Come scrivere un libro e diventare povera – Capitoli 11 e 12

Come scrivere un libro e diventare povera – Capitoli 11 e 12

CAPITOLO 11
LA NOTTE PRIMA DEGLI ESAMI
E QUELLA PRIMA DEL LIBRO

 

«Ha detto la mamma che sei agitata perché domani esce il libro».
«Sì è vero. Ma la mamma dov’è?».
«Non so, dalla parrucchiera, credo».
«Ah, ma aveva detto che andava domani. Che nervi, non la trovo mai quando mi serve. Ho fatto un pasticcio, devo chiederle una cosa».
«Sta calma».
Sto calma. È tutta la vita che mio papà mi dice di stare calma, ma il primo che si agita sempre è lui. Lui non parla, grida. Quando ero piccola e mi insegnava a giocare a tennis, gridava se non correvo abbastanza. Quindi gridava sempre. Adesso grida se litigo con mia mamma o mi arrabbio perché il mondo non va come dico io. Quindi grida uguale a quando ero piccola. Grida quando parla di sport. Grida se parla di politica. Quando gioca la Juve, grida per incitare i ragazzi, quando perde grida per difenderli.
E siccome se vado avanti ancora un po’ con gli esempi su di lui grida, direi che mi fermo qui e gli faccio il giusto numero di moine. L’ho imparato alla presentazione di un libro di Marina di Guardo, che è una scrittrice, nonché mia amica, che mi sprona a splendere sempre. Siccome io spesso me lo dimentico, si è nominata mia mamma adottiva, in supporto, così me lo ricorda ogni giorno, con il buon esempio. Ecco, appunto, sarà meglio non dirle niente del buio in cui è precipitata la mia bellezza in questi giorni, altrimenti pensa che non le obbedisca e si preoccupa.
Comunque, tra il suo pubblico, c’era una signora deliziosa, bionda, con gli occhi azzurri, molto gentile. A un certo punto ha telefonato al marito, a me è sembrato che gli avesse parlato in maniera normale, anzi con molta dolcezza. Ma poi, appena ha riattaccato, ha guardato il telefono come se si fosse dimenticata qualcosa, poi l’ha agitato nell’aria, tipo bacchetta magica, e ha esclamato: «Non va bene. Dopo lo richiamo perché lo conosco, se non gli faccio il giusto numero di moine resta nervoso». Mi sono girata di scatto a guardarla come se fosse appena apparso un marziano.
Ecco qual era la soluzione per il Defunto amore, il giusto numero di moine. Non bisogna mai far capire quello che pensi veramente agli uomini, se no vanno in crisi, ti lasciano, e dopo in crisi ci vai tu.
Comunque l’incontro è stato un successo, solo che io volevo la foto nuova con Chiara Ferragni, la figlia di Marina, ma avevo mal di testa, per via della tensione del libro. Quindi ho salutato e me ne sono andata prima del tempo. Ovviamente Chiara è arrivata poco dopo che sono uscita io, così l’unica foto che ho con lei è quella in cui sorrido con gli elastici dell’apparecchio bene in vista. In sintesi io sembro un mix tra Dracula e il bambino della Fabbrica del cioccolato con i denti incatenati dall’apparecchio dei mostri. E lei è Chiara Ferragni. Però, almeno adesso, posso usare il trucco delle moine con mio papà.
«Bravo Papino, dille di chiamarmi quando torna dalla parrucchiera, l’avrò cercata cento volte, ma non sente».
«Va bene, ma stai calma» ripete, mentre sono già quasi fuori dalla porta.
«Ok papi», rispondo al volo, ma in realtà sono isterica.
È tutta la vita che voglio scrivere un libro, ma non mi sono mai domandata cosa sarebbe successo se davvero fossi riuscita a pubblicarne uno.
Una volta un mio amico, che si chiama Luigi Mascheroni e fa il critico letterario, mi ha detto: «Guarda che scrivere un libro è una gran fatica, devi sapere perché lo scrivi e cosa vuoi dire». In realtà ha fatto un discorso molto più articolato, ma ovviamente ho perso l’email e non me lo ricordo a memoria. Il senso, però, è quello.
Anche il Defunto amore mi chiedeva sempre qual era la morale dei libri che stavamo scrivendo insieme. La morale era che lo amavo. Qui uguale, lo amavo così tanto che mi sono pure ammalata. E nel libro ho raccontato quello che mi è successo. Ma la malattia in questa storia non c’entra proprio niente. Perché io parlo di quello che mi sono dimenticata di fare prima di ammalarmi, tipo viaggiare, tipo divertirmi, tipo imparare ad arrangiarmi da sola, tipo vivere, ecco, queste cose basilari.
Mi sa che questo concetto, che NON voglio parlare della malattia, dovrò ripeterlo un miliardo di volte, come gli attori nelle interviste, quando si rifiutano di rispondere alle domande sulla loro vita privata. Non so perché continuo a paragonarmi agli attori, ma mi sembrano un bel termine di riferimento. Dicono sempre che fanno fatica a stare in mezzo alla gente. Anch’io sono così. Se qualcuno mi fissa mi sento in imbarazzo, anche se non mi fissa,ma io penso che lo stia facendo, a dire la verità. Se sono in mezzo a tante persone, mi sento soffocare.
