Come scrivere un libro e diventare povera – Capitoli 23 e 24

Come scrivere un libro e diventare povera – Capitoli 23 e 24

CAPITOLO 23
SETTE RAPPER IN 7 GIORNI
SANTO SUBITO EMIS KILLA

 

«Ma non puoi tornare ai tuoi soliti idoli, Richard Gere, Paul Newman, Steve Mc Queen? Era così bello quando parlavi di loro. Adesso nomini solo Marra, Sfera e Guè».
A parte che due attori dei tre succitati sono morti e il terzo ha i capelli bianchi, ma mia sorella non capisce il mio amore per i rapper. Io non capisco come ho fatto a passare la mia vita senza di loro. Intanto hanno i capelli interessantissimi, tipo Izi o Tedua, e anche quando non ce li hanno, sono stati bravissimi a fare una cosa che io non riesco a fare. Hanno preso le carte in tavola, che valevano poco o niente, e le hanno usate per far diventare la loro vita un castello. Così si sono tolti dalla strada e sono diventati re.
E l’hanno fatto da giovani, senza che nessuno li aiutasse. Per questo li stimo. Per questo li studio.
Se fossi stata come loro, non sarei qui con tutte le mie carte che vorticano ancora in aria. Come minimo avrei scritto un libro a 14 anni. E a quest’ora ne avrei una fila, come Arrigo Cipriani, che non è un rapper, ma è il proprietario dell’Harrys bar di Venezia.
Quando mi ha detto che aveva scritto dodici libri, sono rimasta sbalordita.

«Ma come hai fatto a scriverne così tanti?», gli ho chiesto.
«Ragazza – ha risposto – guarda che se scrivi un capitolo al giorno, alla fine dell’anno ne hai 365». Io gli davo del lei, per rispetto, ma poi lui ha letto il mio libro e ha esclamato: «Dammi del tu. Tra colleghi si fa così e tu sei una scrittrice, altroché se lo sei».

Ora che ci penso, devo ancora farmi perdonare per non essere andata a trovarlo a Venezia. Ma mi sa che le scuse via email che gli ho spedito dal vaporetto non hanno funzionato. Certo sarebbe magnifico scrivere romanzi sui tavoli all’Harry’s bar come Hemingway e Truman Capote, provarci una volta almeno, ma è che adesso sono troppo impegnata con i miei rapper per tornare in laguna.
Ho una scaletta serratissima.
Sette rapper in sette giorni.
Fra poco ho Emis Killa.
Subito dopo Vegas Jones.
Lunedì Highsnob.
Martedì Capo Plaza.
Mercoledi Gemitaiz
Venerdì Drefgold
Sabato notte Gué Pequeno.

In realtà ho anche l’ottavo, Noyz Narcos, ma è di una settimana fa.
Ho già sviluppato una dipendenza per le sue canzoni. Non so, sembra un delinquente. Va contromano, ruba le giacche nei privee, dice la parola che porta fortuna mille volte nelle sue canzoni, ma a me piace tantissimo. Quando guardo le modelle mi viene una gran tristezza. Sono tutte più belle di me e sono piene di vestiti bellissimi. Anche i rapper, a dir la verità, ma hanno tutti un passato tragico. Tedua viveva in affido. Mondo Marcio aveva problemi con la sua famiglia.
Izi è scappato di casa a 17 anni e dormiva in stazione e sui tetti. Mahmood aveva problemi con il papà. GionnyScandal, che è più emo che rapper, ma è uguale, è stato abbandonato da piccolo poi ha perso i genitori adottivi e la nonna che l’aveva cresciuto. Sa che ha un fratello, ma non sa dov’è.
Per quello è sempre triste, come canta mel suo nuovo album. Sono storie consolatorie, in automatico mi fanno stare meglio. Molti di loro, poi, sono stati arrestati. È vero che ne sono uscite canzoni bellissime come “Little blue boy” di Frank il Profeta, ma insomma hanno avuto vite avventurose.
Se mai avessero avuto un lavoro lo odiavano e l’hanno perso subito. E poi che amici avevano, ladri, drogati. Ma gli volevano bene lo stesso, come ha scritto Achille Lauro nel suo libro.
Comunque, grazie alla loro musica, hanno chiuso con quelle vite.
Chi si drogava (non tutti) ha smesso, canne a parte che – per loro – non sono droga ma argomento da cantare praticamente in ogni strofa.
Io su questo punto sorvolo. Non è per questo che li ammiro.
Li ammiro per il talento e la determinazione.
Il mondo è pieno di gente che si fa le canne, ma di artisti che emergono grazie al proprio impegno no.
Poi, come dice Marracash, non è che uno si droga perché ascolta il rap. Si droga anche se ascolta Mozart, se vuole.
E comunque i rapper sono come i nuovi moschettieri, spesso sono molto più “bravi ragazzi” di quanto non appaiono. Adesso, per esempio, ho una prova in diretta.

