Come scrivere un libro e diventare povera – Capitoli 25 e 26

Come scrivere un libro e diventare povera – Capitoli 25 e 26

CAPITOLO 25
LA RABBIA DELLE POESIE
E L’ORGOGLIO PER LA TESI

 

Allora, c’è chi gioca alle macchinette. Chi si fa di nutella. Chi beve. Chi fuma. Io non ho mai bevuto e ho smesso di fumare grazie al Defunto amore. In realtà sono passata alle Haribò, ma adesso non mangio più neanche quelle, resisto con grandissimo immenso dispiacere, e quindi potrei ricaderci presto. In compenso io compro.
Sono drogata di shopping.
È come se giocassi alla roulette.
Non mi interessa cosa compro, mi interessa cosa sono pronta a fare per averlo.
La mia prima psicologa diceva: «A me sembra che lei abbia bisogno di avere un bisogno».
Ho bisogno di tutto quello che vedo, no adesso non esageriamo. Ho bisogno di tutto le cose per cui vale la pena vivere, il problema è che succede con quasi tutto quello che vedo. Una volta volevo un cappotto di vinile rosso con i bottoni bianchi. A Milano era finito.
Ma la catena che lo vendeva, per fortuna, aveva altri negozi in altre città. A Trento ce l’avevano ancora, uno solo. Ma io a Trento non conoscevo nessuno.
Ho chiesto, al lavoro, se qualcuno aveva amici lì.
E un collega ha risposto «sì»
Si è messa in moto una macchina infernale (per loro).
Una commessa me l’ha tenuto da parte.
La fidanzata di un suo amico ha detto che andava a comprarmelo.
Poi ha avuto un problema.
Ho supplicato la commessa di tenermelo ancora da parte fino a quando, non lo sapevo.
La commessa mi ha accontentato.
Due settimane dopo la fidanzata è riuscita ad andare a ritirarlo, l’ha consegnato al fidanzato che l’ha consegnato a un amico che abitava vicino a Milano, che l’ha consegnato a un’amica, che l’ha consegnato a me.
L’ho preso, l’ho pagato, ho ringraziato.
La mia massaggiatrice ne voleva uno uguale a tutti i costi.
Gliel’ho venduto subito, con il cartellino ancora attaccato.
Il mio collega continua a chiedermi perché non l’ho mai indossato. Adesso finalmente lo saprà.
Questa cosa, che adoro comprare, le mie lettrici l’hanno capito molto bene.
Quando vado a parlare del libro mi chiedono sempre se il Defunto amore ha ripreso a parlarmi (no) e quante scarpe ho (boh).
Le scarpe che contano, comunque, sono quelle che non ho. Tipo le Doctor Martens zebrate che ho tenuto per una vita e poi ho donato ai poveri. Il giorno dopo sono tornate di moda. Ero disperata. Mia mamma ha detto: «Non vorrai andare dai poveri a riprenderle per caso?».
Le ho risposto «No dai, ma che dolore».
Se è per quello i poveri hanno anche un paio di Ray-Ban The general limited edition che mi aveva regalato mia nonna.
Sono uguali a quelli di Val Kilmer in Top Gun, io a 15 anni ero uguale a lui, ma ai ragazzi piacciono le ragazze uguali a Eva Mendez, così un giorno, di colpo, ho deciso che era colpa degli occhiali se non piacevo ai più belli della scuola.
Ero convinta che i The General mi facessero la faccia tonda e li ho dati alle missioni.
Io ho la faccia tonda, anche senza occhiali, è il cervello che è pieno di spigoli. E io inciampo.
Una volta ho regalato uno zaino della Timberland nuovo, perché si ribaltava sempre in macchina quando frenavo. Mia mamma me lo rinfaccia ancora adesso perché me l’aveva comperato lei e l’aveva pagato tanto. Un’altra volta ho portato a un mercatino una Chanel, appena uscita dalla lavanderia. L’hanno venduta a 5 euro. Non sapevo se piangere, ucciderli o suicidarmi dal dispiacere, tanto andavano bene tutte e tre le cose.
Va beh, i poveri saranno felici di avere sempre cose nuove. Ma credo siano ancora più felici quando arrivano i container con gli abiti dei rapper. Loro mica sono micragnosi come me. Donano tutto il guardaroba della stagione precedente con grande gioia.
