Come scrivere un libro e diventare povera – Capitoli 21 e 22

Come scrivere un libro e diventare povera – Capitoli 21 e 22

CAPITOLO 21
LA GRANDEZZA DI SFERAEBBASTA
E LA MIA INDECISIONE CRONICA

 

Mi chiedono tutti come sta Chiara. E io cosa ne so, il mio nuovo idolo è Sfera Ebbasta.
Cioè la seguo ancora su Instagram, mi sta simpatica e sono contenta che tutto il mondo sia suoi piedi. Ma se non vuole essere mia amica, mica posso stalkizzarla.
Invece posso andare avanti ad adorare Sfera quanto mi pare. Più siamo e meglio è. Soprattutto dopo la Tragedia in cui è rimasto coinvolto suo malgrado, senza avere alcuna colpa, e della quale, sicuramente, è la settima vittima.
Convincere la gente sulla veridicità di questo punto è come far virare il Titanic prima di schiantarsi, ma io sono come Don Chisciotte, lottare contro i mulini a vento e i pregiudizi contro Sfera non mi spaventa.
Intanto alzo l’età media dei suoi fan, che infatti mi adorano e mi hanno attribuito il Premio Sfera, per il grande impegno profuso nella difesa del loro (nostro) idolo.
Potrei fare molto di più, ma i motivi per cui non riesco a essere maggiormente incisiva non dipendono da me e sono legati alle stesse ragioni per cui il libro non è andato in classifica.
Non sono andata dalla D’Urso, da Vespa, da Fazio, da Maria De Filippi, dalla Toffanin a Verissimo, al Maurizio Costanzo Show, al Tg1, al Tg5, da Mentana, erano venute le Iene a intervistarmi ma è saltato il servizio, sto ancora aspettando che mi chiamino Linus e Nicola a Radio Deejay.
In più, siccome il libro non è stato ancora tradotto in inglese, Ophra e Ellen non hanno potuto comprenderne la grandezza e condividerla con il mondo, come avrebbe desiderato mia sorella (e pure io).
Se anche mi invitassero ora tutti insieme, io risponderei che non voglio più parlare del libro (bu, bu, bu) ma solo di Sfera. Perché non si può fare a pezzi la gente così, in maniera gratuita, e trasformare un ragazzo meraviglioso in una specie di mostro.
Per fortuna, adesso che è giudice a X Factor, è arrivata anche Mara Maionchi a darmi man forte. In un’intervista, bellissima, andata in onda su Sky, gli dice che prima non capiva la sua musica, ma adesso ne è stata conquistata.
Mi serviva, un’alleata potente, perché, in quanto a voce e autorevolezza, io conto come i tredicenni che hanno aperto su instagam un’infinità di profili tributo TrapkingSfera o Qualcosa ebbasta. Per me sono fondamentali perché mi tengono aggiornatissima su di lui, ma per gli adulti non hanno voce in capitolo.
Noi ci siamo sfiancati per difenderlo, ma nessuno ci ha ascoltato. Invece chi aveva una grande visibilità, mentendo, ha detto ogni sorta di male contro di lui, ed è stato creduto. Qualcuno ha perfino inventato delle notizie o le ha riportate a rovescio, anche quando era evidente che si trattasse di un errore (tradotto: il video di Sfera che incontra il ragazzo del peperoncino è vecchio come il cucco e non risale certo alla notte della Tragedia).
Charles Aznavour, che in quanto a autorevolezza conta senz’altro più di me, in un’intervista a Vanity Fair ha detto: «Attenti a giudicare e a dire che qualcosa fa schifo, ricordatevi che dove ci sono fan c’è talento».
