Come scrivere un libro e diventare povera – Capitoli 15 e 16

Come scrivere un libro e diventare povera – Capitoli 15 e 16

CAPITOLO 15

IL DRAGO DI NIETZSCHE E I FANTASMI DI MARIA

 

 

«Salviamo le apparenze», diceva sempre un mio prof di filosofia del liceo. E io ho imparato la lezione. Al liceo non ero la più bella. Non ero la più intelligente. Non ero la più sportiva. Non ero la più fidanzata. Forse ero quella con l’apparecchio ai denti più brutto. Ma a parte quello, al liceo non ero niente.

Neanche adesso, a dir la verità. Ma le apparenze dicono il contrario.

Volteggio da una presentazione all’altra neanche fossi Marlene Dietrich e quasi sempre vengo bellissima in foto, nessuno fa caso a quanta gente c’è. Anche perché spesso ce n’è tanta. È che io faccio sempre caso al bicchiere mezzo vuoto, mentre la gente vede solo che il bicchiere mezzo pieno sta proprio traboccando.

Quindi, da fuori, è tutto perfetto e infatti la mia fama continua a salire e il libro è un successo atomico, anche senza andare in classifica.

Me ne accorgo quando qualcuno mi tratta da star. L’altro giorno è successo da Gucci.

«Non ci credo! È proprio lei», ha esclamato una commessa, mentre io mi giravo indietro per controllare che non stesse parlando con qualcun altro. Invece si riferiva proprio a me,

Ma succede anche con le amiche che non vedo da un po’ di tempo.Tipo adesso, con la Patty.

«Ah Anna! Posso ancora dirti ciao o devo darvi del voi?» dice imitando la voce di Fantozzi.

Gorgoglio cosi tanto dal ridere che non riesco neanche a rispondere.

La Patty ha fatto il liceo Classico, come me. Lei era la prima della classe. Io no. È una giornalista, famosa per il suo carattere. Quando parla, di solito scatto sull’attenti. Stavolta è il contrario.

Non sono abituata, quindi, siccome aveva fatto il livper ridarle subito lo scettro, le dico: «Sai che sono andata a seguire la Maturità per il giornale e mi sembrava di sentire tutto per la prima volta? Non mi ricordavo più niente. Ma tu la sapevi la storia del drago e di Nietzsche?».

«Ma stai scherzando – esclama lei, ritrovando il suo solito tono di voce -. Per noi era il pane quotidiano, i filosofi era come se fossero nostri amici, tipo “ciao, come stai oggi”. Avevo delle compagne che d’estate andavano in vacanza sul Parnaso per sentirsi più vicini agli Dei. Non potevi stare in classe con noi se non parlavi di greco e latino con la stessa facilità con cui si parla del tempo».

Ah, ecco. Infatti io non ero in classe con loro, nella A. Io ero nella C dove le materie erano materie e non venivamo teletrasportati sull’Olimpo mentre ce le spiegavano.

«Perché noi avevamo la Faranda che insegnava come Platone ai suoi allievi, non si traduceva, si declamava. Lei conosceva la storia di tutti i suoi studenti, di generazione in generazione. Non si limitava a interrogare, lanciava le sfide. Diceva: “E adesso tu alzati e onora la memoria di tuo fratello (tuo padre, tua madre, tuo nonno) e spiegami come mai bla bla bla… ».

La Patty non dice bla bla bla, la Patty dice tutto quello che si ricorda del liceo, ma non ho preso appunti e non riesco a andare a memoria, considerando che è la prima volta che lo sento. Nella sua classe erano tutti Eletti, sapevano tutto di tutto. Non uscivano mai dalla parte. Per loro il drago di Nietzsche era l’abc.  Quindi me lo faccio spiegare: «Sulle scaglie del drago c’è scritto tu devi. Ma il leone dice io posso». Così parlò Zarathustra. E la Patty.

