Come scrivere un libro e diventare povera – Capitoli 19 e 20

Come scrivere un libro e diventare povera – Capitoli 19 e 20

CAPITOLO 19
ANDATE E PARLATE DI MARRA
DITE COSA FACCIO E PERCHE’

 

No, non assomiglia al Defunto amore, anzi è proprio il contrario.
Se lo stanno domandando tutti perché non riesco a finire un discorso senza nominare Marracash due o tre volte di fila.
Sono in Marra immersion totale.
Per forza, in una delle sue canzoni lui dice «Andate e parlate di Marra. Dite cosa faccio e perché». L’ho preso in parola, parlo solo di lui.
Anzi no, peggio, mi esprimo come canta lui.
Sembra che abbia i suoi cd inseriti in testa e mi escano i suoi brani dalla labbra come i Sette nani quando hanno ingoiato le bolle di sapone.
Succede di continuo.
Uno sta dicendo una cosa qualsiasi, io lo interrompo come se fossi posseduta da un alieno e finisco la frase usando una sua strofa. Sono estasiata dalla sua arte, rapita dal suo cervello, schiava dei suoi ragionamenti.
Non riesco più a uscire dal suo mondo. Ho il suo stesso modo di ragionare.
Sembro Jennifer Lawrence quando viene addestrata a fare la spia in “Red Sparrow”.
Marramania totale.
Studio i suoi testi come una pazza e miglioro ogni giorno (o peggioro, a seconda dei punti di vista).
Sono a un passo dalla laurea. I miei poveri colleghi sono stati catapultati in un mondo di cui ignoravano l’esistenza, prima parlavano solo di calcio e politica. Ora, se vado avanti così si laureano con me per osmosi.
Gli estranei, invece, mi guardano come se fossi appena arrivata da Marte.
Non si aspettano che una come me, una che fino a ieri parlava solo di film, sia ossessionata da uno “scuro dall’aspetto arabo” che da piccolo non aveva neanche il bagno in casa e “andava giù in Sicilia con la uno Diesel”.
Quando canto i suoi testi per strada (“Studia dicevan le zie, drogati le compagnie, se servisse scuola anziché droga avrei venduto enciclopedie”) la gente si gira di scatto a guardarmi.
Mi squadra come se fossi il mostro di “The shape of water” e avessi le branchie blue.
Sono molto grave, lo so. Soffro di Marratonite acuta, ho la Marra influenza. Se fosse febbre avrebbe già rotto il termometro.
E tutto solo perché ha ringraziato la Avallone.
Cosi ha conquistato me.
E non perché penso che un giorno farà lo stesso con il mio libro (“Marra non è tipo che puoi dissare con un po’ di promo facile”), ma perché sono io che devo ringraziare lui. Ho scoperto che è un “fottuto genio ma nessuno lo sa”.
Per quello noi andiamo e parliamo di Marra, diciamo cosa fa e perché (“Va bene Marra”) perché molti ancora non lo capiscono. Lo dice anche lui: “Questi non sanno se sono zarro o colto, ai giornalisti tutte e due le cose sembrano troppo”.
Che poi lui è il classico ragazzo da luna park. Io con uno così non potevo neanche parlare, da piccola.
Viveva alla Barona, in “palazzi anonimi, nomadi, ovuli, pochi cognomi italiani ai citofoni”. È altissimo, magrissimo (“secondo te quanto peso a occhio e croce? Se dimagrisco di me resta solo la voce”).
Da giovane era un tipo da evitare (“la mia ragazza sospetta che vada con altre, mia mamma che mi droghi pesante, credo abbiano ragione entrambe). Forse spacciava (“e mia madre che grida è inaudito perché ha trovato la roba steccata, ho detto dai mamma non farmene un dramma se ho portato il lavoro a casa”).
I suoi amici dello zoo del Berlin, che poi è un bel bar alle Colonne di San Lorenzo, erano “tutti grassi, tutti fatti, tutti brutti, tutti tatuati”.
Sono quelli che giravano in canottiera, catena come portachiavi, anfibi, tipo I ragazzi della 56a strada. La mia famiglia quelli così non li sopporta. Forse mi piace proprio per questo motivo.
