Come scrivere un libro e diventare povera – Capitoli 17 e 18

Come scrivere un libro e diventare povera – Capitoli 17 e 18

CAPITOLO 17
SE PERDI TEMPO CON IL LIBRO
PERDI LA FOTO ATTACCATA A BRAD PITT

 

Nella vita si può fare la scelta giusta, la scelta sbagliata o la scelta disastrosa. Io ho l’abbonamento alla terza opzione.
Più mi sforzo di andare nella prima direzione, più vengo spostata a forza verso l’ultima.
Con Brad Pitt è successo tre volte.
Ero attaccata a lui. Primo posto della prima fila. Per arrivare lì mi sono svegliata alle 5 del mattino, non ho fatto colazione, ho aperto piazza San Marco con i baristi, ho preso il vaporetto, sono andata a vedere il suo film e poi mi sono piazzata fuori dal salone delle conferenze stampa con sei ore di anticipo.
Ho ascoltato Almodovar, la regista di “The perfect candidate” e tutti gli altri attori. Ma sono sempre stata concentrata sul mio obiettivo, come Brad Pitt, in versione astronauta.
«Non mi farò distrarre da niente, resterò focalizzato sulle cose importanti», ripete in due scene di “Ad Astra”. E io ho fatto come lui.
Ho vacillato solo quando è arrivato Adam Driver, che è bellissimo, con le sue spalle larghe e i capelli neri, ma siccome era concentratissimo e non ha notato la mia ammirazione, sono tornata subito focalizzata sulla mia missione. Qual era la mia missione?
Bella domanda. Secondo il mio amico Caiman dovevo baciare Brad Pitt. Secondo le mie fan dovevo fare qualunque cosa permettesse a loro di sentirsi al mio posto, quindi credo baciare Brad Pitt andasse benissimo.
Io ero d’accordo con tutti, ma mi bastava avere una foto con lui, per ricordarmi che ero stata felice. Però non sono rimasta concentrata su questo punto. Sono stata concentrata sul mio libro.
Glielo volevo dare perché alla fine c’è una lettera per lui.
Una lettera in cui gli dico che è tutta la vita che lo aspetto, come l’ultima scena di Fight Club, e che può venire via con me perché non c’è niente di meglio di una donna normale (io) per dimenticarne una speciale (la Jolie).
Magari ci crede, questa parte in realtà non gliel’ho tradotta, ma i passaggi salienti sì.
Tralasciando la fatica che ho fatto a scrivere bene la versione in inglese – e che lui non noterà visto che ovviamente la grafia è venuta lo stesso orripilante – ero lì seduta in punta di sedia con un tasso d’ansia che arrivava alle stelle come il suo film. Avevo il libro in mano aperto all’ultima pagina, che tra l’altro confina con i ringraziamenti dove lui è alla prima riga, e aspettavo di recitare la mia parte.
Quando è arrivato in conferenza stampa, io sembravo la sorella di Cleopatra. Non perché ero bella o avevo i serpenti al braccio. Ma perché ero di cera come le statue.
Avevo questa domanda, che mi ero ripetuta tutto il tempo del film per pronuciarla bene in inglese: «In this movie you never smile, you never laugh, you never kiss, definetely you are never Brad Pitt. It was be difficult for you?».
Questa era la domanda intelligente. Dopo avrei fatto quella geniale: «Ho molte altre cose da chiederti, ma non vorrei annoiare i colleghi, are you free for dinner».
Cosi lui rideva, io non capivo niente, ma almeno mi metteva a fuoco e dopo potevo chiedergli la foto.
Solo che lui aveva già detto che era stato molto difficile mantenere l’equilibrio (basso) che voleva il regista. Quindi stavo cercando una domanda alternativa. Ma continuavo a non alzare la mano.
Così quando la conferenza è finita e lui si è avviato alla porta, le mie colleghe gli sono corse dietro per chiedere foto e autografi. Io sono andata dalla sua manager, che tra parentesi è una delle più potenti produttrici di Hollywood, le ho mostrato la lettera del libro e ho balbettando un «May I», posso io, qualcosa.
Lei ha teso le mani per prendere il libro, e poi se ne sono andati tutti. La mia foto con Brad Pitt è evaporata insieme a lui.
A quel punto sono scesa e ho visto che i fan stavano aspettando che uscisse. Un gruppo era da una parte e un altro gruppetto dall’altra. Non sapevo a quale angolo mettermi. Ho chiamato Gisella per dirle che avevo fallito la missione e dovevamo andare a Los Angeles a cercarlo, ma lei non ha risposto.
Quando mi ha richiamato e io ho risposto – scelta disastrosa numero due – è partito un coro di urla «Brad! Brad!» che annunciava il suo arrivo. Lui è fermato dalla parte più lontana da me, il tempo di corrergli sotto al naso e stava già facendo foto e autografi con la seconda parte della fila.
A due scelte disastrose di seguito, pensavo che ormai non potesse essercene un’altra. Quindi ho girato per il lido, sono andata in spiaggia, ho mangiato il ghiacciolo, ho bevuto il succo di pomodoro, parlato con il mio amico Gigi Mascheroni che ho ritrovato davanti al negozio del gelati, fatto code per film che non sarei riuscita a vedere e dopo, solo dopo, mi sono messa in fila per il red carpet all’inizio della passerella.
Per farla breve, e non lunga come l’attesa che ho dovuto sopportare, Brad Pitt è arrivato su una Lexus rossa. L’ho salutato dal finestrino, ma poi è sceso, è andato al centro della passerella e ha passato mezz’ora a concedere foto e autografi ai fan. È andato esattamente dove avrei dovuto piazzarmi anche io, vicino a un fotografo che avevo salutato a metà pomeriggio, se non avessi perso tempo a pensare che non si sarebbe mai fermato a farsi i selfie con il pubblico. Morale: ci saranno mille persone che hanno la foto con lui e io no.
Nella vita si possono fare scelte giuste, scelte sbagliate e scelte disastrose. Sto cominciando a pensare che anche scrivere un libro faccia parte della categoria numero tre.

