Come scrivere un libro e diventare povera – Capitoli 27 e 28

Come scrivere un libro e diventare povera – Capitoli 27 e 28

CAPITOLO 27

LA SCRITTRICE ISTERICA E LA COPPIA DIABOLICA

 

 

«Capirai di essere arrivata quando, in vista di una evento, il capo ufficio stampa della tua casa editrice manderà agli organizzatori un’email di questo tenore».

Segue lettura ad alta voce:

«Gentili organizzatori del Festival tal dei tali

Vi ringraziamo molto per aver scelto la nostra Autrice.

Tuttavia ci permettiamo di fornire, di seguito, alcune indicazioni da seguire perché il suo soggiorno non sia in alcun modo disturbato da fattori che potrebbero in qualche modo turbarla. E’ infatti opportuno definire, in anticipo, alcuni dettagli, in maniera che resti serena per dare il meglio nella presentazione del suo libro.

Pertanto vi prego di tener presente le seguenti indicazioni.

La Scrittrice soffre di claustrofobia.

Quindi bisognerebbe evitare di farle prendere gli ascensori.

Per questo motivo la stanza d’albergo dovrebbe essere a pian terreno.

Per la stessa ragione la Scrittrice dovrebbe riuscire ad arrivare a destinazione evitando tragitti con gallerie.

Il soffitto della sua camera dovrà essere più alto di due metri. La stanza dovrà avere almeno due finestre ed essere munita di vasca da bagno, meglio Jacuzzi.

Per quando riguarda la cena di gala alla quale dovrà partecipare, la Scrittrice soffre di allergie a latte, latticini, lattosio, uova, sale, pepe, burro, pesce, arachidi, crostacei, noci, nocciole, ananas, mango, pomodori, pesche, melanzane, verze, cavoli, mandarini, arance, sedano, insalata, cose, fiori, frutta.

Quindi non può mangiare lasagne, pasta al ragù, pasta al pesto, pasta alla panna, pasta al sugo, pasta.

E neppure risotto ai frutti di mare, risotto allo zafferano, risotto alla panna, risotto.

Sono vietati gamberini, gamberetti, gamberoni, pizza, orata, branzino, fritto misto, zucca, pepata di cozze, cazzuola, tonno in scatola e non, cibo cinese, messicano, thailandese, norvegese, frittata, fiori di zucca, insalata russa, insalata greca, passato di verdura, spinaci, filetto al pepe verde, filetto al pepe verde, filetto al pepe nero, bistecche diverse dal filetto, carne bianca

Potrebbero invece andare bene finocchi e bresaola, senza grana, avocado senza olio, anguria senza semi, fichi d’india senza spine, ricotta senza latte e patate, con selenio, lessate per 37 minuti in acqua Evian e poi  tagliate, a fette non più grosse di tre millimetri, e passate in  forno con humus di curcuma, zenzero e piselli selvatici di Norcia. Il tutto salato con un microgrammo di sale, mischiando in parti uguali sale nero e rosso della Hawaii, sale del mar morto, Sale rosa dell’Himalaya più Sali di cervia, sale di Bretagna, sale di Persia, sale di Trapani».

Fine della lettura pubblica.
«Sale in zucca, per non mandare email come questa no? Bastava dire che voleva bresaola scondita per cena», commenta Scardi, che è un mio amico, quando il suo amico, organizzatore di grandi eventi, finisce di leggere le indicazioni alle quali dovrà scrupolosamente attenersi.

Non mi vogliono dire chi è la Scrittrice isterica, ma fa niente, è bastato sentire cosa pretende lei per farmi capire che io, come Autrice, non sono arrivata per niente.

Non sono neanche partita a dire la verità.

Ieri mi ha chiamato una Tizia che aveva da parte un Tizio, parlavano in coppia e in coppia mi davano ordini. Si sono presentati come manager della Multinazionale Suprema della Corte Europea, ma io sono stata costretta ad ascoltarli perché erano amici del solito amico dell’amico che non potevo offendere con un no.

Mi hanno ordinato di presentarmi al tal giorno, alla tal ora nel tal posto, cioè adesso, in questo bar all’aperto.

Erano talmente indisponenti e autoritari che ho detto subito di sì per accorciare l’agonia, saltando almeno le trattative del dove e quando.

Loro sono in ritardo di mezz’ora, ma io per fortuna ho trovato Scardi e il suo amico che mi hanno intrattenuto con la lettura dei (cento) 10 Comandamenti della Scrittrice Isterica. Ora però devono andarsene.

