Come scrivere un libro e diventare povera – Capitoli 13 e 14

Come scrivere un libro e diventare povera – Capitoli 13 e 14

CAPITOLO 13
HAI VOLUTO LA FAMA?
ADESSO TI ARRANGI

 

 

«Anna Savini, lei ha scritto un libro, “Buone ragioni per restare in vita”. Quali sono le sue buone ragioni per restare in vita?».
Silenzio. Sguardo terrorizzato. Me ne venisse in mente una. Niente. Il vuoto siderale.
Tic. Tac. Tic. Tac.
Boh, adesso cosa le dico? In tv non si può rispondere «boh», ma io non so cos’altro dire. Zero sotto zero. Non avevo la testa così vuota neanche quando mi interrogavano in Diritto e io non avevo studiato niente perché l’unico diritto che mi interessava era quello di Ebderg, o anche quello di Becker, ma comunque non quello dei libri. Adesso cosa faccio?
Sono nel cortile di Mediaset, seduta su una panchina, con il libro sulle ginocchia, un microfono sotto al naso e un cameraman che mi sta riprendendo. E non so cosa rispondere.
Mi manderanno in onda su tutti i tg come la scrittrice senza parole, muta, tipo i protagonisti del film “The artist”. Per fortuna non siamo in diretta, se no avevano già cambiato servizio. Guardo Chiara, la giornalista che mi sta intervistando, mi giro di scatto ed esclamo: «Rifacciamo».
«Ok, rifacciamo», mi salva lei gentile. E ripete ancora la domanda.
«Anna Savini, lei ha scritto un libro, “Buone ragioni per restare in vita”. Quali sono le sue buone ragioni per restare in vita?».
Tic. Tac. Tic. Tac.
No, ma mi verrà in mente una ragione? Una, non sedici. In effetti una ce l’ho, ma non posso rispondere: «Far tornare il Defunto amore». Mi sembra più una cosa da dire al Genio della lampada così, se il desiderio non si avvera, mi faccio consolare da Will Smith. Ma a Italia Uno dovrò dire qualcos’altro, di più profondo magari. Sì ma cosa?
Non mi viene proprio niente. Sto quasi per dire: «Vedere il prossimo film di Tarantino con Di Caprio e Brad Pitt», ma mi fermo subito se no, poi, come faccio a spiegare perché preferisco i film alla vita reale?
Sono imprigionata in una risposta, a una domanda facilissima. Però non voglio dire ancora: «Rifacciamo».
Apro la bocca. Balbetto qualcosa. Parole a caso. Balbetto ancora. Altre parole a caso. Sorriso idiota alla telecamera.
Era meglio dire: «Rifacciamo». Era meglio star zitta. Era meglio scappare.
«Può leggerci un brano del suo libro?», chiede Chiara riprendendosi il microfono. Poi me lo rimette sotto al naso.
Sbarro gli occhi e ammutolisco. Un brano? Che brano?
Sfoglio le pagine a caso. Scelgo un passaggio a caso. Leggo una frase a caso.
MA CHE RAZZA DI FRASE STO LEGGENDO? E poi come? Sembro un’alunna di prima elementare, analfabeta però.
Crisi d’ansia. Altre domande. Altre risposte a caso. Frase mozzata. Sorriso idiota.
«Abbiamo finito», dice Chiara.
«Grazie», dico io, anziché supplicarla di ricominciare daccapo.
Sono andata malissimo lo so già. Ma non ho il coraggio di chiederle se possiamo rifare tutto, così stavolta leggo la lettera in cui chiedo a Brad Pitt di sposarlo. E sto anche dritta, magari.
Quando torno a casa guardo il tg e vedo questa ragazza, in abito rosso e sandali bianchi (ma perché ho messo i sandali bianchi da Spice Girl?), curva su se stessa. Mi sembra che abbia anche il mascara sbavato, è simpatica, ma anche timida, non si capisce cosa dice. Fine del servizio.