E Sfera, di fan, ne ha milioni. Perfino Vasco gli ha dato la sua benedizione. E Tiziano Ferro, per dimostrargli la sua solidarietà e la sua ammirazione, ha cantato un suo brano.
Se non conta quello che dico io, conterà bene quello che dicono tre re come loro, o no?
Io comunque dico che Sfera è un genio e che la sua vita mi ricorda troppo la mia, quella prima del successo, intendo.
È partito da zero, come me.
Non aveva niente. Non aveva il papà, non aveva lavoro, non aveva i soldi.
Io in realtà il papà ce l’ho (ciao papi), anche il lavoro, ma so benissimo cosa intende quando canta “con i complimenti cosa ci puoi comprare”. Vuol dire che con i “bravaebbasta” che ti rifilano da giovane non riuscirai mai a fare carriera.
Anch’io a 12 anni avevo solo due scarpe, anche se non ci sono andata da qualunque parte. Quindi anch’io, come lui, ora ne compro un paio a settimana per rifarmi.
Gli Amiri, purtroppo, mi vanno stretti sulle cosce, altrimenti ne avrei una collezione anche io. Non ho due Rolex perché non ho i soldi per comperarne neanche uno, però c’è un sacco di gente che ne ha tre o quattro e non viene criticata.
Sul “ricchi per sempre” le nostre strade, in realtà, si dividono un po’, io sarei più un tipo da “poveri per sempre”. Ma sulla seconda parte, “ho scritto una canzone e quella è per sempre, per certe persone sarà un salvagente”, ci siamo.
Basta inserire la parola libro ed è fatta. Il problema è che per certe persone sono io il salvagente, così cercano di aggrapparsi a me e, così facendo, finiscono per trascinarmi a fondo.
Ragion per cui io, per non sprofondare, mi aggrappo a Sfera che è in alto «come gli asteroidi, come i balconi, come gli aquiloni» e sa sempre consigliarti cosa fare. E infatti «quando tutti tentano di chiuderti le porte», ti dice: «usa l’entrata dalla finestra». E «quando quest’ansia sarà ancora più forte e tenterà solamente di buttarti giù», ti «ricorda sempre che sei tu il più forte e ciò che non ti uccide non ti fotte più».
Io in realtà mi ricordo che il più forte è Sfera e quindi essere una sua fan dà forza anche a me. È per questo che gli siamo riconoscenti così in tanti, perché lui non ti fa sentire solo, quando capisci di essere escluso da tutto. Lui ti fa sentire incluso nel popolo di chi non riesce mai a realizzare i propri sogni.
Perché «tu fai progetti, poi la vita fa quello che vuole». Questa strofa è di Marra, ma è anche il motivo per cui siamo tutti hopelessly devoted to you, devoti a loro per sempre, come la canzone di Grease.
Tra parentesi, mia mamma dice sempre che io mi innamoro ogni cinque minuti di qualcosa o di qualcuno e poi me dimentico di colpo, e cinque minuti dopo l’ho già buttato via. Mia mamma ha ragione.
Ma quando mi innamoro davvero non mi passa mai, vedi Defunto amore e vieni a controllare tra vent’anni se non penso ancora le stesse cose di Marra e Sfe. Per adesso comunque non c’è pericolo, sono solo all’inizio.
E infatti mia mamma tutte le mattine mi dice se posso smetterla di sottendere che lei sia come la mamma di Sfera. Magari! Così io sarei determinata come lui.
Sfera è un ragazzo che sa cosa vuole. Non solo adesso che è una rockstar, ma aveva le idee chiare già da piccolo.