Una volta stavo tornando a casa con un ragazzo così, in canottiera, con la camicia a scacchi in vita (“mica uno stronzo in camicia bianca”) e mio papà mi ha chiamato dalla finestra con un fischio (“come i cani”) per farmi tornare a casa subito. Non credo che mi fidanzerò mai con uno così, a parte che di solito non mi calcolano, ma neanche ci tengo.
Però con lui è diverso. Comunque non c’è pericolo, gli piacciono solo le ragazze di una bellezza epica come Nina Senicar. E c’è la coda fuori da casa sua (“C’è meno affluenza alle urne che a casa mia”). “Ho il blackberry pieno fino a venerdi di ragazze pupazzo come Plamobil che se dico fai la coda dicono sì”.
“Ormai neanche le chiamo, sento bzzzz e rispondo terzo piano”. Al massimo è uno di quelli che vedrò “col cannocchiale”. Di sicuro non finirò mai nella canzone “Mixare è bello, capelli lunghi nel mio lavello”.
A parte che adesso ha l’I phone e si è fidanzato con Elodie, ma i suoi testi sono così attuali che potrebbero essere stati scritti ieri.
Una sembra ispirata a me, si intitola “Sindrome depressiva da social network”, parla di una ragazza ossessionata da Instagram e dalle vite degli altri. Anche se a dir la verità io, con un fidanzato come lui, userei il telefono solo per fargli le foto. Con il Defunto amore facevo così. A proposito, l’ho nominato adesso, ma in realtà non ci penso più. Anche Marra ha avuto una ex che l’ha fatto soffrire e non crede più nella monogamia. Quindi ha fatto guarire anche me, dalla monotonia. Ho ricalcolato tutto.
Sono con Marra, per Marra, in Marra.
Marracash è come l’aria che entra dalle finestre e fa volare le tende nella scena del Grande Gatsby con Leonardo di Caprio.
Marracash è il vento che porta via le nuvole e fa uscire il sole. Marracash è il ragazzo degli orologi che è arrivato a ripararmi il cuore e l’ha fatto ripartire.
Marracash è ricalcolo totale.
Pure il fatto che il libro non venda troppo è sopportabile. Ci è passato anche lui: “il cd non vende come ci si attende”.
E anche lui odia gli eventi: “cosa ci faccio qua, cosa c’entro io con loro”. E’ come se lo conoscessi da sempre.
Sarà anche il re dei rapper, ma secondo me è anche un grande scrittore, il re degli scrittori. E poi è un grande signore ed è saggio: «Non è che se tratti male tua madre sei un uomo, non è che se lei è amichevole verrà a letto con te, non è che se vai in chiesa sei buono, non è che se hai laurea non fai un lavoro di merda, non è che se ti fai tante foto sei una modella”. In più mi fa venire voglia di andare con lui nel “privé che è così esclusivo che è in un magazzino”.
Non so, non posso ricopiare i testi di 5 cd per dimostrare quando valga. Ma so solo che quando dice  “E vieni qua e dimmi che anche io ho un’anima”, io andrei di corsa. Adesso, per esempio, ha appena fatto un singolo con Dj Shablo e Carl Brave. Quanto parte :Non ci sto” e canta subito lui, sembro una fan dei Beatles. Non mi strappo i capelli perché se no li rovino, ma il senso è quello. E continuo a ritornare all’inizio del brano per sentire la sua voce e l’effetto che mi fa.
Mi piace talmente tanto che adesso, quando vado a presentare il mio libro, parlo solo della sua musica. Così mi salva anche dagli incontri a pubblico zero. So di cosa discutere e mi annoio di meno..
L’altro giorno ero ospite in un liceo, l’Agnesi. Il pubblico c’era, eccome. Quattrocento ragazzi pronti ad ascoltarmi. Quando hanno capito che parlavo il loro stesso linguaggio c’è stata un’ovazione. Io e Marra abbiamo fatto colpo.
Io sono convinta che i grandi amori inizino sempre così, di colpo, per caso. E io mi sono innamorata di lui così. Di colpo. Per caso. Come la poesia dell’Alda Merini. “Mi nacque un’ossessione e l’ossessione diventò poesia”.
Ecco, a me è nata un’ossessione e si chiama Marracash.