«Signora, dai, anche te, che maniera di chiamarla… Al massimo sarà signorina». Emis Killa Santo Subito. Ha appena ripreso la sua guardia del corpo per avermi chiamato signora. È che ero in mezzo a trecento ragazzini e volevo anch’io la foto con lui. Il bodyguard voleva essere gentile. Ma Killa, che è furbo quanto bello (quindi furbissimo), ha capito subito che a me non piace tanto chi mi chiama signora perchè io da piccola davo del lei a chi aveva vent’anni, giusto per chiarire che LORO erano vecchi e io no. Quindi il mio giudizio, ogni volta che mi chiamano “signora”, non dice “che gentile”, ma “oddio quanto sono vecchia”.
Emis Killa ha capito al volo. Che signore (nel senso di educato, sia chiaro).
Mi sta molto simpatico. E poi assomiglia al bambino che voleva sposarmi all’asilo.
Le sue canzoni mi piacciono TANTISSIMO. Sono proprio belle, come i suoi capelli. Riesco perfino a farle sentire a mia mamma (quasi). Lei non sopporta i rapper. Usa il verbo infliggere. Dice: «Noi siamo cresciuti con Celentano e Battisti. Tu non puoi infliggerci i tuoi rapper».

Io Celentano lo adoro, ma non sono d’accordo con lei (mio papà sì).
Anzi, per me Sfera è il nuovo ragazzo della via Gluck, l’ha scritto anche Vanity Fair. Marra è il nuovo Jim Morrison. Guè Pequeno vuol essere il nuovo Sinatra.
Emis Killa è più, più.. più il nuovo Elvis forse? Devo stare attenta a scegliere perchè è un po’ permaloso, ma credo che Elvis gli vada bene.
Comunque mia mamma è una campionessa di parole crociate. Mio papà di parole crociate e rebus. Dovrebbero apprezzare l’abilità dei rapper con le parole. Sono abilissimi, potrebbero lavorare senza problemi alla Settimana Enigmistica. Le loro canzoni sono come il cerchio concentrico, che è l’unica cosa in cui sono maestra io. Però io sono davvero stonatissima, non potrei mai fare la rapper. Anche perché devi essere tutta tette, capelli e chiappe come Nicky Minaji, Cardi B. e Elettra Lamborghini. È vero che adesso è arrivata la Madama, la rapper che ha conquistato Ronaldo e che ha il sedere più piatto del mio (almeno cosi dice). Ma lei ha i ricci che parlano e poi è giovanissima. Nessuno le dà del lei. E poi ha la voce, sa cantare. Io no.
A parte il fatto che sono inchiodata a terra e non so neanche ballare.
Quindi, se c’è un lavoro che non potrei mai fare, è proprio la rapper.
A questo punto mia sorella mi prende sempre in giro. Perchè l’elenco di «ecco questo è un lavoro che non potrei mai fare» è lunghissimo e in continuo aggiornamento.

Ma a lei questa aggiunta non interessa. Appena le parlo di un rapper mi stoppa. L’ultima volta mi ha detto: «No scusa ma di quanti rapper ci devi ancora parlare? Ormai ti piacciono tutti. Fabri Fibra no? Perché ha il baricentro troppo basso? Ho già capito io, è per quello».

No non è per quello, mi sembra che il suo baricentro non abbia nessun problema. Ma mi agita. Sembra pazzo, come me, più di me. Ho ascoltato i suoi vecchi album, avrà fatto 107 canzoni, ho ancora tantissimo da studiare. La prima volta che l’ho sentito, però, mi sono spaventata. Era così schizofrenica, la sua musica che mi ha agitato ancora di più. Lo sa anche lui, dice che chi lo ascolta vede rosso. Altro che rosso. Io non ci vedo proprio più. Mi frigge il cervello. Ho già la mia guerra che mi agita. Ho bisogno di pace. Non potrei mai star dietro a uno con un disordine mentale più accentuato del mio. E comunque anche lui vive, molto felicemente, senza la necessità di conoscermi.