Alcuni lo fanno in segreto, io so chi sono, ma non posso fare la spia (diciamo che sono quelli che amo di più, uno in particolare).
Altri organizzano degli eventi, tipo Tony Effe, Dark Pyrex e Wayne che hanno svuotato un container di felpe e giacconi firmati consegnandoli direttamente ai fan.
E qui arriviamo alla Dark Polo, come aveva previsto l’esperto di musica del Corriere, quando gli avevo annunciato che mi ero messa a seguire la trap. «No dai, la Dpg no», gli avevo risposto io, perché all’inizio non mi convinceva troppo.
Invece poi mi sono ricreduta.
Primo perché ci sono due pezzi con Sfera che non riesco a togliermi dalla testa, “Fiori del male” e “Cavallini” (Se è per quello anche “Lingerie orientale” di Tedua, “Fumo da solo” di Izi e “Bimbi”, dove ci sono praticamente tutti).
Ma poi anche perché nel loro ultimo album ci sono almeno tre canzoni magnifiche. Che mi fanno venire in mente il Defunto amore. In particolare una che fa così «dici che non vuoi vedermi di andarmene via, tutti i soldi del mondo non valgono la nostalgia». Se non riescono a dimenticare loro, che sono i nuovi Beatles e hanno tutti i soldi del mondo, figurarsi io che ho solo la nostalgia.
Oltretutto mi dimentico sempre di applicare il metodo Fortini, il cui manifesto testualmente recita: «Fai solo quello che ti rende felice». La fondatrice, Tiffany Fortini, è la moglie di Emis Killa, una mora tutta curve, lucidalabbra e capelli lunghi neri. Un giorno le chiesto un consiglio su Instagram, non ricordo quale, ma la risposta mi ha mandato in crisi. E sono caduta in un profondo stato depressivo.
Chi fa sempre quello che lo rende felice?
Se dovessi comportarmi come dice lei, non farei più niente. Quello che mi rende felice è sempre qualcosa che fa qualcun altro. Tipo adesso. La mia amica Angelita è a New York. Io sono qui, in macchina, il mio posto preferito. Piove. Sto facendo delle stories su Instagram come se fossi famosa, cioè un po’ famosa sono, tutte le mie amiche le guardano perché mi vogliono bene. Una ha detto che sono la prima cosa che guarda al mattino appena sveglia e l’ultima che guarda la sera prima di andare a dormire. Che è come vincere l’Oscar delle stories, visto che sono le cose che dicevo al mio Defunto amore,
Però non sono ancora abbastanza famosa come vorrebbero i miei lettori, le mie lettrici (e anche io). E dire che si impegnano abbastanza.
Uno ha fatto uscire una recensione fantasmagorica su tutti i bollettini parrocchiali d’Italia che forse è arrivata anche al Papa.
L’altra stimata caposala, ha inserito il mio libro nella tesi di laurea del suo master. Un gruppo di mamme ha fatto uno spettacolo sul libro. E il Coro che interpreta The sound of silence meglio di chiunque altro al mondo mi ha fatto una lettura cantata angelica.
Magari entro in classifica direttamente al primo posto come Giulia De Lellis, o magari no. Ma è ovvio che riconoscimenti mi riempiono d’orgoglio.
Il mio comportamento, invece no.
I am to blame, come direbbe Bon Jovi. Sono da biasimare. O sono da ricovero, come dicono le mie amiche quando faccio il resoconto.
Per forza prima dico «sì» a una cosa che NON voglio fare e dopo mi sento come mi si fosse seduto addosso un elefante. Adesso, per esempio, sto andando a fare una cosa che non ho voglia di fare, sto andando a un appuntamento con uno zingaro. Cioè, non è proprio uno zingaro, è un amico di un’amica di un amico che mi ha assicurato che è una persona per bene, ma appena ha iniziato a parlare mi ha fatto venire in mente il truffatore che avevo trovato, in stazione Cadorna, quando andavo all’università.
Diceva che potevo fare la modella, voleva che lo seguissi in metropolitana. Per saltarmi addosso e farmi a pezzi, credo.
Fatto sta che per essere un maniaco era anche molto idiota perché nessuno può farmi credere che posso fare la modella senza un contratto in mano.
Come nessuno può farmi credere che mi porterà gratis in America, senza biglietto, come sta tentando di fare lo Zingaro. Siamo in un bar e è da quando siamo entrati che mi sta promettendo mari monti e ori.