A dir la verità non le conosce solo lei le Metamorfosi, ho fatto una piccola indagine. Le sanno anche le sorelle Massaro, una era in classe con me, quindi non avrei scusanti, se non fosse che lei era una secchiona e avrebbe imparato tutto lo stesso anche da autodidatta. Comunque, adesso che so la storia del drago, come qualche altro milione di studenti, la devo anche applicare. Io DEVO andare alle presentazioni, ma POSSO dire «no grazie». Posso, ma non riesco, quindi faccio il cammello, prendo il mio carico, dico di sì e siamo punto a capo.

Come adesso, che sono a Milano in una di quelle situazioni dalle quali non so come uscire. Sono arrivata qui per la Dama Bionda, una mia nuova amica di libro, adesso le chiamo così.

La Dama Bionda è la manager di un Giovane cantante. Un giorno ero fuori dal Duomo, a Milano, c’erano così tante ragazze che urlavano. Ho pensato ci fossero le Cresime. Invece poi mi sono accorta che erano lì tutte, in Mondadori, per il firmacopie del Giovane cantante.

Ho pensato «che bello se un giorno dovessi avere anch’io cinquemila persona fuori dalla porta ad aspettare il mio libro». E allora ho deciso di regalarglielo. E nella dedica ho scritto: «PS: salutami la Dama Bionda».

Intendevo la presentatrice della trasmissione che l’aveva lanciato, ma lui ha pensato mi riferissi alla sua manager. Perché lei aveva un Amore, defunto per davvero, dal quale non riusciva a riprendersi e pensava che la mia storia avrebbe potuto aiutarla. E infatti così è stato.

Lei ha letto e poi ha pensato che il destino ci avesse fatto incrociare perché io scrivessi il suo, di libro. Così adesso, per portarsi avanti, mi sta raccontando la storia della sua vita, da un numero imprecisato di ore.

Siamo sedute sull’orlo di una colonna in galleria, a Milano. Io ho già il sedere piatto (più del solito, intendo) e le gambe che mi fanno male per lo sforzo di tenere le chiappe sullo spigolo.

La Dama Bianca fissa un punto nel vuoto mentre parla. E sorride come se avesse davanti i personaggi di cui mi sta parlando.

Non c’è solo il suo Amore defunto. Ma anche Lui, un amico di gioventù, ucciso a colpi di pistola, che viene evocato di continuo. E una bimba morta tanto tempo prima. «Lui aveva litigato con la madre. Lei gli disse “se esci ti vedrò solo in un bara”. Fu ucciso per sbaglio durante un regolamento di conti. Ricordo il lenzuolo bianco sporco di sangue. E subito la prima notte, lui portò il fantasma di una bambina morta, la figlia del nonno. Io ero piccola. Ma la storia della musica, i vicoli che sapevano di mare e sale, le case dei pescatori, il sole, quella scena, il mio Amore».

Non si capisce bene la storia? Non la capisco neanche io. Faccio un po’ di fatica a star dietro ai nomi, faccio un po’ fatica a star dietro a tutto il racconto, come con le versioni di Greco del liceo. Però penso che verrà un libro bellissimo, magari lo scrive uno che ha fatto la A. perché io non penso di riuscirci.

Sto aspettando il momento giusto per dirglielo, quando la Dama Bianca urla «Ah» e interrompe il racconto di colpo.

Si gira di scatto, si tocca la nuca. Si volta di nuovo verso di me.

Sorride rivolta al suo punto nel vuoto.  Poi, lisciandosi i capelli, aggiunge: «Mi sono sentita toccata».

Sbarro gli occhi, ma torno subito normale per non lasciar trasparire la sorpresa.

«Sempre, mi capita. È Lui. Mi tocca. Vuol dire che mi sta pensando».

«Ah», dico io guardandomi indietro, perché penso che Lui mi voglia sgridare perché non capisco la storia.