 

 

CAPITOLO 18
LA FUGA A CANNES
E LA SCOPERTA DI MARRACASH

 

 

Adesso, solo adesso, in questo preciso istante io so chi sono, so cosa voglio, so dove voglio andare. Io voglio stare qui, a Cannes, in mezzo al mare mentre, guardo l’insegna del Carlton e mi sento Grace Kelly in un film di Hitchcock.
Sono qui con due ragazze che non avevo mai visto prima di incontrarle alla stazione. Martina ha 18 anni, mi seguiva su instagram, ha letto il libro, ha capito che parla di vita e moda e siccome lei studia alla St Martin, a Londra, ha voluto conoscermi. Io sono diventata il suo idolo e lei il mio.
Alice è la sua amica, frequenta la scuola di interpreti e traduttori, è bravissima. Ho due fan geniali, quindi sono un genio anch’io, per forza.
Mi hanno salvato dagli incontri a pubblico zero che sono ricominciati dopo Venezia e anche dal fatto di essere un idolo per motivi diversi da quelli che piacciono a me. Sta diventando logorante, questa storia.
Comincio a capire Brad Pitt. Almeno a lui dà fastidio essere un sex symbol, a me dà fastidio chi continua a parlarmi delle sue malattie. Non le voglio conoscere.
Ho scritto un libro apposta. Per non farmi raccontare le malattie degli altri. Invece sono sommersa da cartelle cliniche e anche se mi sforzo di non sentire, qualcosa alle mie orecchie arriva sempre. Mi verrebbe voglia di topparmele con le mani e fare «ba ba ba» con le labbra, ma così sarei troppo maleducata. Quindi soffro.
Quando soffro mi taglio i capelli da sola e compro cose a caso. Poi le cambio. Poi le ricompro. Poi le ricambio. Poi mi faccio fare il buono. Ho i capelli da spaventapasseri, il portafogli pieno di buoni e l’armadio che trabocca di cose comprate a caso.
Per forza, vado di qui, ci sono tre gatti, vado lì, ci sono due gatti, vado là, ci sono solo i topi. Non ce la faccio più. Ho due incontri a settimana e quando arrivo c’è sempre il deserto.
L’altro giorno c’erano un primario famoso, suo figlio, un giornalista famoso e una fan. Continuavano a dire che il libro era meraviglioso e io ero stata bravissima. Ma chi ascoltava?
Il povero ragazzo della libreria è andato a casa con tutti i libri che si era portato. Tranne uno, forse, l’aveva comprato la mamma di una delle protagoniste che si trovava in sala, per caso. Le altre due persone presenti sono scappate. E la volta dopo è stato anche peggio. Eravamo io, due parrucchiere famose, un’estetista, la presentatrice e i signori della libreria, la piazza, il campanile, le campane del campanile. E forse hanno preso il libro in due.
L’altra sera mi ha presentato Marco, un mio ex capo del Giornale, ha detto delle cose bellissime, se ci fosse stato qualcuno ad ascoltarci, a parte la signora della libreria, due fan, la mia amica Artins, che mi ha fatto una recensione stratosferica, e la guardia del Comune. Le due fan si sono lamentate per l’organizzazione e il libro non l’ha comperato nessuno.
Marco, però, ha raccontato una bella storia.
«Un pastore protestante ha spiegato che la vita ci indica sempre dove andare, la strada è già tracciata, sia che credi, sia che non credi, tutto sta a riconoscere i segnali. Però tu, Anna, devi essere brava a seguire le orme. Se le vedi, seguile, non cambiare sempre strada».
Il giorno dopo la Marti, che mi parla di qualunque cosa tranne gli argomenti che mi fanno stare male, quindi la adoro, mi ha invitato a Cannes io ho detto ok. Adesso non voglio più tornare a casa.
Credo di essere nata per vivere qui, con Cary Grant, se risorge, va bene anche in fantasma nel caso.
O anche con Brad Pitt se la sua manager risponde all’email che le ho mandato per spiegarle cosa volevo.