Tutto questo ovviamente non sono riuscita a dirlo a mia sorella perchè non mi ha lasciato parlare. E per fortuna, perchè erano cose che valevano solo per i vecchi cd. Dopo ho scoperto che è un Fenomeno, come la sua canzone. E infatti da quando ho sentito Calipso, di Charlie Charles, vado in giro come un automa, con gli occhi nel vuoto, cantando di continuo la strofa di Fabri: “Ho provato ad andare lontano Per guardare il mondo con occhi diversi Ché possiamo scappare da tutto, sì tranne che da noi stessi”. E’ come se mi avesse letto nel pensiero.
Poi mia sorella si chiede ancora perchè ascolto i rapper, perchè mi conoscono meglio di lei, di mia mamma e soprattutto meglio di quanto non mi conosca io. “Calipsoo”. Corri ragazza nei vicoli, non aspettarti miracoli.

 

CAPITOLO 24
LA LUNA, BRAD PITT
E GLI STIVALI DI MARGIELA

 

 

Sono la ragazza che andrà sulla luna con Brad Pitt.
Non sono la ragazza che andrà sulla luna con Brad Pitt.
Se non decido cosa fare, sarò solo la ragazza che non ha un paio di stivali di Maison Margiela per andare sulla luna con Brad Pitt.
Ero stracerta di volerli. Li ho comprati. Su Farftech.
Quelli di Farfetch me li hanno spediti in una confezione a prova di bomba.
Sembrava una navicella spaziale inviata dallo spazio.
Solo che, durante il tragitto, i miei stivali hanno subìto un attentato, tipo una tempesta di meteorite. E sono rimasti sconvolti. Niente di grave, ma abbastanza per choccare anche me.
Di colpo la mia maschera d’ossigeno della certezza ha iniziato a perdere.
E la mia personalità si è sdoppiata insieme alle decisione che non riesco a prendere.
Sembro Jeckyl e Mr Hide, solo che sono un mostro in entrambi i casi.
Stivali o non stivali. Brad Pitt o non Brad Pitt. Questo è il problema.
A Farfetch, se c’è un problema, lo risolvono.
Quindi non ci sono problemi. Stanno solo aspettando una risposta. Se decido, è fatta.
Il problema è cosa decido.
Sembro i dvd inceppati. Quando non riescono più ad andare né avanti né indietro.
Io gli stivali li voglio. Non sono stivali qualsiasi. Sono stivali identititari.
Non importa chi sia stata io fino a questo momento.
Se il mondo mi vedrà con questi stivali, io sarò la ragazza con gli stivali bianchi di Margiela, perfetti per andare sulla luna con Brad Pitt. Sarò come la canzone di Guè «ai piedi Maison Margiela».
Questo acquisto è un investimento. Una mossa vincente.
Scacco matto alla reputazione da scrittrice, che ha pubblicato un solo libro, per di più su un argomento di cui NON vuole parlare.
Sono un modo per spianare la strada alla nuova me. Sarò la Ragazza con gli stivali di cui tutti parleranno. Pensandoci bene, sono anche anti rughe.
Chi ti guarda più la faccia con un paio di stivali così?
Allora cosa aspetto ancora?
Dico «si, grazie, li tengo. Sono felice».
A Farfetch ringraziano e dicono che sono felici anche loro.
Lo dico a mia mamma. Non è felice e non approva la scelta.
La maschera d’ossigeno dell’incertezza ricomincia a perdere.
Ricambio idea.
Nessuna obiezione.
«Li renda pure».
Solo che adesso ho perso di nuovo la mia nuova identità.
Non sono più la ragazza di Brad Pitt, ma la scrittrice che non è andata in classifica.
Precipito. Cambio idea. Un’altra volta.
Terrò i miei stivali. L’accendiamo, come dicono in tv, e la facciamo finita.
Siamo di nuovo tutti felici. E io mi riprendo l’identità perduta.
Mia mamma è sempre contraria, ma stavolta la ignoro.
Le gemelle stanno dalla parte della nonna. Mia sorella sta dalla parte della nonna. I miei colleghi non conoscono la nonna ma sostengono la sua stessa tesi.
Silvia e Angelita votano si. Ma la mia amica Lorenza si scaglia con grande accanimento contro i miei poveri stivali. Sostiene che, anche se li tengo, Brad Pitt non mi porterà lo stesso sulla luna e che sulla Terra non li metterò mai.
La bombola d’ossigeno della certezza è quasi vuota. Sto soffocando.
Avviso i manager (santi) di Farfetch, spiego che non posso proprio tenere gli stivali che, nel frattempo, in attesa di giudizio, giacciono da tre giorni in portineria chiusi nella navicella spaziale con la quale sono arrivati.
Quelli di Farfetch penseranno che sono pazza. Penseranno giusto. Ma non si faranno capire, perché sono addestrati per essere gentili e anche molto efficienti.
Organizzano il rientro senza esitazioni.
Presto arriverà il corriere a ritirarli e li riporterà alla base.
Lontano dagli occhi, lontani dal mio cuore.
Dovrei sentirmi sollevata. Il problema è risolto.
Invece sono schiacciata dalla tristezza.
Sono come Michael J Fox in “Ritorno al futuro” quando si guarda la mano e vede che sta sparendo perché i suoi genitori non riescono a baciarsi.
Solo che la mia identità non si salverà in extremis come la sua. Andrà in dissolvenza fino a quando non sarà sparita del tutto.
L’ho persa per sempre.
Non ho i miei stivali per andare sulla luna, ma neanche per andare a X Factor da Sfera e neanche per andare alla cena di Grazia.
Non ho la mia nuova identità.