La ragazza sono io. L’intervista è andata in onda su un solo tg, è durata pochi secondi. Per forza, ho fatto pena, hanno dovuto tagliare.
Chi mi ha visto avrà pensato «guarda quella lì che non sa neanche rispondere alle domande del suo libro».
«Che figure – si preoccupa mia mamma – Ma non potevi prepararti prima?».
Potevo? Non potevo? Non lo so. È che sono troppo emotiva. Parlo troppo velocemente, apro parentesi di continuo, perdo il filo. E poi c’è un problema al giorno.
Questa cosa della fama sta diventando come un lavoro. È tutto nuovo e io non sono preparata. Tipo le presentazioni. Non avevo un calendario programmato ed è dal primo giorno che continuo a ricevere inviti.
Mi chiamano le librerie, mi chiamano le biblioteche, mi chiamano i festival, mi chiamano le mie amiche per dirmi di chiamare le librerie, le biblioteche, i festival che mi stanno cercando. Mi chiamano i miei amici per sapere come mai non sono al Salone del libro di Torino, perché non vado a questo festival, in quella libreria, in quella biblioteca, a quel circolo di lettura. Mi telefonano, da mattino a sera. E io rispondo.
Non pensavo che diventare una scrittrice volesse dire vivere al telefono. Invece sembro una centralinista degli anni Cinquanta. Smisto richieste, ma per me stessa. Più che un’attrice di Hollywood, mi sento come Anne Hathaway nel “Diavolo veste Prada”, un’assistente stressata che non veste neanche Prada.
Quando mi lamento, un mio collega mi canta una canzone di Fedez che fa così: «L’hai voluto tu. L’hai voluto tu. L’hai voluto. Tu». Oh certo, l’ho voluto io, ma questa storia mi ricorda tanto quando, a 14 anni, andavo a letto sognando che il mattino dopo mi sarei svegliata con il corpo di Brigitte Nielsen.
Avevo il suo poster attaccato alla porta. Era così alta che teneva via quattro pagine di Max. Allora io esprimevo il desiderio di essere come lei, ma un po’ più bassa, con i capelli un po’ più lunghi, con meno seno. Insomma facevo delle piccole modifiche. Poi, tanto, mi svegliavo sempre con il mio corpo, che aveva molte più cose da migliorare. Ecco adesso è la stessa cosa. Ho la stessa vita di prima. Ma è tutta diversa. Da una parte è bellissima. Ma dall’altra è un incubo.
È come se si fosse scatenato un uragano e non avesse nessuna intenzione di finire. Solo che l’ho scatenato io. Anzi no, io sono l’uragano. Non capisco più niente. Sono bombardata d’amore. Mi scrivono tutti per dirmi che sono brava e mi vogliono bene.
«Come mai?», si domanda mia mamma.
«Io non capisco come sia possibile», ironizza mia sorella.
A parte il loro sarcasmo, anch’io non so perché succeda, ma succede. Sono sopraffatta da un’ondata di ammirazione. Adesso qui, decidiamoci bene, o mi lodo (e mi imbrodo) o sorvolo. Però, oggettivamente, non posso sorvolare perché sono gli altri che mi lodano, mica io.
Ho tutte queste recensioni che neanche Umberto Eco e “Il Nome della rosa”. Già leggerle è una meraviglia, sono dei capolavori. La Maura ha detto che ricordo la prima Fallaci. Carla che sono la nuova Jane Austin. La Vera mi ha fatto sei video messaggi in cui ha spiegato che sono un genio. Mia sorella è contenta, le piace l’idea che sposi Brad Pitt. Suo marito paragona il libro a un gol di Maradona.