Dico «ok, nel senso «ok fra poco torno a casa».
Dice che pagheranno tutto gli sponsor. Ridico «ok», nel senso «speriamo che ti sbrighi che non credo a una parola e mi hai già fatto perdere troppo tempo».
Invece, per colpa della mia educazione, la vendita di fumo a stelle e strisce va avanti per due ore.
«Gli italiani in America impazziranno per il tuo libro (immagino), ma prima devi farti conoscere (appunto), dobbiamo organizzarci (mi sembra che stiamo facendo l’opposto), lascia fare a me (sicuro).».
Mi aspetto che tiri fuori un foglio da farmi firmare per vendermi un’enciclopedia, invece mi invita a non so quale festa, in non so quale locale, di non so quale suo amico, dove dovrò pagare, immagino non so, quale biglietto.
«No grazie non posso».
«Ma non ti ho ancora detto il giorno».
«Ce li ho tutti impegnati (da qui all’eternità)»
«Va beh, se ci ripensi», insiste, e va avanti a promettere.
Finalmente, dopo che ha ordinato tre cocktail e mangiato quattro tramezzini, spostando verso di me il conto da pagare, arriviamo al dunque. Vuole un po’ di libri da regalare e soprattutto sono io che devo trovare gli sponsor che ci porteranno in America.
Dico «ok», nel senso che non ci vedremo mai più e scappo. Stavolta dire no è stato abbastanza facile (almeno con il pensiero).
Qualche altra volta è impossibile, di solito nelle occasioni a cui tengo di più succede il contrario. Tipo all’ultimo concerto di Sfera. Andarci mi avrebbe reso la ragazza più felice sulla faccia della terra.
Però c’erano le elezioni e dovevamo essere tutti presenti al lavoro. L’esperto di politica aveva ferie segnate e se le è tenute, io che non sono esperta per niente, ho rinunciato e mi sono persa il concerto di Sfera.
Ovviamente abbiamo finito prima del solito così sono andata a casa, mi è venuto sonno e non avevo più voglia di tornare indietro per andare a incontrare Chadia Rodriguez che si esibiva al Kklass.
Ed è un peccato perché volevo dirle che quando canta «Un giorno sarai niente, me lo ripeto sempre, ma questa notte è per sempre» mi sembra di rivivere la storia con il Defunto amore. Io lo sapevo che un giorno sarei stata niente, ma ci sono delle sensazioni che fa comodo ignorare. Solo che con lui la parte bella c’era ,e valeva quella in cui venivo lasciata.
Qui ci sono solo fregature, dovrei dare retta al mio sesto senso, prima di presentarmi agli appuntamenti.
Comunque, il collega non conosce la moglie di Emis Killa, però sa cosa fare nella vita. Io no, non riesco a mettere in pratica il metodo Fortini. Chissà chi sarei adesso se l’avessi applicato fin dall’asilo.
L’altro giorno ho letto un libro. Di Bianchini. Inizia dicendo che la casa dove vivi influenzerà la tua vita per sempre. Ed è vero. Però scegliere ogni mattina di renderti infelice solo per far contenti gli altri è molto peggio che crescere in una casa che non ti piace.
Io lo faccio tutti i giorni, costruirmi la mia infelicità da sola.
Infatti non sono la moglie di Emis Killa. E neanche quella di Marracash, cosa che comunque sarebbe sempre più probabile che essere la moglie del Defunto amore. Anche se lui, a dir la verità, era l’unico che ascoltava i miei ragionamenti. E li capiva.
Lui era l’unico che mi rendeva felice. Si lo so, quando mi lasciava mi rendeva anche infelice, ma quello lo sanno fare in tanti. Rendermi felice solo lui.
La storia dello zingaro non è la sola che dimostra la mia totale incapacità di pensare solo a me stessa (come tra l’altro mi dice sempre di fare anche la Marti).
Stasera ho un’altra stazione sulla via del sacrificio. Mi hanno invitato a presentare il libro in questo centro Vattelapesca, che assomiglia molto al vaso di Pandora.
Sono dovuta venire per forza anche se è buio, fa freddo, piove, gioca la Juve.
Tutti i mali del mondo mi si stanno rovesciando addosso.
Sto già male. E ho capito che anche se non mi fossi presentata, non se ne sarebbe accorto nessuno. C’è il deserto.