 

CAPITOLO 20
IL MIO PRIMO CONCERTO
E LA FOTO MALEDETTA

 

 

Io odio le discoteche, i concerti, la musica alta, andare in giro al buio e al freddo. Odio i live perché c’è tutta questa gente che si schiaccia, che urla, che suda, che beve, che fuma, che puzza, che spinge, che insulta.
Almeno credo perché non ne ho mai seguito uno.
Comunque, anche se fossero tutti freschi di bucato, detesto l’idea della condivisione e non sopporto che ci siano dieci o centomila persone tra me e la persona che mi piace.
Quindi, finora  credo di essere andata in discoteca solo due volte.
Una perché mi ha portato la mia amica Dusca. Lei era tutta truccata e vestita da sera. Io normale, struccata e vestita da adolescente. Quando siamo arrivate nel locale la musica era così alta che mi faceva rimbombare lo stomaco, avevo paura che mi saltasse fuori il cuore. Ho iniziato a sentirmi male. Lei ha visto subito che tremavo e ero pallida.
Da un certo punto in avanti non mi ricordo niente, forse ho perso i sensi, comunque mi ha portato a casa sana e salva e non siamo mai più uscite insieme. Non le ho ancora chiesto scusa per averle rovinato la serata (scusa cara).
La seconda volta sono andata io, da sola, per vedere Jim Morrison. Sì lo so che è morto da un pezzo, ma il suo sosia era preciso identico a lui da giovane. A me piaceva da morire, quello vero, intebdo. Cantavo sempre “people are strange, when you’re a stranger, faces look ugly when you’re alone” perché quando andavo all’università odiavo tutti e pensavo che solo lui mi capisse.
Lui e Val Kilmer, che nel film era uguale a lui.
Un giorno è comparso un terzo Jim Morrison.
Suonava in un locale e ho deciso di andare per vedere se magari anche lui mi capiva. Non cantava proprio allo stesso modo, ma era bellissimo.
Mi sono avvicinata per dargli un biglietto, ma il palco era alto e mi sono dovuta sporgere.
Praticamente, per non cadere, mi sono quasi aggrappata ai suoi pantaloni di pelle. Deve aver pensato che volessi mettergli dei soldi in tasca, come fanno gli uomini con le spogliarelliste. Si è spaventato e ha cercato con gli occhi una ragazza. Penso fosse la sua fidanzata. Io sono diventata viola per la vergogna e sono scappata.
Sul foglietto c’era il mio numero di telefono, ma Jim Morrison III non mi ha mai richiamato, quindi, siccome non c’erano altri cantanti che mi piacevano, ho dirottato la mia carriera di groupie sullo sci e sul tennis. Adesso, però, Marracash val bene una messa e anche una ressa.
Perciò ho deciso. Sfidetò le mie paure e andrò al mio primo vero concerto. Sono pronta a farmi schiacciare dalla gente che spinge, beve, fuma, urla. Però almeno lo vedrò.
In realtà ho barato. Non sarò in mezzo alla massa che mi schiaccia. Ho il pass stampa per l’evento.
Isseranno Marra su una gru di 40 metri, ma prima io e i miei colleghi lo potremo intervistare. Forse.
Cioè gli altri sì, io forse.
Non sono sicura. Anche se sono arrivata tre ore prima dopo aver fatto un viaggio allucinante con il navigatore impazzito che tentava di mandarmi a Bologna anziché a Porta Genova, a Milano.
Sembrava il viaggio che ho fatto per andare a presentare il libro a Voghera, una specie di incubo in cui mi sono persa mille volte e una volta arrivata non c’erano neanche le casalinghe a consolarmi con le loro torte.
Qui stanno offrendo da bere e anche sushi, ma io non voglio niente, devo stare concentrata sul mio obiettivo.
E ce l’avrei anche quasi fatta se non fosse che l’addetta stampa, in preda a un attacco isterico, decide di tagliarmi fuori.
«No no guarda – dice di colpo, trasfigurata dall’ansia -. Tu stai dietro. Siete già in cinque, ho paura che l’artista mi si agita se siete in troppi. Tanto te l’avevo detto che forse non ce la facevi».
E mi mette un passo dietro i cinque ammessi.
Presente la storia di “e per un punto Martin perse la cappa”?
E per un metro io mi sto perdendo Marracash.
Succede tutto in un secondo, come i condannati a morte.
Lui arriva, bello come il sole, alto come un campanile, magro come il Cristo in Croce. Sorride mostrando quello spazietto tra i denti patrimonio dell’umanità.
La musica è altissima. Lui si indica le orecchie e dice: «Non si sente. Come facciamo qui? Avvicinatevi».
Cinque sgabelli vengono trascinati in avanti vicino al suo. Sono tutti attaccati alle sue ginocchia e lo guardano dritto negli occhi.