La Lorenza dice che ho fatto la cosa migliore nel momento peggiore della mia vita. Bruno sostiene che rappresento la nuova letteratura, perché uso un linguaggio moderno, da social, per una cosa seria. Una ragazza mi ha detto che è favoloso perché sembra scritto da una di 27 anni «ma tu non hai 27 anni, neanche…». No, non ne ho neanche 28, ma l’importante è che scriva così.
Se faccio l’elenco di tutte le recensioni meravigliose che ho avuto, arrivo sulla luna senza neanche l’aiuto della Nasa. Solo una ragazza, su Amazon, ha scritto che dal titolo si aspettava qualcos’altro, ma io volevo titolarlo in un altro modo, quindi non la considero una critica.
Per il resto, ho fatto perdere ore di sonno a tutti perché non riuscivano a staccarsi dal romanzo. Se lo sono portati sul treno, a scuola, ai fornelli, a letto, in piscina, in palestra, in bagno, dal parrucchiere, in doccia, mentre si asciugavano i capelli. L’hanno letto di nascosto al lavoro. Dovevano finirlo a tutti i costi e, quando stavano per arrivare alla fine, gli veniva una gran tristezza perché non avevano più niente di bello da leggere.
Mi stanno mandando le foto della copertina dalla spiaggia, dalla montagna, da Montecarlo e da Parigi, da New York, con i grattacieli sullo sfondo, e da Los Angeles, sull’Hollywood boulevard.
Natalia Luppi mi sta facendo un bigino. Ogni capitolo ha un suo riassunto, come Pascoli e Leopardi. Natalia Aspesi non ha ancora scritto niente, ma ho pazienza, aspetto.
Le donne, che hanno colto in pieno il senso della storia, vanno a comperare scarpe e a prenotare vacanze in mio onore. I mariti sono un po’ preoccupati per i conti, ma vedendo le mogli attaccate al libro finiscono per leggerlo anche loro.
Piace alle signore e anche agli studenti delle superiori, lo leggono perfino ai ragazzini delle medie, che è una cosa che mi fa sentire molto giovane. Se i complimenti fossero biglietti aerei avrei già fatto 80 volte il giro del Mondo in 80 giorni. La mia autostima viene annaffiata di continuo, come i giardini di Villa Carlotta. Ho un fan club, anzi due, anzi tre, uno su facebook e due su instagram. Sono un idolo. Solo che non vado in classifica.
Perché non vado in classifica? Bella domanda. È dalla prima settimana che la mia editor si aspetta che andremo in classifica. Il libro è bellissimo. Il libro è amatissimo. Andrà in classifica.
E invece no. Perché si va in classifica con le copie vendute nelle librerie più grosse che, però, non sono invase dal mio libro come lo scaffale dei Kinder nei supermercati. Così dicono i miei lettori.
Un sacco di gente mi scrive per dirmi che non lo trova, o ce ne sono poche copie in fondo ai corridoi, un po’ nascoste. Hanno fatto un comitato per farmi arrivare all’Esselunga, al Bennet, al Carrefour, alla Coop, all’Iperal, negli outlet, nei cinema, negli autogrill, nelle stazioni e negli aeroporti, ma per adesso lì non ci sono.
Per fortuna il signor Lucca è riuscito a farmi sbarcare all’Iper, e alla Sigma mi hanno messo al bancone all’entrata. Ma l’Italia è grande e non è ancora stata tappezzata tutta con la copertina del libro. Va beh, mi consolo pensando che sono molto amata. Però sono anche pressata dalle richieste.