Qualcuno, a dir la verità, c’è. Ma ha lo sguardo perso nel vuoto, come se fosse un clone. Qualcosa non quadra come nel film “La fabbrica delle mogli”.
La presentatrice, che ha le scarpe con il mezzo tacco e cammina in punta come se il pavimento fosse disseminato di mine antiuomo, mi ha appena chiesto dove mi metto.
«In che senso dove mi metto? », ho risposto io.
Ora me lo stanno spiegando.
Loro (chi loro? Boh) declameranno le poesie al leggio, mentre i testi verranno proiettati sulla parete.
Io, invece, devo prendere una sedia metterla sul palco (che poi è una pedanetta traballante, un po’ così). Mi intervisterà un vecchio professore. Non ho ancora capito chi ci ascolterà, comunque io e la mia maledetta educazione resistiamo alla tentazione di scappare e trasciniamo la sedia, facendo attenzione a non sporcare la mia giacca rosa nuova.
La luce del proiettore mi arriva dritta negli occhi, spostati di qui, spostati di là, per non essere accecata devo stare all’angolo della pedanetta e a momenti cado.
Arriva il professore e, a quel punto faccio la domanda che avrei dovuto fare prima di dire «si vengo»: «Ma come funziona la serata?». Rispondono indicando personaggi e interpreti.
«Lui (un tizio con una pianola che sembra uscito dal Titanic) suona, lei (la tizia del mezzo tacco sulle uova) presenta il libro, quando voi (io e il professore) avete finito, noi (i robot del pubblico) leggiamo le poesie».
Se mi fossi fatta spiegare prima la scaletta, avrei risposto «no grazie, non posso venire, ho un impegno tutte le sere per i prossimi sei anni», cosi ero sicura che non mi avrebbero trovato un’alternativa. Ormai è troppo tardi.
Il tizio della pianola comincia a suonare e io (il Titanic) inizio a andare a fondo. È una canzone francese, suonata talmente male, che restiamo paralizzati per non fargli capire cosa pensiamo. Dopo un quarto d’ora, smette di suonare e annuncia: «Ho finito». Ci risvegliamo di colpo e applaudiamo, se non altro per festeggiare la fine dello strazio.
Il professore mi presenta dicendo che il libro è un capolavoro e io amo l’umanità (stasera in particolare).
Io ringrazio e poi penso, “prima finisco, prima andiamo a casa”.
Perciò, visto che tra il pubblico, a parte gli zombie, ci sono solo persone che mi conoscono, lascio la parola a loro: «So che molti di voi hanno già letto il libro, quindi immagino abbiate delle domande da farmi».
Chi mi conosce tace. Prende la parola una signora, ma non ha una domanda, ha una storia da raccontare, parla di un bambino morto, non finisce più. Si dilunga in dettagli e sottostorie, quando capisco che non ha intenzione di terminare l’intervento, aspetto che respiri e poi, anche un po’ malamente, le tolgo la parola con un «GRAZIE, qualcun altro?».
«Adesso tocca a me», risponde un signore alzandosi in piedi.
Ha una storia anche più lunga della donna che l’ha preceduto. Parla di una malattia invalidante, con vent’anni di particolari. Fa un monologo in crescendo fino a quando, annunciando «ho finito» strappa anche lui un applauso come il pianista.
Il professore decide che è il momento di raccontare la storia della sua malattia.
Io sono disperata. Ma mantengo il migliore dei miei sorrisi, tipo paralisi facciale, più che altro per non venire male in foto. Sembro uscita anche io dalla Fabbrica delle mogli.
Appena il professore termina il resoconto della sua cartella clinica, recupero il microfono e pongo fine alla tortura.
«Perfetto, visto che non ci sono altre domande, vi ringrazio per la bella serata».
Mi alzo e torno tra il pubblico, accompagnata dagli applausi.
Sto esplodendo dalla rabbia.
Voglio scappare.
«Andiamo», ordino al collega che ha portato famiglia e amici per farmi da supporto.
«No sei matta? Cosi sembriamo maleducati», mi frena sua moglie. Dobbiamo rimanere per forza. Io friggo sulla sedia come le patatine del Mc Donalds.
I cloni iniziano ad alzarsi ad uno ad uno per declamare le loro poesie. Il peggio è che ognuno ne ha due e o tre da recitare.