Una volta, da piccola, sono scappata da una festa di Carnevale. Ridevano tutti, io ero disperata, a me veniva solo voglia di piangere. Le maschere mi mettono tristezza, come Celentano quando guarda le comiche con la Muti e inizia a singhiozzare. Odio andare alle feste e quelli delle feste odiano me perché mi invitano sempre e non ci vado. Pensano che non mi piacciono, invece le trovo meravigliose, per gli altri. Io preferisco stare a casa a guardare vecchi film.
Il problema è che non riesco a far finta di divertirmi, sono trasparente, mi piacerebbe avere una faccia di circostanza, ma ne ho una sola e quindi riesco a parlare con una persona per volta. Se no vado in corto circuito e faccio brutte figure. Va beh quelle le faccio anche con una persona alla volta. Però il pubblico mi paralizza proprio.
Mi è successo sul palco, avevo le luci in faccia, ho visto il buio in sala, e non mi sono più ricordata la parte. Sono rimasta lì in piedi come un baccalà, pietrificata. Meno male che ero all’oratorio e non a Broadway.
Mi succedeva anche quando giocavo a pallacanestro (sì lo so non è il mio sport, ma mia mamma mi mandava lo stesso). A inizio partita, chiamavano in campo le giocatrici, per presentarle a una a una. Quando toccava a me, mi sentivo il viso in fiamme e mi vergognavo da morire. Mia sorella mi prende in giro ancora adesso perché la prima volta neanche avevo il numero sulla maglia e quindi, quando hanno chiamato «Savini numero zero», io e il mio lato B siamo rimasti girati dalla parte del muro, anziché da quella degli spalti. Da qui, e dalla mia scarsa propensione a correre, il soprannome Gatto di marmo (girato di spalle).
Adesso, va bene crocefiggersi per i propri errori, ma in mia difesa va detto che una giocatrice di pallacanestro non deve essere per forza essere anche una ragazza disinvolta. Comunque, per sicurezza, io non ero nessuna delle due cose. Con il basket, per fortuna, ho chiuso, ma la sindrome da terrore in pubblico mi è rimasta.
Una volta sono andata a trovare il Prof, un collega che aveva appena cambiato lavoro. Mi ha portato alla mensa del Sole 24 ore, ci saranno state trecento persone che mangiavano, forse 3mila, non so. Quelli seduti con noi al tavolo mi parlavano, ma io non sentivo quello che mi dicevano. Ero frastornata da tutta quella folla, il rumore delle posate mi rimbombava in testa. Vedevo solo bocche giganti deformate come l’app di Instagram che spara le labbra a tutto schermo. Ho avuto un black out, come chi soffre di agorafobia. E infatti il Prof se ne è accorto e mi ha detto: «Anna cos’hai? Tutto bene?». Ecco, immagina se inizio a vedere i visi deformati mentre presento il libro, così mi viene un attacco di panico. Tipo quello che ho in corso ora. Colpa della mia agente (sì ho anche un agente, come Isabel Bookbinder, la mia scrittrice di riferimento, ma non mi va di vantarmi, neanche Isabel lo farebbe).
«Stamattina mi hanno telefonato tutti per lamentarsi perché tu avevi avuto due pagine del Corriere e loro no», dice l’Agente.
«Tutti chi?».
«E adesso figurati se ti dico i nomi, non è importante, i tuoi colleghi».
«Ma chi? Figurati se i miei colleghi fanno una cosa del genere, sono solo contenti per me».
«Ma intendo colleghi in generale, colleghi scrittori, persone che hanno scritto libri e non hanno avuto due pagine sul Corriere come te».
«Ah volevo ben dire. Maschi o femmine?».
«Cosa cambia?».
«Niente, ma mi piacerebbe sapere di chi stai parlando perché io stento a credere che qualcuno possa essere invidioso di me. Ma ti pare? Mi sono pure dovuta ammalare prima di scrivere il mio primo libro, potevo anche svegliarmi prima, dovrei già essere a dieci romanzi, almeno. Poi non sono neanche ancora andata a Hollywood e non mi ha ancora risposto Brad Pitt. Ecco, lì sì magari, se mi rispondesse, mi individierei anch’io allora».
«Anna, quando fai così sei insopportabile. Fanno bene a odiarti».
«Addirittura? Ma chi mi odia?».
«Vuoi il codice fiscale adesso? Posso finire di parlare o no?».
«E, finisci, che permalosa». (Simpatica).
«Grazie, stavo dicendo che erano arrabbiati e hanno accusato me di aver usato due trattamenti diversi. Ho cercato di spiegare che non c’entravo, che era dote tua, ma non ci hanno creduto. Ho dovuto ripetere la stessa storia un sacco di volte, avevo il telefono che andava a fuoco».