Sapeva cosa non voleva. “…Andare al lavoro non fa per me. La scuola no, non faceva per me (no no). Il calcio, i motori Le attrici, gli attori non fanno per me”.
Ha fissato un obiettivo (“perché non è detto che grandi faremo i cantanti”). Ha preso la mira. Ha preso il telefono. Ha scritto sull’Iphone «un pezzo che fa «non ho mai chiesto niente a nessuno dentro questo solito tran tran».
«E Charlie mi ha detto credi solo in noi». E lui ci ha creduto. E ci ha colpito come Cupido.
Così Gionata Boschetti, che poi è il suo vero nome, è diventato Sfera. Il Trapking.
Sfera è cuore, carisma, talento. Ma è anche disciplina, in studio, in palestra, a tavola. Sfera è concentrazione, cura di sé, dedizione alla musica, sacrifici, lealtà verso se stesso, la sua famiglia, i suoi amici.
Quello che aveva voglia di fare a scuola, lo ha fatto dopo, nella vita e nella musica. E se il suo non è un esempio da seguire, mi piacerebbe sapere chi sa fare meglio di lui.
Io l’ho scoperto perché stavo studiando Marra e se studi Marra arrivi a Guè Pequeno, che è un boss del rap, forse Il Boss del rap e, in quanto tale, riconosce i talenti lontano a un miglio e li coinvolge nel suo lavoro perché i Grandi non temono nessuno. Quando arrivi a Guè, arrivi a Lamborghini e lì ci trovi Sfe. Che ti sfida. In Lamborghini, ma anche in Tran Tran, in Figli di papà, in BHMG, in Sfera rosso e Sfera verde come chiamo io i suoi due primi cd, per via dei colori delle copertine. Sfe ti sfida sempre.
Ti racconta una storia, la sua storia e quella dei ragazzi dimenticati da qualche parte. Quelli che nessuno ascolta, quelli ai quali nessuno dà voce, quelli “4 in mate, fra, ora faccio i conti divento un conte”, quelli “a scuola prendevo 6 ora ho un conti a sei zeri”, quelli “di brutti pensieri riempivo la stanza”, “i miei fra hanno le brutte facce perché passano le giornatacce”, quelli “senza un lavoro normale se lo inventano”, quelli “Dio non li vede quaggiù, dietro quei tendoni blu, quindi non pregano più”, quelli “urla schiamazzi, metà gli viene un tumore, metà diventano pazzi”.
Quelli “ho paura della morte, sì ma della vita pure”.
Quelli come me.
Sto saccheggiando il repertorio di Sfera per spiegare perché per me lui è un grande, un grande cantante, un grande ragazzo, un grande regista perché io, quando canta, vedo quello che racconta, come se fosse un film. E quando ascolto Visiera a becco mi preoccupo sempre, come se fosse ancora sulla strada, che corre via dalle luci blu.
Mi ha colpito subito la prima volta che l’ho visto nel video di Tran Tran, mentre mostrava i grill di metallo su denti e cantava: «Non puoi parlare dei contenuti, fra, non hai l’età». Io ho pensato, no momento, lo dici tu che non posso. E ho iniziato a studiare per far parte del gruppo di chi poteva.
Per parlare di Sfe, devi parlarne bene oppure informarti, prima di dire qualcosa. Oppure puoi stare anche zitto, per dire, che tanto lui non ti calcola lo stesso (“tutto quell’odio, come fai fra, scoppi fra poco”).
Comunque io nelle foto con lui vengo sempre divina.
Se questa non è la prova che Sfera è luce pura, vuol dire che ho parlato tutto questo tempo per niente, quindi la chiudo qui. E sto zitta io. Per adesso…

