Come Renato Zero ha influenzato la trap

Come Renato Zero ha influenzato la trap

L’abito non fa il monaco, fa solo un gran casino, io le mie idee me le sono messe addosso” diceva Renato Zero. In questi giorni si parla molto di lui, non solo per i suoi 70 anni e il suo nuovo disco, ma anche per le dichiarazioni rilasciate recentemente su Achille Lauro.

Che gli si dica che sia un boomer o meno, Renato Zero ha di fatto sdoganato in Italia quel gender fluid che oggi vediamo nella moda e nella musica. La sua era fantasia e libertà di espressione, quella stessa libertà di espressione che oggi decantiamo in artisti come Achille Lauro, o Rosa Chemical, ma anche nella trap in un certo senso, se pensiamo allo sdoganare capi femminili e portarli in voga su persone del sesso opposto.
Sicuramente il merito non può essere attribuito solo a Renato Zero, sono tantissime le grandi icone del mondo della musica che hanno fatto della propria immagine un inno alla libertà d’espressione, come David Bowie, Elton John, Michael Jackson, George Michael, ma Renato Zero passava con disinvoltura dal glam rock alla regina cattiva delle favole, da Austin Powers al Cappellaio matto, dall’omaggio al circo, a lustrini, paillettes, piume, boa di struzzo, copricapi piumati, versione angelo, diavolo, riuscendo a passare dal look total white al total black degli ultimi anni.
Quando, negli anni ’70, si presentò per la prima volta al Piper con zeppe e vestiti pieni di lustrini lasciò tutti a bocca a aperta: era in un locale frequentato da hippy e ragazzi di buona famiglia e se ne è fregato delle regole.
Le regole infrante, il diritto di essere se stessi, di esprimersi liberamente sono esattamente le stesse virtù, portate all’estrema potenza, che oggi vengono attribuite a Rosa Chemical e ad Achille Lauro in un momento in cui anche un Ghali con un cappotto rosa o un Mahmood con la gonna fanno scalpore. Eppure Renato Zero lo ha fatto 50 anni fa, noi decantiamo la libertà d’espressione, ma siamo pronti oggi, nel 2020, ad accettarla veramente?

Ovviamente l’accostamento di Renato Zero con la trap è forzato e legato solo a quello che può essere definito un fattore estetico, ma anche di provocazione, controversie. Il fatto di esporsi, di provocare, di eccedere, di associare un’immagine forte a un artista. Sono cose che nella trap vediamo da anni, dall’eccentricità della Dark Polo Gang o di Sfera Ebbasta. L’avere un’estetica dirompente in grado di rompere gli schemi.



Renato Zero non è poi così lontano dal mondo del rap. Cantava la libertà, parlava di periferia, degli ultimi, con testi spesso ambigui e provocatori. È stato un folle, uno controcorrente, in grado di scioccare, colpire, affascinare e far parlare e l’evoluzione della trap, o dell’urban, chiamiamola come vogliamo, a cui stiamo assistendo con personaggi spesso controversi, in un certo senso ha radici che partono da lì. Esattamente come la moda, come il gender fluid, come lo sdoganare il make up sui volti maschili, il dipingersi le unghie, il poter essere se stessi e uomini anche con accessori femminili.

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