Sta attenta che adesso è colpa mia, poi colpa di che? Anche i miei (veri) colleghi hanno scritto cose meravigliose di me, si capisce che me le meritavo. Grazia ha perfino scritto che ho fatto un «capolavoro di dolore e leggerezza», CA PO LA VO RO, capisci bene? E non sapeva neanche la storia della canzone maledetta. Però con l’Agente sorvolo, se no mi dice che sono antipatica io (e non quelli che le hanno telefonato).
«A parte che non ho capito di chi stai parlando – taglio corto -, ma quindi cosa dovrei fare adesso?».
«Non devi fare niente, era solo per aggiornarti. Ci sono dei colleghi arrabbiati, al massimo ti perdi qualche articolo per strada».
«Ah ecco dove vuoi arrivare, adesso capisco».
«Però non preoccuparti, tanto il tuo libro va in classifica subito e la tua vita cambierà per sempre».
«Immagino – rispondo io prima di chiudere la telefonata -. La mia vita è già cambiata per sempre, in peggio però».
Non ho mai avuto nemici in vita mia e adesso invece sembra che sia circondata. Mi sento come Charlize Theron ne “L’avvocato del diavolo”, vedo i mostri. E non ho neanche Keanu Reeves a cui appoggiarmi. Va tutto storto.
E prima il Grande cantante che si arrabbia e dopo i colleghi si offendono, le scarpe, il letto, il lampadario, ho l’esaurimento come il benzinaio del “Bisbetico domato”, altro che Celentano. E non posso neanche chiudere bottega, sono solo all’inizio.
L’altro giorno ero così agitata che sono finita contro un marciapiede con l’auto di mia sorella. Eravamo io, mia mamma e le gemelle. Eravamo in curva, stavamo parlando di una canzone del Grande cantante, ho guardato la radio un secondo, mia mamma ha urlato: «Attenta che esci di strada». Mi ha dato un colpo sul braccio, ho sbandato e soni finita fuori strada davvero. Ho sbattuto contro il cordolo. La macchina si è alzata sul fianco come in Hazzard, sono esplose due gomme e poi siamo tornate in carreggiata con un balzo. Nessuno si è fatto male. Le bambine non si sono neppure spaventate. Hanno detto qualcosa tipo: «Anna, sei la solita». Non me lo ricordo bene, ero terrorizzata, avevo il cuore che mi scoppiava tanto batteva forte. Ho guidato su due ruote fino al primo piazzale.
È arrivato il gommista, ci ha salvato, ma la storia non è finita certo lì, con il conto di due gomme nuove, magari…
La storia è finita dal carrozziere, con il conto di un semiasse nuovo, duemila e 500 euro che, sommato alle scarpe di Gucci, ha fatto evaporare il mio anticipo da Grande scrittrice. È a questo punto della storia che dovevo dire «Questo libro non è ancora uscito e mi è costato un capitale», non quando ho speso tutti quei soldi per la crema della Sirena (che tra parentesi, come diceva la vocina, non funziona).
«È inutile che ti torturi in questo modo, sarà quel che sarà – dice mia mamma alla quale ho appena fatto il riassunto al telefono -. Adesso dormi, così domani sarai riposata».
La mamma ha ragione. Almeno l’attesa è finita. La parte bella è che qualunque cosa succeda, questa è l’ultima notte in cui fisso il soffitto insonne. Ormai conosco a memoria ogni fessura delle travi. Hanno tutte la faccia del Defunto amore.

 

CAPITOLO 12
È SCOPPIATA L’APOCALISSE
E LA CAUSA SONO IO

 

 