E sono una peggio dell’altra. Mi viene il mente la canzone di Guè che dice «Il volo era interminabile», ma lui almeno stava andando in America. Io sono bloccata qui. Uno del pubblico mi fa un cenno, tipo che vuole un autografo e la dedica. Mi avvicino, ma vuole solo parlarmi del suo libro.
Mi attacca un bottone di due ore. E siccome non lo sto ascoltando con troppa attenzione, inframmezza con domande sul mio libro, quanto vende, dove vende, se per caso posso far ripubblicare il suo dalla mia casa editrice. Mi sembra di rispondere in maniera abbastanza scortese da indurlo a smettere di tormentarmi, invece credo proprio che lui mi trovi gentile perché non la finisce più di farmi il terzo grado.
Quando riesco a liberarmi, un’altra signora si gira, mi sorride, e mi sussurra «lo il libro non lo compro, ma se mi dà il suo numero ogni tanto le telefono». Dico «sì sì, dopo», tanto per dire qualcosa.
Un’amica di mia mamma mi insegue per farmi le foto.
Una signora mi ricorda che sono il suo angelo (ma il mio dov’è?) e vuole un appuntamento per raccontarmi la storia della sua vita.
Mi sembra di essere nella gabbia dei leoni. Mi stanno sbranando.
Se fossi davvero un clone mi starebbero saltando i circuiti. Una mia collega, che fa parte del gruppo di supporto, si avvicina e mi dice: «Sei sopravvissuta a tutto, ma non so se esci viva da questa serata, con queste poesie, che, poi, (ruota il palmo della mano all’insù come quando si indica qualcosa di approssimativo) chiamarle poesie è fargli un complimento».
Mentre io mi avvio alla morte, gli aspiranti poeti si alternano al leggio.
Tantalo, Sisifo e Prometeo hanno sofferto meno nei loro supplizi, sono stra certa. Quando finalmente gli zombie hanno finito, si scopre che siamo stati noi a far da pubblico a loro e non viceversa.
Ecco perché non davano segni di vita, non sapevano neanche chi fossi, erano lì per le loro esibizioni. La tortura è finita. Devo uscire dalla gabbia.
«Io vado», dico ai colleghi e fuggo senza salutare. È tardissimo, piove fortissimo e ci vorrà ancora un’ora prima che arrivi a casa.
Comunque, per non essere maleducata, ho scritto anch’io una poesia, poesia…
Eccola.
IO, IL NUOTO E LE RANE
Le rane hanno la pancia piatta
Chi nuota a stile libero ha le braccia grosse
Io nuoto sempre a stile
Non ho la pancia piatta
ma ho le braccia grosse.
Ho finito. Dai applaudite.

 

 

CAPITOLO 26
DIVENTA IL TUO IDOLO
TI ADORERAI DA SOLO

 

Non te lo ridà indietro nessuno il tempo che hai perso a stare male. Ti resta addosso come una cicatrice. E io sono piena di cicatrici, come Edward Mani di Forbice.
E infatti mi è tornata la perversione di tagliare i capelli. Da sola. A uno a uno.
Colpa di un parrucchiere francese, mi pare, cioè colpa mia, però avevo letto da qualche parte che c’era questo genio delle forbici che tagliava i capelli a seconda di come cadevano. Lo so che l’articolo suggeriva di andare da lui (per avere un taglio meraviglioso) e non il fai da te (per combinare un disastro atomico). Ma visto che avevo il vizio di farmi la frangetta da sola, e se mi scappavano le forbici mi veniva storta, ho pensato che se avessi adottato questo nuovo sistema avrei fatto meno danni. Tipo come quando mangi un pacchetto di Haribo intero. Ma a uno a uno. Sembra meno grave che svuotare il pacchetto mangiando le caramelle a manate. Ecco io faccio così. Dopo l’incontro dell’altra sera, ho preso le forbici e, a uno a uno, ho fatto una strage di capelli innocenti.
Sono entrata in una specie di trance, come se mi stessi accanendo contro gli zombie, fatto sta che li ho decimati. Sembro un mostro. Sono un mostro. «Adesso cosa faccio?», chiedo disperata a mia sorella
«Non lo sai che esiste una categoria riconosciuta dalla legge, una categoria di professionisti, molto quotati, sai come si chiamano? Parrucchieri. Tu vai dal parrucchiere e il parrucchiere sistema tutto».