E chi vuole me e chi vuole scambiare il suo libro con il mio e chi vuole che faccia pubblicare il suo manoscritto (io?) e chi mi chiama sei volte al giorno per chiedermi consigli di cucito, ricamo, cucina (a me?!?). E chi vuole che faccia da sponsor. E chi ha una cosa da chiedermi. E chi ha una cosa da vendermi. E chi non sa niente del libro ma vuole conoscermi. E chi, e chi, e chi… Sembra che tutti abbiano qualcosa da dirmi. E io ascolto.
A volte senza neanche sapere a chi sto dando retta. A volte mi trovo incastrata in conversazioni che mi stremano, ma non riesco a troncare. Perché quando mi ri ri-rispondono, io ri-ri- rispondo. E alla fine c’è una fila di ri-ri spondi lunga venti chilometri per ogni messaggio. E questi sono gli sconosciuti perché poi ho tutti le mie amiche.
Ho più traffico io della posta del cuore di Barbara Alberti.
Sono in un vortice di corrispondenza da mattino a sera. Rispondo ancora prima di finire di leggere quello che mi hanno scritto. Non ho scelta. Ho troppi messaggi. Mi sembra di essere Jim Carrey in “Una settimana da Dio” quando gli scoppiavano le orecchie. E allora ordinava: «Preghiere su post-it». E si ritrovava sotterrato dai foglietti gialli. Allora diceva: «Preghiere via email». E gli si impallava il computer. Ecco. Io sono come lui. In un turbine di messaggi che mi vorticano attorno. Entro nella spirale. E non ne esco più.
Silenzio. Anna che scrive. Anna che scrive. Anna che scrive.
Anna che affoga. Anna che affoga. Anna che affoga.
Fungo grande. Fungo piccolo. Ruoto nel vuoto come l’uomo nel disegno di Leonardo. Sono Alice in caduta libera nel paese delle Meraviglie con volti di sconosciuti che mi girano attorno. Ma questa faccia, però. Questa faccia l’ho già vista. Questa faccia la conosco. Per forza questa faccia è la mia Vita. Ma non è possibile, come fa a essere qui, adesso. È un’allucinazione, non può essere.
«E tu chi sei? – chiedo mentre tutto torna magicamente in ordine – E poi perché assomigli così tanto al mio Defunto amore».
«Ma sei cretina? Sono il tuo Defunto amore, non gli assomiglio».
«Ah, avevo capito subito, cosa credi? Ma allora adesso mi parli ancora?».
«Sì parlo, tanto è un sogno no? È il sogno di Alice, mica penserai che ti parli davvero?».
«Ah meno male».
«Ah, meno male cosa?».
«No dicevo, ah meno male che non parli, se no ti seguivo e scappavo, mentre c’è tutta questa gente che aspetta le mie risposte».
«Proprio, immagino, quanta gente… Tutti lì ad aspettare te».
«No davvero, non sto scherzando, per il libro. Tu non la sai la storia. Adesso sono una grande scrittrice. Mi trattano tutti così, mi adorano. Dicono che il libro è un capolavoro».
«Non dicono anche che sei modesta, per caso?».
«Sì, anche quello. Ma scusa posso dire una cosa? Ti ricordi che tu volevi che finissi il libro perché volevi amare una grande scrittrice? Eh, adesso l’ho scritto, amami».
«Ma non abbiamo finito il nostro libro».
«Va beh, è uguale sono sempre una grande scrittrice. O almeno fammi parlare, ho tentato di dirtelo per telefono. Mi hai traumatizzato e poi mi hai attaccato in faccia. Dai, parla, devo dirti tante cose, saranno due secoli che non parli».
«Allora, dai, ti do ancora cinque minuti! Che cose devi dirmi? Solo cose importanti mi raccomando. Ora o mai più, spara».