C’è una ragazza, in biblioteca a Lecco, che quando le chiedo le cose impossibili, non perde mai la calma, e dice sempre «Ok perfetto»,  con il tono più rassicurante del mondo e allungando un po’ le lettere, per prendere tempo.

Ecco vorrei fare la stessa cosa, ma non sono rassicurata per niente.

La Dama bionda vede i fantasmi. Sono i suoi amici. Ho paura che capiscano il mio imbarazzo e glielo riferiscano. È che non si è ancora ripresa dallo choc perché quando il suo Amore è morto, lei ha scoperto che era un Amore un po’ sdoppiato, uno di quelli che non ameranno mai Nessun’altra all’infuori di te, al martedì. Nessun’altra all’infuori di lei, al mercoledì. E magari hanno anche una Nessun’altra ufficiale per ogni giorno della settimana.  Lei era convinta di essere la Nessun’altra di tutta la vita. Si sbagliava. E se ne è accorta solo quando, al funerale, la Nessun’altra ufficiale è stata chiamata sull’altare.

«Quando hanno chiamato lei, io non ero più lì. Era come se fossi uscita da me».

Fingo di non vedere il parallelo con il Defunto amore. Però questa parte è facile da capire no?

Aveva trovato uno di quegli uomini che vogliono tutte, tipo Mick Jagger, Warren Beatty, John Kennedy, quegli uomini porta girevole del Grand hotel. Entri tu, esce un’altra, entri tu, esce un’altra. Che, detto così, non ha l’aria di essere niente di speciale. Ma se pensi alla felicità di quando alloggi in un Grand hotel, capisci perché non vuoi più uscire, anche se non sei l’unica che lo frequenta. A questo punto, di solito, le mie amiche dicono che non posso paragonare il Defunto amore a Kennedy. Infatti, era molto meglio e io sto parlando solo dell’Amore defunto della Dama Bionda.

Lei voleva andare avanti a credere che l’Amore Grand hotel fosse tutto suo. Anche adesso.

Non riesco ad aiutarla. È fissa sul suo pensiero, ha trovato perfino un sosia con cui fidanzarsi.

«Ma l’ho già lasciato, perché ho pensato che non possobaciare uno pensando a un altro».

«Appunto», commento, tanto non mi ascolta.

Arriva una ragazza che vende libri per strada.

«No grazie», dico secca.

La Dama Bionda manco la vede.

«Ah», urla per la seconda volta -.

«Ancora. Mi ha toccato di nuovo la spalla».

È tornato il fantasma.

Mi  giro di scatto anch’io perché, adesso, non saprei dire se è stato il suo amore defunto, il mio Defunto amore, il suo amico ucciso o chi, ma mi sono sentita toccare la spalla anch’io.

Torna la venditrice di libri

«No grazie», ripeto brusca.

La Dama Bionda continua a guardare nel vuoto.

Io mi alzo di scatto: «Il libro! Il mio! Devo andare. Ho una presentazione. Sono già in ritardo».

«Ok – dice la Dama senza scomporsi, mentre muove i capelli con leggiadria -. Ma con il nostro libro come facciamo?».

«Ci risentiamo» le dico io. Ce ne andiamo, una dietro l’altra, entrambe inseguite dai nostri fantasmi.

 

CAPITOLO 16

MI STUDIANO A SCUOLA E IO VADO DA CLOONEY

 

 

Mi studiano a scuola. Come Dante, come il Manzoni, come Nietzsche, per restare in tema. Come Pascoli e Leopardi no, perché mi stanno antipatici.

È successo a una presentazione, in un grande albergo, organizzata dalla mia amica Marilù. C’era la banda, il parroco, il sindaco, i presidenti di tutte le associazioni del mondo, i cherubini, i serafini, don Camillo e Peppone, ma non c’erano i libri da vendere.

Non ci siamo capiti, li porti tu, li porta lei, li porto io, non li ha portati nessuno.