Mentre li saluto, guardo all’orizzonte per vedere se la Coppia diabolica sta bucando dal parcheggio. Niente.

«Ma che bionda che è quella lì?», sento mentre mi sto di nuovo per sedere.

La bionda, che sarei io, si gira di scatto per vedere da dove arriva il commento su di lei. Ma si rigira subito ridendo perché la voce è di un bambino, seduto su un passeggino, spinto dal papà, che lo sgrida subito: «Sei impazzito? Non si dicono queste cose alle signore».

Sento che ridacchiano tra di loro.

Dieci secondi dopo ritornano al mio tavolino. Il papà mi guarda e, indicando il figlio, dice: «Mi deve scusare. Ha solo quattro anni, non so neanche io da dove è uscito».

«Si figuri – rispondo io ridendo – Non c’è problema, anzi».

Il piccolo Casanova mi fa gli occhi dolci.

«Come ti chiami?».

«Paolino».

«Ciao Paolino, io sono Anna».

«Lei è Anna – dice il bambino guardando suo papà -, che nome magnifico, non trovi? Magnifico come lei».

Ma perché tutti gli adulti, da piccoli, non sono stati come questo bambino? Il mondo assomiglierebbe al paradiso. Lui, di sicuro, farà strage di cuori.  Per adesso ne ha già conquistato uno, il mio. Mi saluta con un sorriso gigante mentre si allontana con il papà

Meno male che incontrato loro e Scardi così mi hanno accorciato l’attesa della Coppia (di manager) diabolica che, come il cane a due teste, sbuca di colpo in questo istante. Neanche il tempo di dire buongiorno, che mi stritolano due volte la mano, prendono le sedie, le spostano indietro, poi avanti, appoggiano le 24 ore e, senza togliersi le cuffie dalle orecchie, iniziano a darmi ordini: «Sbrighiamoci che non abbiamo tempo da perdere».

Non riesco neanche a dire ok che iniziano a parlare.

Lui dice, lei dice, loro dicono. Che ci sarà un mega evento con manager, attori, cantanti, calciatori, morti risorti e io sarò la star.

Dovrò raccontare la storia della mia malattia per filo per segno.

«Che malattia?».

«La tua?»

«Io non parlo mai di malattia, lo sanno tutti».

«Ma dovrai farlo per noi».

«Ma lo dico anche nel libro, che non parlo di malattia. Parlo di tutto tranne di quello».

«Il tuo libro è bellissimo, ma non ci interessa. Devi parlare di malattia. La gente deve capire che da noi curano meglio che da voi. Cosi tutti si sentiranno meglio».

«No ma, forse (Nome dell’amico comune) mi aveva riferito male. Mi aveva detto che mi volevate invitare per parlare del libro?».

«Sono due ore che parliamo e non hai ancora capito niente – si spazientisce lui, mentre lei beve il caffè con tre colpi secchi di tazzina e scalpita perché ha un’altra conference call imminente-. Vieni nella Capitale europea (località secretata per non offendere gli abitanti della Capitale europea), presenzi l’evento, parli della malattia e per noi sei a posto».

«Ah».

«Comunque definiamo tutto subito perché il giorno dopo c’è la camminata e noi dobbiamo avere i manifesti pronti. L’ultima volta abbiamo avuto 10mila partecipanti. Noi ragioniamo su grandi numeri».

Adesso mi ricordo cosa aveva detto l’amico comune per convincermi a incontrare questi due, che volevano comperare diecimila libri per regalarli ai partecipanti della camminata.

Lo ricordo ai Cerbero e quelli, per tutta risposta, dicono: «La Multinazionale, per adesso, vuole solo due copie. Anzi, se le hai qui subito da darci, poi ti diamo i soldi quando vieni. Ma non preoccuparti, ti assicuriamo una pubblicità senza pari. Poi, il giorno della camminata, ti metti al banchetto dalle 7 del mattino alle 10 sera così vendi tutti i libri che vuoi. È chiaro ora? Basta che ti sbrighi perché noi dobbiamo fare i cartelloni».

Ovviamente l’albergo devo pagarlo io, lo chiariscono subito senza che l’abbia chiesto.

Non ho neppure il tempo di obiettare qualcosa, che loro si alzano in piedi, prendono da terra le loro 24 ore, mi ristritolano la mano e, si rimettono a dare ordini a non so chi nelle loro cuffiette, e ripartono affiancati come due caccia verso il parcheggio.

A questo punto devo dire una cosa.

Io sembro sprovveduta, ma non lo sono.