«Aspetta, prima devo chiederti una cosa: tu l’hai letto il libro?».
«No».
«Ma dai».
«Ma dai cosa?».
«Ma dai potevi leggerlo».
«Di cosa parla?».
«Non te lo dico».
«Come non me lo dici? Tu nascondi un segreto a ME?».
«No, dico, il libro parla di me e delle mie amiche immaginarie che riempiono il vuoto che hai lasciato tu. Però l’ho scritto di corsa perché mi ero ammalata. Di una cosa. Che odio. Che non voglio esista mai più. Questo non te lo dico, l’argomento, la malattia. Così lo lasciamo fuori dal libro».
«Dio ma non cambi mai. Non ho capito niente. Possibile che tu faccia sempre tutta questa confusione? Te l’ho detto mille volte. Le cose devi chiamarle per nome. Tanto lo so già di cosa ti sei ammalata. Di cosa parla il libro su? Dillo bene, TU MO r… ».
«NO, NON È VERO. Cioè è vero che mi sono ammalata di TU MO eccetera eccetera, ma non ne parlo. Parlo sempre di te che mi manchi da morire. Poi mi curo, litigo un po’ con mia mamma, poi guarisco e ti aspetto. Capito?».
«Figurarsi se non mettevi me e tua mamma».
«E chi dovevo mettere scusa, e poi piace a tutti per quello, perché non parla della malattia. A chi piace la malattia? A nessuno. L’amore piace a tutti e infatti io parlo di quello. E poi scusa è facile da capire. Hai visto “Ritorno al futuro”? ».
«Ma tu non sei proprio cambiata per niente. Possibile che devi sempre spiegarmi tutto con un film?».
«Va beh, seguimi un attimo, così mi spiego bene. Se io cancello il passato, sparisce il presente e il futuro sarà diverso. Quindi se io non metto il tu mo eccetera eccetera nel libro, cambierà il presente e in futuro il TU MO eccetera eccetera non ci sarà più. Quindi un giorno l’argomento del libro, che poi non è l’argomento del libro, sarà sparito».
«Quindi non ci sarà più neanche il libro».
«No ci sarà ancora, perché il libro parla di te, te l’ho già detto».
«E delle tue scarpe e dei tuoi film, magari no?».
«Si certo, ci sono sempre. Parla anche di come fare a vivere senza abbattersi, anche se non sei la prima della classe e rifai sempre gli stessi errori».
«Come te».
«Appunto, comunque metti che ci riesca a cambiare il passato, cambierei il futuro. Avrei trovato la cura contro il TU MO eccettera eccetera come volevi facessi tu».
«Ma se non sappiamo neanche di cosa parla il libro, che cosa vuoi cambiare il mondo che non riesci neanche a cambiare te stessa? Mi hai fatto venire il mal di testa, adesso vado».
«No aspetta, devo dirti di cosa parla l’altro libro
«Quale altro libro?».
«Il secondo? E anche il terzo».
«Lo so già di cosa parlano, di me».
«BRAVO hai indovinato!».
«Capirai com’era difficile. Te l’ho già detto mille volte. Io non ci sono. Non ci sono. Non ci sono. Non puoi amare uno che non c’è. Trovati un bravo ragazzo e sistemati».
«Ok».
«Cosa dici ok che tanto so già che menti?».
«Ok per dire».
«Appunto, dici ok, ma fai sempre di testa tua. Io adesso vado».
«No, ti prego. Aspetta!».
«Tanto lo sai che è solo un sogno. Svanisce in soffio, Puff sveglia».
«NO ASPETTAMI (Nome del Defunto amore. Nome del Defunto amore. Nome del Defunto amore invocato invano)».
Anna che scrive. Anna che scrive. Anna che scrive.
Anna che affoga. Anna che affoga. Anna che affoga.
Anna che cade. Anna che cade. Anna che cade.
Fungo grande. Fungo piccolo.

