Jamil: “solo io potevo permettermi di chiamare il disco Rap is back”

Jamil: “solo io potevo permettermi di chiamare il disco Rap is back”

Non è che Jamil si sta un attimino montando la testa? Ok, è bravo a fare rap e nessuno lo mette in discussione, ma siamo onesti, è la prima volta che un suo disco ha una risonanza mediatica, dovuta non alla grandezza del disco stesso, quanto a un ottimo ufficio stampa, che gli permette di passare a Studio Aperto e fare diverse interviste per le più disparate testate. E se vogliamo la maggior parte di queste testate non hanno la minima idea di chi sia Jamil, l’hanno appena conosciuto e se vogliamo parte 2, Rap is back non è un capolavoro. Al contrario è un disco mediocre e ripetitivo, ma in fondo siamo abituati a vedere dischi mediocri in vetta alle classifiche e i suoi autori comparire su diversi siti di rap e non, quindi ottimo per Jamil che finalmente riesce a farsi conoscere da un pubblico più ampio e ad ottenere un’intervista anche con La Stampa.


E proprio in questa intervista, l’autore di Rap is back si lascia andare a un po’ di spocchia, a partire dalla descrizione del titolo del disco: “l’ho chiamato così perché in giro c’è solo trap. Si parla solo di collane, di scopare e di queste cose qua. Io invece faccio rap e racconto della mia squadra e della mia famiglia, mi sento molto diverso da quello che vuole il mercato musicale. Ma con questo non voglio dire che in Italia non c’è nessuno che fa rap. Ci sono, ma in carriera magari hanno fatto anche pop o altro e poi sono tornati al rap. Io faccio rap da sempre e per sempre, ero l’unico che poteva permettersi di chiamare questo album così. Nel disco si sentono gli scratch di Antares Color, fatti con la voce del leggendario Nipsey Hussle, rapper americano venuto a mancare qualche anno fa. Ho il permesso del management di una leggenda. Quanti altri possono dire lo stesso?



Dopo aver sottolineato che post live non gradisce fare foto con i fan perché lui “è un rapper e non un fashion blogger o uno di Uomini e Donne“, Jamil ci elenca tutti i no che ha detto nel corso della sua carriera: “ho detto di no a diverse major, programmi tv, featuring giganteschi con artisti con milioni di followers e ho detto no perché sono coerente con me stesso, se una marca non mi piace non faccio marchette. Come dico in un altro pezzo “potevo farmi i soldi facendo i post ma ho una pagina di rap mica fashion blog”.  Se un rapper non mi piace non valuto quanto mi convenga collaborarci, se non mi piace non ci collaboro e basta. Se una major mi mette delle restrizioni o vuole per forza che faccia certe mosse non firmo il contratto. Perché dovrei partecipare a uno show in tv se mi fanno passare come un drogato e un tatuato? Non è ciò che voglio“.



Un po’ di spocchia e un po’ di sana coerenza, che è una cosa più unica che rara in questo gioco del rap, dove vedi artisti insultarsi e litigare e poi collaborare insieme, come Salmo e Taxi B per esempio.

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