In compenso c’erano due torte gigantesche, una stratosferica con la copertura di panna precisa identica alla copertina del libro.

E poi c’era lei, la professoressa Zerini. Voleva il libro a tutti i costi e alla fine, a pubblico dileguato, siamo riusciti a trovarne qualche copia.

Dopo aver letto la mia storia la prof, che guarda caso si chiama Beatrice, ci ha intravisto il Paradiso dantesco (forse più l’inferno, ma il senso è uguale).

Quindi ha valutato che io potessi diventare un modello per i suoi studenti di seconda media. Un modello da seguire alla rovescia, certo, ma pur sempre un modello.

Con grande coraggio e sprezzo del pericolo, ha detto ai genitori dei ragazzi: «Se volete studiamo i classici come al solito, ma io ritengo che questo libro sia utile per i vostri figli perché insegna che nella vita non sempre va tutto bene e che però, se qualcosa dovesse andare storto, ognuno di noi è in grado di reagire. I ragazzi impareranno che bisogna stare concentrati su se stessi e sui propri obiettivi, senza perdere tempo a sminuirsi nel continuo confronto con gli altri. Cosi impareranno a darsi il giusto valore e a costruire la propria autostima, traguardo dopo traguardo, senza mai perdersi d’animo».

I genitori la ascoltavano con la bocca aperta. E lei ha continuato: «Quello che sto cercando di dirvi è che una ragazza che ha passato la vita a sentirsi inadeguata è riuscita a condensare in un libro la lezione più importante. Che dobbiamo prenderci cura di noi stessi, senza perdere tempo a lamentarci. Per me questa è letteratura. Ma, se volete, studiamo la Chanson de Roland come al solito».

Ho vinto io, grazie alla prof, ai genitori e alla preside de?e scuole medie di Fagnano Olona sono l’autrice di un libro di testo.

Il pensiero che una classe mi stia studiando, ovviamente, mi travolge di felicità, solo che adesso sono alle prese con un’altra ondata emotiva. Sto per incontrare George Clooney. Forse. Se mi decido e la smetto di sfogliare la margherita.

Vado a Venezia. Non vado a Venezia. Vado a Venezia. Non vado a Venezia. Mi hanno dato l’accredito ad personam per “Suburbicon”. È come se avessi vinto il biglietto della lotteria. Vado a Venezia, vedo George Clooney, torno vincitrice. Facile, se ci avessi pensato prima.

In realtà l’ho deciso due minuti fa, appena mi sono svegliata. Sono cinque giorni che medito se andare o no, ho fatto anche spostare il riposo a un mio collega, ma poi ho cambiato idea. Alzarmi alle 4 del mattino per arrivare a Venezia in tempo per la proiezione delle 8.30 mi sembrava troppo anche per Clooney. Quindi ieri sera sono andata a letto pensando che ci avrei rinunciato.

Fino a quando non ho aperto gli occhi, alle 5 e ho pensato che al Festival posso andarci lo stesso, in ritardo. Quindi adesso sono qui, in carrozza, con un vestito bellissimo, a spalle nude, che dà un po’ nell’occhio sul treno, ma pazienza.

Guardo fuori dal finestrino e penso che la devo smettere di sfinirmi con il pensiero di fare le cose. Devo farle e basta perché poi, quando le ho fatte, non mi sembrano più così stremanti come pensavo in partenza.

Infatti il tempo è volato, vedo già il mare. Oddio sono proprio in mezzo al mare. I

Io ero già stata a Venezia, ma era freddo, era buio, c’era la nebbia, non si vedeva niente. Adesso è tutto diverso! Arrivare a Venezia così, è una favola! Sembra il Paradiso.

Il cielo sopra, il mare sotto, a destra e a sinistra. E io in mezzo, avvolta dall’azzurro, come Mosè. Come a Miami.