 

 

CAPITOLO 14
COSA MI PORTI A FARE A POSILLIPO SE NON MI VUOI PIÙ BENE
E A PRESENTARE IL LIBRO SE NON C’È NESSUNO

 

 

È una serata di shopping sotto le stelle. Piove. Nessuno fa shopping. Non ci sono stelle. Arrivo in un Posto non meglio specificato, è chiuso. Apre. È vuoto. Arriva il collega che mi deve presentare. Ha tutti gli appunti e i segnalibro, è preparatissimo, come se dovesse tenere una lezione all’università. Passa un po’ di gente a salutarmi.
Il pubblico latita. Si affacciano quattro persone. Si fermano. Si siedono. Ascoltano. Ci fanno i complimenti. Comprano due libri. «Ma come mai non c’era nessuno? Non potevano fare un po’ di pubblicità?». Vox dei quattro ragazzi, vox dei.
Non è un caso. È sempre così.
L’altro giorno la presidente di una Grande Organizzazione (non quella del Terribile, un’altra) mi ha detto che mi voleva a tutti i costi.
Me l’ha chiesto così tante volte che ho detto «va bene vengo», anche se era lontano e sapevo già che mi sarei persa per arrivare. È stata anche gentile, mi ha chiesto: «Lei percepisce compenso?».
«NO! – ho risposto inorridita come se mi stesse offendendo -. Basta che ci sia un po’ di gente».
«Si figuri, siamo la Grande Associazione, noi siamo sempre un esercito».
Infatti, erano in sedici, contando anche i sei che mi avevano accompagnato. Per la cronaca, si sono persi anche loro e abbiamo rischiato la vita con una frenata in autostrada. Però sono stati gentili perché hanno comprato più libri loro di chi mi aveva invitato. Quindi potevo stare a casa che era uguale. O rispondere che percepisco compenso, così magari mi consolavo con un paio di scarpe.
A proposito, da quando hanno criticato la mia camicia stropicciata in tv, compro un abito diverso per ogni presentazione. Sono l’unica scrittrice che, incontro dopo incontro, diventa sempre più povera, ma almeno vengo bene nelle foto. Questa storia degli incontri a pubblico zero sta diventando insopportabile e, ora che ci penso, forse non vado in classifica per quello. Pensavo che sarebbe stato sempre come da Blufrida, a Parolario, un trionfo, e in effetti lo è anche stato molte altre volte, in altre librerie. Ecco, appunto, non poteva andare avanti così? No, poi qualcosa si è rotto, “The mirror cracked”, come il libro di Agatha Christie.
Forse sto dicendo di sì a troppe persone, forse sono inflazionata, o forse organizzano male, come la Grande associazione, bastava che mi invitasse la sera dopo, avevano una festa con 600 persone. «Oh, non ci è venuto in mente di farti venire lì», si è giustificata la presidente. Appunto.
Dove vado, sbatto contro le sedie vuote. Che mi andrebbe anche bene se fossi nel film “il Candidato” con Robert Redfort così parleremmo, io e lui, della nostra situazione comune, ma fino adesso non l’ho ancora incrociato. Quindi mi viene voglia di scappare appena arrivo, tanto non se ne accorgerebbe nessuno, ci sono solo tre gatti. È che loro sono i primi a rimanerci male, quindi resisto, per chi mi presenta. E per i miei tre gatti.
Sto cominciando a pensare che i gironi infernali siano fatti così. A spigoli.

 

PRIMO GIRONE INFERNALE

Eravamo io la mia amica Heinke la mia amica Dolores il mio amico Gianmarco e chi passava ci guardava come se volessimo chiedere la carità
Scusa Signore se litigo sempre con mia mamma.

 

SECONDO GIRONE INFERNALE

Eravamo io, un signore che voleva parlarmi di un libro che non mi piaceva, una signora che voleva parlarmi del suo libro, uno che voleva parlarmi della sua salute. E tre signore simpatiche che hanno preso il libro. Al ritorno diluviava e ho anche sbagliato la strada. Tre volte.
Scusa Signore se non ho detto al Grande cantante chi mi aveva dato il suo numero.

 

TERZO GIRONE INFERNALE

Eravamo io, una padrona di casa premurosa che aveva preparato biscotti e tisane. Ho mangiato tutto io, mentre aspettavo che arrivasse qualcuno. Solo dopo tre ore si sono viste due persone. Così ho venduto il secondo libro, oltre a quello della ragazza che mi aveva tenuto compagnia. E ho comprato mezzo negozio della padrona di casa.

 

QUARTO GIRONE INFERNALE.

Vedi il secondo, copia, incolla, aggiungi il maniaco e lo stalker. Ripeti e sparati tutti gli anelli. Cambia luogo, cambia giorno, cambia relatore, non cambia la sostanza.
Scusa Signore, ma ti sembra davvero che abbia commesso peccati così gravi per avere punizioni così severe?

 

QUINTO GIRONE INFERNALE

Nel quinto girone, Anna cade morta.
Nel sesto le dicono che non è consentito morire all’Inferno e deve andare avanti. A scendere. E andare a sbattere contro le sedie vuote.

 

– Anna Savini

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