 

 

CAPITOLO 22
IL ROVESCIO DELLA MEDAGLIA
E QUELLO DI MARRACASH

 

Ce l’ho fatta. Ho fatto la foto con Marracash. La mia vita si è realizzata.
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Non ho la foto con Marracash.
Perché? Aspetta, adesso te lo dico.
Rewind. Inizio. Play.
Presente quando si dice “il rovescio della medaglia”? Ecco, io ce l’ho davanti. Ed è anche una gran bella medaglia, per carità. Ma è sempre il rovescio.
Marracash è sul palco dell’Orsa Maggiore, non la costellazione, una discoteca famosa. Il pubblico è in pista, ai suoi piedi.
Io sono sulla balconata alle sue spalle, tutta protesa in avanti per vederlo meglio, ma se mi sporgo ancora un po’ cado di sotto e non è proprio il caso. Non riuscirebbe mai a prendermi in braccio come nei film, primo perché non mi vede e secondo perché peso troppo. Quindi mi tengo il mento con il palmo della mano e sto lì buona.
È che non pensavo di vedere il concerto da questa angolazione. Pensavo che mi avrebbero messo a fianco del palco, dove ci sono quelli fortunati, vicini al suo braccio destro, Matteo Mancuso, quello del famoso Berlin Cafè- Avevo chiesto l’accredito per quello, per stare vicina allo staff. Invece sono in mezzo ai ragazzini sistemati sulla scalinata.
Quello che è da parte a me, sta meditando di farmi diventare la sua fidanzata della sera.
Non so quanti anni abbia, venti credo. Mi ha abbracciato di colpo, tirandomi contro di lui e adesso mi stringe in maniera appassionaa. Quando mi sono girata per chiedergli cosa stava facendo, mi è arrivato a un centimetro dal naso, come se mi volesse baciare.
Si è fermato giusto un soffio prima, mi ha sorriso e mi ha detto: «Sono sbronzo». Gli ho risposto «non star male, però» (addosso a me in particolare, volevo aggiungere ma non l’ho fatto, perché mi stava simpatico).
Ha detto «no, no». Però barcolla e non sono così sicura che riuscirà a stare in piedi fino alla fine.
A ogni canzone di Marracash mi mette il braccio destro intorno al collo, mi ritira a sé, arriva a un soffio dalla mia bocca e canta guardandomi negli occhi e muovendo l’indice della mano sinistra nell’aria, come fanno i direttori d’orchestra. Sento il suo profumo, è buono, un po’ alcolico, ma amen. Ha anche una bella faccia, ma il ragazzo è troppo piccolo per me.
Sposto un po’ il collo per evitare il contatto, canto con lui e torno a fissare il retro della medaglia.
Marracash ha le gambe lunghissime, anche le braccia, se alzasse una mano verso di me riuscirei quasi a toccarlo. Invece batte il cinque con due fan appiccicati al palco e quelli si guardano il palmo della mano come se fosse diventato santo di colpo. Io vedo il suo bomber di Versace e la nuca rasata. Su Instagram aveva il codino alto, ma se l’è già tagliato, meglio perché così mi piace ancora di più.
Mando un whatsapp a Teo per dirgli che sono lì dietro. Quando si gira a cercarmi, gli faccio un cenno per richiamare la sua attenzione. Teo mi vede e mi saluta, ma mica posso scendere sul palco a metà concerto.
Fisso una ragazza bionda (s)vestita con una micro sottoveste color ciliegia, elasticizzata e aderentissima.
Non sa se le conviene di più coprirsi tirando su la scollatura, che scivola verso l’ombelico, o abbassare l’orlo, che è poco sotto le mutande. Nel dubbio, fa tutte e due le cose di continuo, tira su, tira giù. Tanto sono inutili entrambe, resta svestita lo stesso. Oggettivamente, è molto bella.
Ma non è lei che salterà praticamente in braccio a Marra quando il concerto finirà. È una ragazza mora, non tanto alta, con i capelli raccolti in due codini, tipo Sailor Moon. Indossa un paio di pantaloncini in vinile nero e una maglia da fan di Justin Bieber che ha le maniche lunghe, ma è così corta che non va oltre il seno. Quindi anche lei, non è che sia tanto coperta.
Sono tre ore che balla qualunque brano nella stessa posizione Playmobil, con le braccia alzate tipo sollevamento pesi, il sedere all’indietro e le ginocchia piegate all’infuori. Ho paura che resti paralizzata così. Invece va avanti a twerkare come se niente fosse. E poi quando Marra finisce e, coperto di applausi, se ne va, lei gli saltella davanti per chiedergli non so cosa.