Sono come la canzone di Ultimo, “Il ballo delle incertezze”, solo che lui parla di adolescenti, non di una che ha gli armadi pieni di scarpe che rispecchiano un’identità inferiore alle sue aspettative.
Ora che ci penso. andavano bene anche per incontrare Keanu Reeves nel remake di Matrix, andavano bene anche con Johnny Deep. Andavano bene per tutto e tutti, tranne per mia mamma. Ovviamente adesso lei dice che non c’entra niente. Che sono grande e vaccinata.
«Tutte le volte la stessa storia – dice –. Non chiedermi più niente, fai quello che vuoi».
Faccio quello che voglio. A sapere cosa, sarebbe anche facile.
Vado a vedere “C’era una volta Hollywood”, almeno su questo sono certa.
Sono tre mesi che aspetto di vedere questo film.
NOOOO. Adesso mi ricordo perchè amavo questi stivali alla follia, Perché sono come quelli di Margot Robbie. Potevo metterli con la minigonna bianca e il dolcevita nero anche per stare sulla Terra. E invece non ce li ho più.
La mia nuova identità è sparita del tutto. Sono tornata io. Una che non riesce a prendere una decisione.
Neanche per un paio di stivali.
È più forte di me, non riesco a scegliere. È una malattia grave, riconosciuta dal sistema sanitario internazionale, ma non è che ti danno dei buoni da spendere per comperare tutto quello che vedi, cosi non puoi andare avanti a sbagliare senza preoccuparti. No, ti devi arrangiare. Tu e i tuoi attacchi di i follia, io e i miei attacchi di follia. E mica mi succede solo con le cose che costano un capitale, lì mi controllo per forza. È quando sono in mezzo ai p(r)ezzi usa e getta che lascio la mia parte razionale fuori in parcheggio ad aspettare, come i mariti che odiano lo shopping.
C’è un negozio di cinesi, dove ormai vivo in pellegrinaggio. È vicino a un gommista. Lo zio Primo lavorava lì. Quando andavo a cambiare le ruote della neve, mentre aspettavo che finisse smontaggio, montaggio, pressione, equilibratura e pulizia dei cerchi, per far passare più alla svelta il tempo, entravo in quel negozio. Lo zio Primo non c’è più ma quando sono agitata, vado ancora dai cinesi. Ho una collezione di pantaloni neri che tanto costano solo 13 euro. Di jeans che tanto costano solo 20 euro, di minigonne che tanto costano solo 8 euro. È vero che quando arrivo a casa, se cambio idea, posso cambiare i miei acquisticon i detersivi, ma la sostanza è che compro di continuo cose di cui non ho bisogno.
E infatti il problema rimane. Nell’armadio, chiuso a far niente, ho il corrispondente di due paia di stivali di Margiela. E potrei aprire un negozio di detersivi. Il problema è sono molto agitata. Quindi non vado solo dai cinesi, vado dappertutto. Compro per calmarmi. Ma poi vengo assalita dai sensi di colpa e mi agito.
Nei miei negozi di riferimento, tutti sanno che i miei acquisti sono transitori, non perchè non vadano bene, lì va bene tutto. Solo che io non metto il rosso, quindi è inutile che lo compri, perchè poi mi pento. Idem con il giallo. Idem con il verde. Idem con l’oro e le scarpe con il tacco. Idem con le scarpe con il doppio tacco.
Eppure non sto citando errori a caso, sto citando errori specifici. Una parte microscopica di errori specifici. In due soltanto dei miei negozi di riferimento.
C’è una canzone di Fabri Fibra che dice di credergli «che è come se ci fosse qualcuno in casa che indossa i miei vestiti, cambia i testi che scrivo e dopo svuota il frigo».
Ecco a me succede la stessa precisa identica cosa. È come se ci fosse qualcun altra che entra in negozio, compra quello che non voglio io e poi però rimanda me a cambiarlo. Per fortuna io vado nei negozi dove ci sono le mie amiche. Anzi diciamo che io divento amica di tutti le ttitolari dei negozi in cui vado abitualmente. Perchè è vero che al mondo non esiste una cliente più indecisa di me, ma neanche una che raddoppia la cifra dello scontrino ogni volta che cambia qualcosa.
Con questo modo di acquistare alla Kinsella (e senza il suo patrimonio da scrittrice di best seller) ho un guardaroba B di cose troppo belle (o troppo brutte) che non metto mai. E un guardaroba A di cose basic, tutte uguali, camicie azzurre, giacche e pantaloni neri, che metto sempre, tipo noiosissima divisa.
Così il dissesto economico è completo. Lo so che non si fa così, ma non posso farci niente. Se non arrabbiarmi per la mia capacità di ripetere gli stessi errori all’infinito. E la rabbia fa male. Da quando è uscito il libro sono peggiorata. Per non trovare troppa gente che conosco sono andata (anche) in negozi dove non mi conosceva nessuno. E la lista degli errori si è allungata. Il portafogli trabocca di scontrini di acquisti fatti dall’altra me, a cui dovrei rimediare io. Non so, forse dovrei donare il mio cervello alla scienza, così lo studiano e pubblicano una ricerca. Però temo che prima dovrei morire. Quindi inizio a lasciare degli appunti che possono servire ai ricercatori per capire come (non) funzionano le mie sinapsi.