Se mi chiedi le cose con gentilezza, con gentilezza non riesco a dirti no, ti dico si e tu mi freghi. Ma non è che poi me lo dimentico, me lo ricordo e te lo rinfaccio per tutta la vita.

Però, se mi chiedi le cose così malamente, mi viene facile dire di no in partenza.

Quando presento il libro parlo sempre di come l’autostima vada costruita, pezzetto su pezzetto, come un castello di lego. E aggiungo che nessuno ti darà importanza se non te ne darai tu per primo. Sarà il caso che mi ricordi di applicare la regola a me stessa.

Perciò, appena risalgo in macchina, chiamo all’amico comune se per favore posso mandare al diavolo la Coppia diabolica.

L’amico comune si scusa e dice che se vuole mi aiuta anche lui.

«Faccio da sola, grazie», rispondo. Tanto mi aiuta Liz Taylor. Lei non voleva girare Cleopatra e quando le hanno offerto la parte ha chiesto una cifra astronomica pensando che le avrebbero detto no, invece hanno accettato.

Potrei fare la stessa cosa, ma io non sono Liz Taylor e poi non voglio rischiare. Quindi mando un doppio messaggio per dire che non posso.

Non faccio neanche in tempo a fare invia che mi arrivano sei pagine di risposta a testa. Trattati, più che risposte. Ci vorrebbe un’ora per leggerli.

Le ignoro.

Mi arrivano i vocali.

Li ignoro. Mi arrivano altri trattati.

«Non sarà per 150 euro di albergo che non ci mettiamo d’accordo», leggo anche non volendo mentre cancello tutti i messaggi.

Ma questi qui dove hanno studiato per trattare la gente così?

Vanno avanti un po’ di giorni a tormentarmi. E io a ignorarli. Fino a quando non si stancano.

Meno male che non tutti sono come loro.

La scorsa estate sono andata a Roma a un concorso canoro tipo X Factor.

Io ero un giudice. Di più.

Io ero la star del concorso. I cantautori dovevano scrivere testi ispirati al mio libro. E io ho dato dieci a tutti perché hanno parlato di amore, dimostrando di aver capito la morale della storia.

Nico Maraja, che è un poeta cantastorie, mi ha organizzato un’accoglienza come Audrey Hepburn in Vacanze Romane e io mi sono trovata in una favola come quelle che lui canta ai bambini.

Pero, come dice Marracash in un brano, non è che se uno (Nico) mi vizia, gli altri (i manager) posssono asciugarmi. Anzi semmai dovrebbero prendere lezioni da Nico e dai suoi amici. Anche se basterebbe ascoltare una volta sola Chadia Rodriguez quando canta: “Se fai male, il male arriva, come una to to torcida””.

Io faccio il bene,  ovvio, ma a volte il male mi arriva, devo imparare a tenerlo alla larga come il toro slla corrida. Questa volta, per fortuna ce l’ho fatta.

Spero che alla fine i Cerbero abbiano deciso di rimpiazzarmi invitando la Scrittrice isterica. Così ci pensa il suo capo ufficio a sistemarli per le feste  anche da parte mia.

 

CAPITOLO 28

CELENTANO, LE TASSE E LA BISBETICA INDOMATA

 

 

Io non voglio più fare la scrittrice. Basta non ne posso più.

Non mi interessa. Avere inviti, avere fan, essere famosa, prendere.ordini.

Non voglio più niente. Basta riflettori negli occhi.

Voglio una vita normale.

Voglio vivere all’ombra, in santa pace, senza fama. Perche?

Sono arrivate le tasse da pagare, ecco perché.

Io le pago già le tasse, ovviamente.

Ma sono arrivate altre tasse!

Le tasse del libro. Come se il libro mi avesse fatto guadagnare qualcosa, anziché costarmi un capitale.

Devo pagare dei soldi per un lavoro che mi ha fatto venire l’esaurimento, anziché farmi diventare miliardaria come l’autrice di Harry Potter. Altro che magia. Questo è un sortilegio.

E’ UN’INGIUSTIZIA.

IO NON VOGLIO PAGARE LE TASSE SUL LIBRO.

Voglio detrarlo dalle tasse per tutta la fatica che mi è costato.

Sono isterica, sembro Di Caprio in C’era una volta Hollywood quando si arrabbia con se stesso perché beve troppo e non ricorda le battute. La commercialista tenta di calmarmi.

«Ma i libri che ho regalato non si possono detrarre dalle tasse?», chiedo disperata.

«No perché lo Stato non lo sa che li ha regalati».

«E i conti del dentista?».

«Quelli sì – risponde lei – ma il libro ti fa andare fuori scaglione e ti  annulla i rimborsi».