Mi gira la testa, non capisco più niente, come quando sono innamorata. Quando scendo dal treno mi sembra di essere a Disneyland. Non vedo una stazione normale, ma una stazione magnifica. Poi queste case che escono dall’acqua e i motoscafi e le barche, i negozi,gli alberghi, sembra la casa della bambole in scala reale.

«Scusi è libero?», chiedo al primo taxi boat che trovo.

«Sì, dove deve andare?”»

«Al lido. Ma quanto costa?»

«Quanti siete?», dice lui.

«Da sola», rispondo io.

Il conducente allarga le braccia e fa l’espressione di chi ha paura di darti una delusione. «Sono 80 euro».

«OTTANTA EURO? (pensavo che una corsa costasse il triplo) BENISSIMO!» esclamo, mentre lui mi dà la mano per aiutarmi a salire.

Appena salgo sul motoscafo divento meravigliosa.

Di colpo, tipo incantesimo. Dio quanto sono fortunata, pensa cosa mi sarei persa se fossi stata a casa.

Sto in piedi  per vedere tutto meglio, mi scoppia il cuore di felicità. Non so dove guardare.

È tutto azzurro, turchese, verde, oro. È tutto così bello. Le gondole, i palazzi, i vaporetti, gli altri motoscafi. Se conoscessi Venezia bene, potrei dire cosa vedo a destra e sinistra e in cielo e in laguna, ma sono un asino e non ho voglia di barare guardando la mappa su Google.

Venezia mi sorride. Passo sotto i ponti, tra le calle, la barca va dal mare aperto ai ponticelli. Il cielo mi bacia e le onde mi spruzzano

«È ora di finirla con quelli che scoprono la Coca Cola solo quando la bevono loro» direbbe un mio vecchio direttore ma  io voglio che sembri che Venezia l’ho scoperta io.

Saluto con la mano tutti quelli che incrocio come se fossi una regina in visita. Sbarco al lido shakerata, come quando scendi dalle montagne russe e non sai più dove hai la testa e dove hai il cuore. All’approdo c’è un leone. Due turisti tedeschi mi leggono nel pensiero e senza neanche che debba chiedergli “Can you take me a picture?” mi fanno la  foto. Tanto ormai sono già in ritardo.

Ho perso la proiezione delle 8 però ho scoperto che ce n’è un’altra alle 11, faccio in tempo a cercare la mia amica Silvia.

«Ma come sei bella, Anna» dice lei quando mi vede. Io lo so già perché la felicità fa sempre l’effetto lifting. Anche lei è bellissima e siccome lei qui viene sempre, mi fa da guida.

«Guarda lì i fotografi che aspettano le star per il red carpet, e la spiaggia dove ha girato Visconti».

Il mare in realtà è sporco e io non potrei comunque fare il bagno perché non ho il costume, ma fa niente, è tutto meraviglioso, “Morte a Venezia zero”, qui c’è solo vita. Però non posso assistere alla proiezione delle 11. Anche se supplico, anche se pago, anche se sto seduta sui gradini. Niente.

E’ già piena. Dovevo pensarci prima.  Va beh, amen, ho ancora il pass per la conferenza stampa. Vedrò Clooney da vicino. Stavolta ce la farò. L’ho già perso a Milano, al Principe di Savoia. Era arrivato per “Monuments men” , lui Matt Damon e tutti gli altri. Ho visto troppo tardi che c’era la conferenza stampa

«Ha visto  il film?», mi hanno domandanto quando ho chiesto l’accredito.

«No», ho risposto io, ingenua.

No film, no party. Niente conferenza stampa. I miei colleghi erano attaccati a George Clooney. Io ero seduta alla scrivania, arrabbiatissima. Non ho pià parlato per un mese.

La mia amica Angelita ha commentato: «Sai Anna che un’occasione così nella vita non ti ricapiterà mai più?».