 

I SEGNALI DELLA DEMENZA SENILE
E COME RICONOSCERLA
DEFINISCI SPOSTA L’ECONOMIA

Vado da Bershka perché ci è andato Fedez, scopro che costa tutto niente. Compro due paia di stivaletti neri, uno di vernice con tacco largo, uno di pelle con tacco a punta. Un paio di stivaletti bianchi con tacco nero. Compro anche una valigia rosa così metto dentro tutto, compresi gli stivaletti con la ghetta appena presi da Zara e le sei camicie azzurre tutte uguali di H&M. Torno al treno trascinando il trolley rosa convinta di aver risparmiato tantissimi soldi. Gli scontrini sommati fanno 274 euro. Un grande affare, per i negozi.

 

DEFINISCI RIPORTA L’ECONOMIA AL SUO POSTO

Arrivo a casa, apro la valigia. Guardo quello che ho comprato come se fosse la prima volta che lo vedo. Torno da Bershka, il giorno dopo, cambio tutto con un altro trolley rosa. Torno a casa con la valigia vuota. Pentita, torno da Bershka a cercare gli stivaletti bianchi da Celentano che ho riportato. Non ci sono più. Cerco sul sito dove li posso trovare. A Roma il mio numero c’è. Cerco amiche inviate a Roma. Trovo le inviate. Ma arrivano troppo tardi. Gli stivaletti sono già stati venduti, mi viene voglia di scambiarli con il mio cervello. Tanto non vale molto di più.

 

DEFINISCI SALVA L’ECONOMIA

Vado a Milano tutte le settimane. Compro una quantità di roba illimitata, evito di fare l’elenco per la vergogna e perché se no occupo lo spazio di un’enciclopedia. Ne cambio la metà, ne ricompro il doppio. Ricambio, rivendo, piazzo sul mercato nero delle mie amiche fino a quando non esco con la fedina pulita e non ho più niente cambiare. Sono orgogliosa di me stessa. Vado dai cinesi e esco con 180 euro di cose. Da cambiare.