Io ne ho una fila, di parrucchieri. Sono uno più bravo dell’altra.
ma quando torno a casa, prendo le forbici e taglio.
Dopo mi vergogno a tornare.
E cambio parrucchiere.
E la storia ricomincia.
Ma qui non è un problema di capelli, qui è un problema di stress.
Non ce la faccio più a sopportare questi incontri a pubblico zero. Mi stanno dilaniando. Quando pubblichi un libro si creano strane dinamiche. Intanto pensano che io abbia il potere della mia casa editrice ed è tempo perso spiegare che io non ce l’ho. Nessuno ci crede.
Poi alcuni mi invidiano cosi tanto che me lo dicono in faccia. «Tanto lo sai qual è la voce che gira, che il libro non l’hai scritto tu», ha sibilato Madame Flaubert. Io non sono neanche riuscita a rispondere perché quando scrivo, spargo capitoli ovunque per vampirizzare pareri. Quindi ho almeno cento testimoni pronti a giurare che è farina del mio sacco anche se ho questo vizio di reimpaistarla in mille modi diversi fino a quando non mi piace. Ho i testimoni per tutte le versioni, anche se forse venderei di più se si scoprisse il contrario. Speriamo che Madame Flaubert sparga la voce.
Comunque non è solo lei che pensa male. Mr Flemma mi voleva a tutti i costi a un incontro dove, di solito, ci sono due persone. Per fortuna l’ha detto subito cosi ho risposto «scusa ma non posso venire».
Per non essere troppo scortese ho tentato di spiegare perché. Lui mi ha ascoltato inframmezzando il discorso di «d’accordo», «d’accordo», poi a un certo punto ha perso la sua flemma e ha esclamato: «Ah. Ecco. Quindi stai dicendo che HAI PAGATO PER PUBBLICARE, È UNA TUA AMMISSIONE, L’HAI DETTO TU».
Ho risposto:«No guarda, proprio il contrario. Ti sto dicendo che le presentazioni senza pubblico, come quella che mi stai proponendo tu, mi stanno costando un capitale perché io ogni volta, non sapendo che arriverà un in posto disabitato, compro un vestito nuovo e mi costa un capitale. Siccome stavolta lo so, non vengo, cosi risparmio i soldi del vestito, questo volevo dire».
Oltre al fatto che, se capisci tutto al contrario in questo modo, non oso pensare cosa avresti detto alla presentazione. Altro che tagliarmi i capelli, dovrei cucirmi la bocca per non dar retta alle persone così.
Poi non ci sono solo gli incontri. Ci sono anche i premi. Mi hanno costretto a partecipare ad alcuni concorsi letterari perché erano sicuri che vincessi.
Infatti ho perso. Io non voglio partecipare perché ci resto troppo male se perdo. Già ho un problema con la mia gara preferita, Crea la tua patatina. Propongo almeno 50 varianti a edizione e vince sempre la combinazione di qualcun altro, che oltretutto non mi piace. Poi, comunque, non vinco mai niente di base, né con gli yogurt, né con i crackers, nè con la polenta nè con la carta igienica. Perdente nata, loosers e no winner come la canzone di Gemitaiz.
Questo libro sta diventando un mattone che mi cade in testa ogni mattina ye ye (ed ogni sera uo uo e ogni notte in testa a me).
Quindi sono tanti Mattoni, come il disco di Night Skinny che, per la cronaca, è una bomba.
Quando ero alla medie la prof di tecnica ci ha dato un compito: «Disegnate una casa e sistemate le prese elettriche». Io ho iniziato a disegnare una villa, tipo quella del Bel francese. Ho fatto sei stanze, quattro bagni, due cucine, forse tre e poi mi sono incartata. Non mi tornavano più i conti (le righe) e mi venivano i locali triangolari. A tempo scaduto, i miei compagni avevano finito i loro bilocali con prese. Io, che volevo fare troppo, non avevo fatto niente. La prof, che era buona, mi ha guardato e ha detto: «Ma non potevi fare una casa normale come tutti gli altri, così non sbagliavi?». Io l’ho guardata come se non avessi capito la domanda. Mia mamma dice sempre «se devi sognare, fallo in grande». Ma quello non era un sogno, era un compito in classe.
Adesso mi sento come quel giorno lì.