Sta ricapitando. È un mezzo miracolo. Devo solo mentire. Se mi chiedono se ho visto il film, rispondo sì anche se poi con le domande, rischio di fare la figura di una che nin non sa  niente come in Nottingh Hill con Cavalli e segugi.

In realtà io ho già pronto una domanda. voglio farla in inglese e scusarmi perché lo parlo peggio di quanto Matt Damon parli francese in “Monuments men”. Così poi tutti rideranno e io potrò chiedere qualcos altro. Devo solo arrivare in sala stampa. Per adesso sono seduta su un muretto, davanti all’hotel Excelsior Lido, che aspetto la Silvia.

«George» «George».

Si sono messi tutti a gridare.

Oddio, arriva Clooney. Non ho il telefono. L’ho lasciato in carica.

Me lo faccio prestare da qualcuno. Ho da parte gente con il telefono a conchiglia. No non ci credo, hanno tutti l’I phone a questo mondo, tranne me e i miei vicini.

George ci guarda, saluta, sorride. Scende. Io non ho neanche una foto.

Arriva la Silvia.

«Non preoccuparti – dice  – attraccherà di là. Vieni con me».

Corriamo all’altro attracco e in effetti lui arriva, ma non si vede niente perché ho davanti un muro di fan, con l’i phone che gli fanno le foto a un centimetro dalla faccia. «Va beh, Silvia, andiamo in sala stampa».

C’è una conferenza stampa in corso e la fila per entrare a quella di Clooney. Mi metto in coda.

«…sempre che riusciamo a entrare» , dicono quelli davanti.

Li interrompo di colpo:

«Scusate cosa vuol dire esattamente “sempre che riusciamo a entrare”» .

«Beh, scusa, ragiona. Tu sei in conferenza stampa, sai che  dopo arriverà Clooney, tu cosa fai? Ti alzi  o te ne stai seduto a tenere il posto?» .La risposta ce l’ho in diretta,

Arriva Clooney, arriva Julianne Moore, arrivano tutti e io li vedo sullo schermo che non è neanche maxi. Non sento neanche quello che dicono.

Dieci minuti e è tutto finito. Clooney è andato.Julianne Moore è andata. E anche io non mi sento tanto bene. Voglio tornare a casa. Adesso. Cambio tutti i piani.

Caro Arrigo, scusami tanto se non sono venuta a trovarti. Ma ero cosi stanca che non ce l’ho fatta ad arrivare all’Harrys bar.
Spero di tornare presto
Baci Anna

Mando l’email, salgo sul vaporetto tutta triste. Fisso il cielo che sta cambiando colore e sta scaraventato in terra un temporale. Passa un motoscafo. Ci sono cinque uomini in piedi, con i capelli contro vento.
Uno ha un basco grigio in testa. Mi fissa. Io fisso lui. Lancio un urlo. Come in Psycho. Lui scatta e ride di colpo. Quanto è bello. Per forza È Brad Pitt.
È Brad Pitt. Ho visto Brad Pitt. Cavoli mi sono incantata. No ma, è ancora piu bello dal vivo. Poi ha fatto quell’espressione, come faccio a spiegarla? Quella che l’ha reso Brad Pitt. La faccia di uno che sa di aver fatto colpo. La faccia di uno che fa sempre colpo, la sua.
Mi sento come quando ti innamori. Cioè ero gia innamorata di lui. L’ho scritto nel libro. Gli ho dedicato la lettera finale, una dichiarazione d’amore. Copiata da Fight club, cosi la riconosce, ma mi sa che non l’ ha ancora letta:

“Fidati – gli ho scritto – È tutta la vita che ti aspetto. Non preoccuparti, andrà tutto bene”.

Si certo andra tutto benissimo, se andiamo tutti e due dalla stessa parte, però. Non tu al lido e io in senso opposto. Aspettami, mi viene voglia di gridargli, mentre lui svanisce lontano su un motoscafo che si chiama Confusion. Come me, uguale. Confusione totale.

 

– Anna Savini

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