 

INTERVALLO

Apro l’armadio e scopro quattro paia di scarpe comprate da Blufrida che non ricordavo più di avere. Apro l’altra anta e scopro che ho dieci paia di pantaloni con il cartellino che non metto mai perché sono troppo argento, troppo rosa, troppo stretti, troppo lunghi, troppo larghi, troppo neri, troppo a scacchi, troppo jeans, troppo antipatici come me. Prenoto una seduta da una psicologa, uno psichiatra, un prete, un esorcista magari. Giuro: d’ora in avanti non sbaglierò mai più acquisti. Bugiarda.

 

UN MOMENTO DI FOLLIA

Vado da Gucci e compro i mocassini dei miei sogni, le Queercore da maschio come quelle di Alessandro Michele. Torno a casa con i sensi di colpa. Ritorno da Gucci, cambio le Queercore con le scarpe da ginnastica suola trampoliere che avevo scartato perché facevano troppo clown. «Ma per il libro ti servirà l’altezza», dice una commessa e mi convince. («Ma per il libro ti converrà risparmiare visto che vende cosi poco», dice una voce che, invece, ignoro). Esco da Gucci con le scarpe da clown ai piedi e provo subito un immenso, sconfinato, incomprensibile odio per loro. «Orribili!» esclama una signora che incrocio in via Montenapoleone confermando i miei dubbi. Vado a prendere il treno. Resisto alla tentazione di buttarmi di sotto.

 

DEFINISCI GRAVE MALATTIA MENTALE

Le scarpe che odio sono in vetrina in un negozio a metà prezzo. Gucci non sconta mai. Sono riuscita a comperare l’unico paio di scarpe di Gucci che si sono deprezzate di colpo. Prendo le scarpe, le porto dal calzolaio, le faccio abbassare. «Bel lavoro grazie». «Venti euro, prego». «Sei matta – dice Cavallo, uno dei miei capo – avrai tagliato duecento euro di suola». Chiudo le scarpe nell’armadio. Vado da Gucci e ricompro le scarpe da maschio e prometto a me stessa che non comprerò MAI PIÙ NIENTE. Torno a casa con le scarpe dei miei sogni. Le bacio. Le venero. Le adoro. Mi faccio le foto. Le tolgo subito, se no si rovinano. Le appoggio sul comodino. Assaporo la felicità. Mi lascio permeare dall’amore. Mi addormento serena e poi mi sveglio nel cuore della notte con un crampo. Le scarpe. Sono troppo strette. Mi sveglio sopraffatta dall’angoscia. Riprendo il treno, torno da Gucci, riporto le scarpe. Compro una borsa che mi interessa come l’anta del frigo chiusa. Torno a casa e la regalo a mi sorella per espiare i miei peccati. La penitenza non funziona. Sento il lamento delle scarpe abbandonate come l’urlo di un’aragosta in pentola e di un cane abbandonato per strada. O forse è solo la mia coscienza che non trova pace.

 

DEFINISCI DA RICOVERO

Torno da Gucci per ricomperare le solite scarpe un numero in più. Mentre aspetto noto che su un tavolino ci sono un paio di stivali che hanno la punta uguale alle scarpe da uomo che ho riportato, ma salgono fino alla coscia. Resto ammaliata dalla loro bellezza. Chiedo a una commessa di portarmeli da provare. Mentre li tolgo dalla scatola sento che mi sto innamorando davvero. Due opere d’arte. È come se avessero ricostruito le torri gemelle. Due capolavori di architettura, All’interno hanno il giglio di Firenze. Sono un incanto. Li adoro. Calzano alla perfezione. E io mi sento più alta, più bella, più ricca, perfino più intelligente. Arriva la commessa con i mocassini. Mi guarda con gli stivali addosso e dice: «Però, che gambe che hai». Devo avere gli stivali a tutti i costi. Costano duemila euro. Non posso avere gli stivali a questo prezzo. Ma adesso non voglio più neanche le scarpe da maschio. Vado in corto circuito. Esco senza niente, come una sposa che abbandona sull’altare il marito, ma anche l’amante che si è presentato alle nozze.

 

P.S.: Sembra lunga, ma l’ho fatta breve, infinitamente breve, esageratamente breve. In realtà la questione di quello che ho comprato e cambiato è molto più complicata tipo contare le guglie del duomo di Milano, tipo contare le stelle, tipo contare i granelli di sabbia, anche le gocce del mare. Ho altri appunti. Il riassunto, comunque, è che sono l’incubo delle commesse delle commesse di Gucci, l’incubo dei cinesi, l’incubo delle commesse. Sono il mio incubo e da qui, come dice Fabri Fibra: L’animo, devi mutare. Non il negozio.

 

– Anna Savini

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