Sono così vicini che possono sentire anche il suo respiro.
Io no. Io ho il passo sbarrato da due guardie del corpo e dal nastro che tirano per delimitare la scena del crimine.
Vedo poco e non sento un (bip).
Allora tendo il telefono e cerco di avvicinarlo a lui per fare un video da rivedere dopo, ma il cellulare si blocca perché ha la memoria piena.
Anna fa qualcosa non restare catatonica.
Mi metto a cancellare delle foto, del resto è proprio il momento giusto, ma ancora non basta.
Io e la mia maledetta allergia all’Iphone. Ho un Nokia da cento euro e memoria zero, l’ho finita in due settimane. Sono in preda a una crisi di nervi.
Mi sto perdendo tutto. Marracash è rilassato, sorride, scherza. I colleghi ridono alle sue battute. Ha risposto a tutto come una vera star.
«Altre domande?», si informa lui gentile.
Silenzio. Sembrerebbe di no.
Poi, d’istinto, guarda verso di me che lo sto fissando tutta corrucciata.
Mi rianimo di colpo, sorrido e i mi esce la domanda perfetta.
«Hai imparato a dire di no?».
Indica l’orecchio per spiegare che non ha sentito.
«Cosa?», mi chiede.
Ripeto ad alta voce: «Hai imparato a dire di no».
«Mmm – dice lui un po’ perplesso -, non tanto. Così così (fa segno con la mano)».
«Allora fai una foto con me?» chiedo con la faccia di una alla quale hanno appena chiesto di sposarla.
«No» risponde lui secco.
Mi crolla il sorriso di colpo.
«Ah – dice indicandomi.- ci sei cascata». Scoppia a ridere e io con lui.
Posso fare la foto! Mi stava solo facendo uno scherzo.
Butto per terra la giacca, la borsa, il telefono che tanto non funziona. Passo sotto al nastro, mi metto vicino a Marra, lo abbraccio. Sorrido.
Cheese. Cheese. I fotografi scattano una raffica di foto.
Grazie. Grazie. Bacio. Bacio.
Tocca agli altri, ci sono un sacco di persone che vogliono la foto con Marra.
Io ce l’ho. Adesso posso anche assistere allo spettacolo. Sono in prima fila, la gente urla, ma io non ci faccio caso.
Lui è bravissimo, è bellissimo, è tutto stupendo. Ma a me gira la testa. Sono al mio primo concerto ma mi sento come se avessi dato il mio primo bacio. Vado a casa sognante e felice. Chissà se tutta questa felicità si vedrà nelle foto.
UNA SETTIMANA DOPO
«Andre lo sai cosa è successo? Non ho la foto con Marracash!»
«Ma come?».
«Me l’hanno persa. Tu non potevi venire e io sono senza foto. Hanno rapinato il fotografo dell’evento e mancano tutte le foto dell’area vip».
«Ma figurati se gli rubano solo le foto dell’area-vip».
Il mio fotografo non ci crede.
Invece dicono che è andata cosi.
Io non avevo chiesto a nessuno dei presenti di farmi la foto con uno dei loro cellulari e le foto ufficiali non ci sono.
Io non ho la foto con Marracash.
”Drama come Seneca”.
Non ho neppure un video, anche se c’erano telecamere che riprendevano tutto. Non ho niente di niente, come con Brad PItt.
È come se mi avessero portato via il mio primo bacio. Non si portano via i primi baci alle persone.
Sono così addolorata che ho scritto anche una canzone.
Però stavolta non gliela mando. Il suo numero io ce l’ho, ma mi è bastata la lezione del Grande cantante. Magari la mando a Dj Shablo. Lui fiuta i talenti lontano un miglio, ma soprattutto dice sempre la verità, così se dice che fa schifo, e oggettivamente non può dire altro, stavolta la butto via direttamente.

Vado al mio primo concerto
Ho addosso un certo sconcerto
Andrà tutto bene sta calma
Dice l’addetta a Marra
Ma poi qualcosa va storto
E salta fuori un intoppo
Tagliata fuori dal gruppo
Io ho l’espressione da lutto
Mi perdo mezzo discorso
E ho il cuore triste per il rimorso
Ma poi arriva la fine
Marra sorride gentile
Allora io so cosa dire
Hai imparato a dire di no?
Lui fa segno non credo
E allora io glielo chiedo
Fai una foto con me?
No dice Marra ma scherza
Ride con la sua bella fossetta.
Brillo di luce riflessa
Poi butto tutto per terra
E passo sotto al nastro asticella
E faccio la foto con il Re
Ma dopo la foto non c’è
COME NON C’E?
Non c’è
E dove è finita?
E chiedilo all’addetta stampa
Dice che la foto è sparita
Forse non è mai esistita
Non ho la foto col KIng
Era il mio primo concerto
Mi torna un certo sconcerto
Ogni giorno nella city c’è un sistema che ti butta giù
Ma Marra puoi salvarmi solo tu
E puoi ritirarmi su
Facciamo un feat
Facciamo un’altra foto
Didisi didisi didisi yeah

 

– Anna Savini

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