno portato a soffrire di un forte stress. Quando ha smesso di fare concerti, il suo desiderio era di trovare un equilibrio, di essere felice e capace di fare ciò che più amava: scrivere musica. Soffriva molto pensando al significato profondo dell’esistenza e alla felicità. Non ce la faceva più ad andare avanti. Voleva trovare la pace. Tim non era fatto per la macchina del business in cui si era ritrovato a vivere. Era un ragazzo sensibile, che amava i suoi fan ma odiava i riflettori. Tim, ti ameremo e continuerai a mancarci in eterno. La persona che eri e la tua musica continueranno a mantenere viva la tua memoria“. 





Kurt Cobain odiava essere famoso. Non voleva esserlo. Amava la musica e il fatto che la sua passione fosse diventata una professione, ma non si è mai sentito pronto ad affrontare ogni aspetto dell’estenuante vita di una star. Ha rilasciato poche interviste e cercava di evitare le conseguenze di una vita circondato dalla stampa. Eppure non è riuscito a sostenere il peso dell’essere famoso e l’epilogo lo conosciamo tutti.




Queste storie ci dovrebbero far riflettere su come l’essere famosi abbia due facce della stessa medaglia, una super figa e patinata e un’altra che a volte porta a una grande solitudine e a problemi in cui gli artisti diventano vittime del loro stesso successo.

Ovviamente e per fortuna, non sempre il peso del successo porta a perdere la vita, ma credo che ogni artista, almeno una volta nella sua carriera, si sia sentito solo e destabilizzato dal proprio successo. Alcuni hanno la forza di combattere e andare avanti, altri vengono completamente schiacciati, ma la vita, come diceva Avicii è un dono prezioso: “One day you’ll leave this world behind, so live a life you will remember.”

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