Quando ho chiesto agli organizzatori delle poesie come mai era uscita una serata così terrificante, si sono pure offesi.
«Ma se ce l’aveva detto lei di portare un po’ di persone?».
Si ma io intendevo di non lasciarmi lì in sala da sola, non che io e miei amici saremmo stati costretti a far da claque. L’ho pensato, ma non l’ho detto, tanto sarebbe stata fatica sprecata.
Non capiscono.
L’altro giorno eravamo in un bar all’aperto, le zanzare mi mangiavano le gambe, c’erano quattro persone che erano venute per salutarmi e due in fondo che bevevano l’aperitivo. A un certo punto quelli in fondo si sono alzati e se ne sono andati.
Così si è capito che, tanto per cambiare, tolti i miei soliti adorati quattro gatti, il pubblico era inesistente. Tipo quando sono arrivata a una presentazione in un bunker e c’era Brad Pitt da tutte le parti e un critico letterario ha detto che io sono la nuova letteratura, perché uso il linguaggio giovane dei social per delle cose serie (come la povertà degli scrittori, per esempio), ma Dante lo trattavano così?
Secondo me no, anche se devo andare a ripassare, per essere sicura.
Ora, però, non ho tempo. Sto guardando un film. Anzi no, sto guardando il film che cambierà la vita. Si intitola “Molly’s game”.
«Io non ho nessun idolo. Se raggiungerò tutti i miei obiettivi e mi trasformerò nella persona che ho deciso di essere, il mio idolo sarò io».
L’ha detto Molly, la protagonista e mi ha fatto passare la depressione di colpo. In realtà lei doveva diventare campionessa di salto con sci, ma si è spaccata la schiena e ha aperto delle bische clandestine. Insomma è diventata una persona molto diversa da quella che si era prefissata.
Suo papà, Kevin Kostner, la allenava nello stesso modo in cui mio papà ha educato me.
«Non esiste non riesco, non esiste non posso, non esiste non so».
Non ha funzionato. Né con lei né con me.
Perché esistono eccome, per me in particolare.
Forse dovevo avere un padre come Pablo Escobar. L’ho scoperto nel film con Javier Bardem.
A un certo punto, circondato da montagne di cocaina, Escobar tiene una lezione al figlio, che avrà 5 anni.
«Guarda – gli dice – , questa è pasta di coca. Ti frigge il cervello. Noi ci lavoriamo con questa, ma non la usiamo. Sai chi è Nancy Reagan? No? E’ una signora molto importante. Sai cosa dice? Dice: “se te la offrono tu di no”. Hai capito? Dì di no e basta».
Tu pensi di avere il padre migliore del mondo, che ti sprona a dare il meglio di te e poi la regola migliore per la vita arriva dal narcotrafficante più famoso del mondo.
L’altro giorno mi hanno invitato a parlare del libro ai ragazzi delle scuole elementari. Lo so è una bella notizia. Ma io tendo sempre a dare più importanza a quelle brutte. Comunque, per spiegare ai ragazzi che non dovevano accettare mai la droga da nessuno, ho citato il film.
Quando ho nominato Escobar ho visto l’insegnante sbarrare gli occhi, a un passo da uno svenimento. Ma poi, per fortuna, ha capito che c’era una morale positiva e si è rilassata.
Comunque la prossima volta che parlo agli studenti, forse è meglio che citi un altro film. Forse è più adatto quello in cui Meryl Streep recita la parte della Thatcher e a un certo punto dice: «Abbi cura dei tuoi pensieri, perché essi diventano le tue parole. Abbi cura delle tue parole, perché esse diventano le tue azioni. Abbi cura delle tue azioni, perché esse diventano le tue abitudini.
Abbi cura delle tue abitudini, perché esse diventano la tua vita». È una frase di Ghandi.
Magari la spedisco agli aspiranti poeti cosi hanno qualcosa di già pronto ed evitano di improvvisare.
Io sono ancora molto lontana da Pablo , dalla Tatcher e ancora di più da Ghandi.
In compenso, ho smesso di lamentarmi della mia famiglia da quando ho letto “Terremoto”, il libro di Chiara Barzini dove la protagonista vive in America (che uno dice, figo vivi in America) e invece gliene succedono di tutti i colori.
Ma quello che volevo dire è un’altra cosa.