Penserà che sono come gli aspiranti registi di Los Angeles che girano con i loro script in cerca di produttori. Penserà bene, visto che se facesse il film con il mio libro io impazzirei di felicità. Questa cosa degli obiettivi troppo alti mi perseguita dalla diagnosi del primo psicologo.
Ma cosa ci posso fare? È più forte di me desiderare qualcosa che non posso avere. Del resto, cosa ha detto Sartre? «O vivi o scrivi, non ci sono alternative».
Infatti io continuo a scrivere. Prima o poi diventerò come Sartre.
Qui a Cannes sono più ispirata. Tranne quando mi chiamano per propormi una nuova presentazione e dico di si, prima ancora di sapere con chi, dove, quando e perchè. Dico sì perché ho paura di essere maleducata a dire no. Ma so già che sarò infelicissima. Perché io non voglio questa reputazione.
Di una che ha scritto il libro sulla malattia.
D’accordo, per alcuni il colpo di genio è stato proprio questo, creare un libro che parte da lì ma poi racconta altre cose, più divertenti. Ma dopo basta, io voglio una reputazione nuova, chiederò all’addetta stampa di Fedez come si fa, che è stata lei, in un’intervista, a illuminarmi con questa storia di come ti percepisce la gente e di come puoi cambiare la visione che hanno di te. Se mi percepiscono qui a Cannes, per esempio, mi va benissimo.
Mi sento come Bella Hadid, meglio di così non potrei stare. Solo che quando mi sento così, di solito, è una situazione a tempo. Come quando ti liberi dai tacchi, ma sai già che dovrai infilarteli di nuovo e camminare con un T Rex per il dolore.
Ora che sono un idolo ho capito che non è proprio come me lo immaginavo, quindi voglio essere qualcun altro.
Vorrei essere la mia amica Hillie, che pesa tre etti e veste solo Vivienne Westwood, o vorrei essere la Marti, che non pesa tre etti, ma riempie le stanze di bellezza e felicità appena entra. Vorrei essere come la mia amica Bianca Luna, che non so quanto pesi, ma sembra la Barbie uscita dalla scatola. Ha un bel marito, un sacco di vestiti e non si sveglia mai nello stesso posto per più di tre giorni fila.
Tra l’altro si truccano tutte e tre benissimo, ma non posso imitarle perché ho le labbra sottili. Se mi metto il rossetto come loro, mi devo pitturare mezza faccia.
Quando chiedono a Chiara Ferragni il segreto del suo successo lei risponde: «Essere se stessi». Lei è andata avanti a farsi le foto anche quando tutti la prendevano in giro. E più la deridevano, più diventava famosa, fino a quando è stato chiaro che lei era Chiara Ferragni e da quel momento in avanti, per definire la sua professione, bisognava fare il suo nome. Ha inventato qualcosa che non c’era, se stessa.
Il problema è che io sono sempre più concentrata sugli altri, tipo il Defunto amore o Brad Pitt. Però almeno adesso lo so chi sono. Sono una che vuole sempre essere qualcun altro.
Comunque qui a Cannes il massimo dei miei problemi è decidere se compro una borsa di Calvin Klein New York edizione limitata, che costa 1600 euro, un abito da red carpet blu tempestato di Swarovsky, che costa quello che deve costare, e un altro abito rosa con le perle, che non costa poco. Sono tre scelte giuste è il prezzo finale che no va.
A parte questo è tutto perfetto, mi sento libera. Come la poesia di Maps to the stars. Esco dall’acqua e guardo il cielo. E’ tutto così meraviglioso.
Non mi serve nient’altro, anche se un fidanzato bello come questo qui non mi dispiacerebbe. È un po’ selvaggio, ma mi piace il suo spazietto tra i denti, anche i capelli, il naso, gli occhi. E poi ha questo sorriso Brad Pitt, quello che ti stende. E poi è educato. Si capisce dal suo profilo instagram.