Mentre i soliti fortunati vanno nei camerini a fare le foto con lui, io resto nel piazzale a parlare con dei fan di Fabri Fibra.
Non so perché quando ci sono le occasioni importanti mi perdo. Il Pr continuava a dire che potevo stare dove volevo, ma non potevo stare attaccata a Marracash. Quindi era il contrario, potevo stare dappertutto, tranne dove volevo.
Allora mi sono messa ad aspettarlo vicino all’ingresso, sperando di vederlo quando arrivava.
A un certo punto mi è arrivato addosso un ragazzo. Non ci ho fatto caso. Una volta, due, tre. Ci ho fatto caso. Mi sono girata e c’era questo ragazzo, giovane, con la camicia bianca, bei capelli, bel sorriso, bello lui.
Mi ha detto: «Cosa fai? Guardi il telefono?».
Ho risposo: «Sì».
Ha detto: «Come mai voi ragazze così intelligenti siete sempre attaccate al telefono? Ti annoi? Anch’io». Conquistata dal complimento ho iniziato a raccontare tutta la storia del libro e della foto maledetta con Marracash.
Lui ha commentato. «Ma che bello, anch’io ho scritto un libro».
«Su cosa?»
«Sull’ozio».
«Bello, mandamelo», l’ho incoraggiato io.
«Non l’ho finito, sono al primo capitolo».
«Mandamelo quando hai finito», gli ho detto.
Poi ha voluto la foto insieme a me, il che mi ha fatto ridere perché sembrava che la vip fossi io. Poi voleva andare a prendere una birra e voleva portarne una anche a me. Ma io odio la birra. Almeno credo, perché non l’ho mai assaggiata. Non sopporto neanche l’odore.
È andato al bar e non è più tornato. I suoi amici hanno commentato: «Tutta sta serenata e ti ha già abbandonato. È un tipo strano».
Io ho aspettato un po’, per non essere scortese, ma la birra l’avrà portata a un’altra ragazza, della sua età magari, perché non è più tornato.
Poi sono uscita a chiedere al pr quando arrivava Marracash. «È già arrivato», ha risposto lui. E infatti di lì a un secondo hanno iniziato tutti ad urlare. Stava salendo sul palco. Dal lato opposto rispetto a dove ero io. Quindi non mi è rimasto altro da fare che sistemarmi sulla terrazza vicino allo spasimante.
Comunque il fan di Fabri Fibra e il suo amico hanno studiato una strategia per riuscire a fare la foto con Marracash. «Quando esce gli chiediamo un selfie con la signora, così magari ce lo concede», dicono, dimostrando di aver bevuto poco, perché mi hanno messo a fuoco bene.
Arriva un loro amico dai camerini e racconta cosa ha visto: «Due ragazzi sono riusciti a entrare, uno voleva farsi autografare una gamba per farsi fare il tatuaggio».
Mi viene in mente che volevo anch’io una cosa simile. Volevo farmi scrivere Didinò sull’indice, così quando mi chiedono se voglio andare a una presentazione che puzza lontano un miglio di incontro patacca, posso far segno di no con il dito, in maniera che vedano bene cosa c’è scritto. E, se sono al telefono, vedo io il tatuaggio e mi ricordo cosa devo dire. NO.
Tanto è tutto inutile, non riuscirò a fare un bel niente. E infatti Marra esce dalla porta veloce come Flash.
Qualcuno lo chiama, lui si ferma un secondo, si gira e sorride e finalmente vedo il lato giusto della medaglia. È bellissimo.
Ma poi, mentre tutti urlano invano il suo nome, riparte a razzo e sparisce subito dietro la porta del van Mercedes con cui è arrivato e con cui sta per andarsene.
Sono le 3 e mezzo di notte. Lui va a casa sua, io vado a casa mia. Senza foto, un’altra volta.
Comunque sono venuta bene in quella del ragazzo con la camicia bianca. E poi due conquiste in una sera non sono male. Ho capito perché i ragazzi bevono, perché così gli si annebbia la vista e perfino in me riescono a vedere una specie di Gigi Hadid. Adesso che ci penso forse prima di guardarmi allo specchio dovrei bere anch’ìo.
O forse dovrei far bere Marra. In un’intervista ha detto che ha paura che i paparazzi lo fotografino con delle ragazze grasse perché magari ha bevuto. Il grasso ce l’ho, devo solo portargli qualcosa da bere e poi chiamare i paparazzi. Mi sa che, di questo passo, è l’unico sistema per avere la foto con lui.

 

– Anna Savini

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