Io devo smetterla di tagliarmi i capelli per punirmi di aver detto «sì». Non è colpa mia se hanno organizzato male. Qualcosa non funziona è chiaro.
Dicono tutti che il libro è magnifico ma questo vale per chi l’ha letto, che in totale saranno quanti? Me lo chiedono tutti. Allora devo calcolare. Prendiamo tremila copie vendute, moltiplichiamole per i quattro lettori ai quali ciascuna copia è stata prestata e sommiamo tutti i prestiti delle biblioteche.
Mettiamo pure che in tutto l’abbiano letto 20mila persone, è ancora pochissimo. In Italia siamo 60 milioni, mica posso andare avanti a regalare il libro a tutti.
Già mi sto svenando con quelli che mi dicono «mandamelo che ti faccio la recensione» e io l’ho mandato,ma la recensione sono ancora qui che l’aspetto. Poi ci sono quelli «mandalo all’Associazione più potente di tutte le associazione vedrai che ti aiuta».
Sì, sì, vedrai che finisce come la copia regalata un’anziana signora, con anziano signore in carrozzina, che ha detto «che bello, prima lo leggo poi lo do al Grande e famoso e luminoso Gruppo anziani».
E il gruppo lo sta ancora aspettando.
Le mie amiche e anche la mia editor mi sgridano quando vedono che mando i libri con Amazon.
«Anna tu devi venderli i libri, non comprarli».
Finirò in rovina come i Duke in una “Poltrona per due”, ma io sono buona mica cattiva come loro.
Per fortuna che, prima che il libro uscisse, avevo giurato alla Gisella che non avrei mai regalato neanche una copia.
Perché se regali qualcosa a chi non interessa, si deprezza. Ma se la gente le lo chiede in regalo perché gli interessa, ma poi lo spara là in qualche mercatino, la colpa è tua che pensi siano tutti come te, che adori pubblicizzare i regali degli altri.
Adesso che ho capito, però, devo smetterla. E ascoltare chi ne sa più di me.
Tipo Riccardo Pozzoli, un manager bocconiano, che ora è sposato con Gabrielle Caunesil, una modella francese di una bellezza superiore.
A vent’anni, però, era il fidanzato della Chiara e insieme hanno messo in piedi l’impero. Nel suo libro ha spiegato di aver subito pensato a lei con le 4 P dell’economia prodotto, prezzo, posizionamento e promozione.
Nel mio caso credo che abbia dimenticato la P di colPo di cu.. (metti le lettere giuste nei puntini per finire la parola).
Io non ho fortuna. Ma proprio zero. Ci sono persone che quando camminano, se c’è una buca, ci finiscono dentro (io). E altre persone che passano subito dopo che la buca è stata riparata. Come dice Marracash in una canzone, aspetta che canzone è, ah si una bellissima, “Il mondo dei grandi“con Emis Killa. Dice che ci sono quelli «che quando piove prendono l’acqua e quelli che passano asciutti tra una goccia e l’altra».
Io mi inzuppo, finisco nella buca che si è formata proprio mentre arrivavo io, mi viene il raffreddore e poi prendo anche la multa. Come l’altro giorno.
Parcheggio al solito posto, alla stazione.Vado a Milano e quando torno e vedo un foglietto rosa sotto al tergicristallo, 42 euro di multa.
Ma come? Fino a ieri la buca non c’era, il parcheggio era libero. Fino a ieri, da ieri una piccola parte di parcheggi è diventata a disco orario.
Ma non è che ci fossero i cartelli al neon.
E io non ho badato alla nuova (microscopica) segnaletica.
Il bello è che quando sono arrivata il piazzale era vuoto. Potevo parcheggiare dove volevo. Ovviamente ho lasciato l’auto a destra dove c’era la nuova zona a disco.
E ho preso la multa. Sono caduta nella buca che si era appena formata.
Quelli che non si bagnano sotto alla pioggia l’avrebbero lasciata di sicuro a sinistra.
Posso così avere cura dei miei pensieri e delle mie parole e delle mie azioni e dei miei capelli se la quinta P, la più importante, è sempre e solo in colPo di sfiga
Per forza io ho sempre qualche idolo diverso da me. Per questo adoravo il Defunto amore, volevo essere come lui. Non bagnarmi mai sotto la pioggia. O bagnarmi in sua compagnia. O anche farmi asciugare da lui, che andava bene lo stesso.

 

– Anna Savini

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