No! Non ci credo! Sta ringraziando una scrittrice! Le ha dedicato un post. Io nel mio libro ho ringraziato mezzo mondo, mancavano solo gli Egizi e i Romani, forse anche i Greci, ma per il resto c’erano tutti e nessuno ha dimostrato di apprezzare. Invece questo qui apprezza il lavoro di un’altra scrittrice, la Avallone, e gliel’ha detto.
No, io lo amo davvero questo Marracash.
Ma chi è esattamente poi, cosa ha fatto di preciso, aspetta?
Ah, si già, è quello di Badabum badamu cha cha.
Certo che me la ricordo, “la mia gente ti porta di la e Badabum bada bum bada bum cha cha”, ma ero troppo presa a inseguire il Defunto amore per notare lui.
Mmm. Vediamo cos’altro ha fatto.
Corro con il telefono cercando l’ombra, perché al sole non vedo niente. Mi sdraio sul lettino e mi metto sotto la tettoia.
Digito Marracash su you tube.
La prima canzone che mi esce è “Dididino”.
Fischia quanto è bello.
Ma è bellissimo, non bello e basta.
No ma è al di là di bello.
E poi non sa dire di no!
Come me!
No ma io lo adoro.
Si è sciolto il cuore.
Evviva
Mi sono innamorata.
Devo dirlo alla zia Elena.
Anna back in business.
«Elena».
«Oh».
«Mi sono innamorata».
«Ancora? Ma non eri così innamorata di quello là».
«No sì ma non c’è più».
«E quell’altro, il Terribile».
«Ah no quello lì era un falso allarme. Solo per vedere se mi ascoltavi. Adesso mi sono innamorata sul serio».
«Immagino, e di chi stavolta?»
«Di Marracash».
«Marrakesh sarà qualche arabo»
«No, assomiglia agli arabi ma è italiano. Poi è Marracash, come i soldi. Uno bellissimo con lo spazietto tra i denti. Guarda».
Le mostro la foto sul telefono. Mi spinge via.
«Non ho tempo, devo fare i mestieri».
«Dai guarda, ti faccio vedere la canzone che mi piace».
Elena, la zia Elena, una mano sullo spazzolone, si ferma controvoglia e guarda il cellulare.
Didino. Didino. Didino. Eh.
Didino. Didino. Didino. Eh.
La canzone di Marra è una bomba. E lui è irresistibile. Io salterei nel telefono per baciarlo.
Ma lei si stacca subito e, mentre ricomincia a lavare il pavimento, emette la sentenza: «Non mi piace. Neanche un po’».
«Ma è bellissimo».
«Non va bene per te. Poi troppo giovane. Quando maturi? E poi te l’ho già detto, smettila di andare in giro come una zingara e stai attenta, che c’è la brutta gente in giro».
«Lo dice anche sua mamma, nella canzone, te l’ho fatta sentire prima. Dice così: “Fabio non partire, non andare in giro che c’è la gente brutta ma ci sono anch’io a dirla tutta”»
Didino. Didino. Didino. Eh.
Didino. Didino. Didino. Eh.
La zia Elena non mi ascolta. È troppo impegnata a fare i mestieri.
Vado in bagno a lavarmi con il telefono in mano. Sono ancora in mutande e non sono neanche belle come quelle della modella del video di Marra. Didino. Didino. Didino.
Su bambina. Su bambina. (Canticchio)
Voglio mostrarti un po’ di pura vita.
Che mi separano due cuba libre
Io canto, la zia Elena urla come una matta per chiedermi se sono impazzita. E io rido.
È vero che Marra è tutto il contrario di come lei vorrebbe fosse il mio fidanzato (regolare, e non selvaggio) ma tanto a lei non andrebbe bene nessuno lo stesso, dovrebbe farmelo su misura.
Adesso non la sento più. Sta passando la lucidatrice, fa un baccano infernale.
«Elena, Elena?»
O cavoli. Mi sveglio con un salto.
Non era la lucidatrice. È un aereo, di quelli con gli striscioni, che sta passando sulla spiaggia. Mi devo essere addormentata mentre ascoltavo le canzoni di Marra.
La mia Tata non c’è più. Era un sogno. Un’altra volta. Solo in sogno trovo i miei defunti amori.
Però fa niente perché adesso ne ho uno nuovo di pacca, non sa dir di no, quindi dirà per forza di sì quando gli chiederò se lo posso baciare.
Devo andare a cercare Alice e la Marti per dirlo anche a loro. Il mio cuore batte ancora. Per Marracash.

 

– Anna Savini

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