Vado avanti a chiedere cosa posso fare per pagare meno, ma la risposta è sempre la stessa, niente. Non posso detrarre neanche un euro, devo pagare e basta.

Come se fossi diventata ricca, e in questo “come se”  c’è tutta la differenza.

Vado su Amazon a controllare quanto ho speso e mi sento male. Con i soldi dei libri regalati potevo pagavo le tasse. Tre volte. Adesso come faccio a richiederli indietro, la maggior parte delle persone neanche mi ha ringraziato. Se mi fossi fatta rimandare il libro indietro, non se ne sarebbero neanche accorti.

Uno l’altro giorno lo stava rivendendo nelle stories di instagram a 5 euro. E non aveva mai fatto la video recensione per cui l’aveva voluto. Però io ho promosso il suo giallo (giallo…) che mi aveva mandato via email (300 pagine da stampare). Era talmente bello che l’ho buttato subito nella carta da riciclare per salvare almeno una parte della Foresta amazzonica. Ma prima ho detto a turri che era un libro favoloso (proprio…). Beho diecimila di esempi cosi, ma non posso detrarli dalle tasse.

Mi viene da piangere.

Il libro è stato un successo, ok. Ma è stato un disastro dal punto di vista economico.

Perdo anche quando vinco, come Brad Pitt quando fa la parte dell’allenatore. Sono tutta il contrario del film, che si intitola l’Arte di vincere. Io ho l’arte di perdere, specialista, dovrebbero scriverlo sulla carta d’identità,alla voce segni particolari.

C’è una canzone, bellissima, di Gemitaiz che si chiama Loosers e winners.

Non è che mi devo sforzare tanto per sapere in che categoria sto. Però una psicologa mi fa insegnato che bisogna amare il.prosdimo tuo come te stesso. Non di più. È inutile immolarsi per gli altri, a maggior ragione per gli estranei.

Perciò adesso basta, io non sono nata per ostare in questo posto, di questo sono certa. Devo uscire da questo ruolo da sfigata. L’ha detto anche Malika Ayane. In realtà stava parlando a un concorrente, ma vale per tutti, soprattutto per me.

Il mio idolo, da piccola,è sempre stato Paperon de Paperoni, non perché era ricco ma perché sapeva difendersi. Paperino si fa sempre calpestare e io, mentre leggevo Topolino, pensavo: «Non fare così ti prego, reagisci».

Ma poi ho passato tutta la vita a far credere al mondo che io sia Paperino. E quando ti impegni a fare vedere che sei una cosa, il mondo non vedrà mai che sei il contrario. Ok, non sarò mai Gastone, ma almeno una via di mezzo. Alla fine amo i rapper proprio per questo perché ti insegnano a non vergognarti di quello che eri e a diventare qualcuno che la gente invidia.

Voglio dire, al mondo ci sono i Celentano, le Ornella Muti e le Milly Carlucci. E poi c è il povero benzinaio al quale va tutto storto perché è rimasto intrappolato nelle liti tra loro tre. Io ora sono come il benzinaio del Bisbetico domato, perdo benzina (e soldi) da tutte le parti. Ma devo imparare ad amarmi più di quanto ami Marra e Sfe.

Quindi adesso basta però.

Ora devo reagire, devo fare come Clark Kent quando diventa Superman. Entrare nella cabina del telefono e cambiarmi la reputazione.

L’altro giorno ero ospite in una radio, a una trasmissione che si chiama Rosa Sciocchin. La conduttrice che non è per niente sciocchin, mi ha choccato con la sua presentazione. Ha detto: «Anna è un supereroe, ma come tutti i supereroi tende a nascondersi perché ha questa cosa, di non far vedere quanto vale, per non mettere in imbarazzo gli altri. Ha scritto un libro che è un capolavoro ed è qui con noi per raccontarcelo».

Mi ha lasciato senza parole, lei e anche l’altra conduttrice che ha ripetuto il concetto per tutto il programma. Le ho ringraziate, ma quando sono uscita, non ho mangiato le noccioline di autostima che mi avevano servito sul piatto d’oro.

Le ho tenute da parte

Ora, però, ce le ho qui, in tasca, le mie noccioline magiche. Adesso me le devo mangiare, come gli spinaci di Braccio di ferro. Devo trasformare Paperino in Paperinik o almeno in Superpippo. Perché alle tasse non ho trovato rimedio, ma la morte, per ora, vorrei evitarla.

E io mica devo morire per forza, per far sempre contenti gli altri. O no?

 

– Anna Savini

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