Io sono una scrittrice. È così che mi chiamano tutti. I miei amici, i miei parenti e anche le persone che non mi conoscono. Sono una scrittrice così brava che ho appena rubato l’attacco al “Libro dei Baltimore”, di Joël Dicker, perché c’è sempre qualcuno migliore di te e riconoscerlo è il primo passo per migliorare. Quindi copiare è la prima forma di creatività. Anche Alessandro Michele Guccifica le Timberland, i sandali da spiaggia con i buchi e le Birkerstock. Sono omaggi, non copie. Se lo fa lui, posso farlo anch’io.
E comunque è tradizione che a ogni libro (mio) citi un pezzo di libro (suo). L’ho deciso adesso, visto che è già la seconda volta che lo omaggio della mia attenzione, sarà contento, immagino. Però non capisco come faccia lui a dire che la vita degli scrittori è tranquilla. Io mi sento catapultata in un frullatore, acceso, a velocità massima. Ho il cervello incellofanato, come quando stavo smettendo di fumare e camminavo come il primo uomo sulla Luna, mezz’ora per appoggiare un piede a terra perché mi sembrava di vedere l’asfalto sprofondare. Mi gira tutto intorno, quindi adesso non so bene come spiegare come mi sento, o forse sì, ubriaca senza neanche aver bevuto. Anzi, meglio, mi sento come se stessero giocando a tennis con la mia testa.
Pim pom, pim pom, pim pam.
Sto firmando copie da stamattina, come i grandi scrittori. Solo che loro scrivono «A te (nome del lettore) con affetto, baci XXX», che tra l’altro è uno dei miei film preferiti. Io invece sembro il prete nel confessionale. O la Lucy di Snoopy e le sue sedute di psicoterapia da “5 cent”. Mi raccontano tutti i loro segreti. Io ascolto e poi, quando devo fare la dedica, improvviso un ragionamento su quello che mi hanno appena detto. Tipo un discorso motivazionale o la prescrizione medica, una specie «io ti assolvo dai tuoi peccati» o tu dai miei, uguale. Solo che io scrivo come Linda Blair nell’”Esorcista”. Per cercare di lasciare dei tratti leggibili, impiego un’eternità, così le lettrici assistono alla stesura del testo da amanuense (cieco) ed esclamano: «Grazie, che dedica lunga, stai già facendo il secondo romanzo». Il problema arriva alla fine, quando ritirano il libro, iniziano a fare delle strane facce, tornano e esclamano: «Scusa cara, puoi tradurre? Non riesco a capire cosa c’è scritto».
Non è che non mi sono impegnata abbastanza, è che io scrivo proprio male. Una volta avevo lasciato un messaggio a un mio capo, che non aveva capito neanche una parola. Quando l’abbiamo tradotto insieme, mi ha guardato e ha detto: «Ma tu hai avuto problemi da piccola per scrivere così?». Di sicuro ce li ho adesso. La mia grafia peggiora a ogni dedica. Del resto, se fosse bella, la mia amica grafologa Paola non ci avrebbe intravisto una «Anna sempre sull’orlo del precipizio». Avrebbe diagnosticato qualcosa di diverso tipo, che ne so: «Anna, vola serena sopra ai problemi del mondo».
Ve beh, comunque le mie meravigliose lettrici non mi fanno pesare il fatto che impieghi più tempo io per una dedica che un egizio per un geroglifico. Anche se si formano file interminabili, non si lamenta nessuno. Anzi chi sta in fondo mi fa “ciao” con la mano e mi sorride. Che bello, adoro essere adorata.
Che carini! Non sapevo facesse questo effetto avere dei lettori, in realtà sono quasi tutte lettrici. Mi portano in trionfo come la Madonna in processione. Che bella sensazione, non l’avevo mai provata, solo ho la testa un po’ oscillante.
A dirla la verità sono un po’rimbambita, ma sto bene eh, mi sento come se fossi drogata. Come la mamma di Jared Leto in “Requiem for a dream”. L’ho visto ieri sera. Era il film perfetto per rilassarmi la notte prima del libro. Jared Leto fa la parte di un tossico con un amico nero tossico e una fidanzata bianca tossica. Sua mamma è rassegnata ad andare a comperarsi il televisore dai rigattieri ogni volta che Leto lo vende per comperare la droga. Un giorno le telefonano per dirle che deve partecipare al suo programma tv preferito.
Lei si fa tutto un film su come andrà perché è la cosa più bella che le stia capitando della vita. Si tinge i capelli di rosso perché si intonano all’abito che pensa di mettere in trasmissione. Ne ha solo uno, quello che piaceva al marito defunto. Solo che le va stretto. Allora si mette a dieta, ma ha fame. Allora va da un medico che le prescrive le pillole magiche. Solo che le pastiglie sono anfetamine. Solo che le anfetamine dopo un po’ non fanno più effetto e lei aumenta la dose e diventa tossica come il figlio e i suoi amici. Più stanno male e più si drogano. E più si drogano, più, ovviamente, stanno male. Così il film finisce che a Jared Leto va in cancrena un braccio e glielo amputano. Il suo amico viene massacrato di botte. La sua fidanzata si vende per la droga e la violentano a un festino, in cambio di una scorta perenne di droga in cui si perde per sempre. Io lo proietterei in tutte le scuole, così non si drogherebbe mai più nessuno.
Ecco, ora io ho gli occhi con le pupille dilatate come Jared Leto, sono uscita di casa stamattina alle 7, mi ha chiamato mia sorella in negozio perché c’erano già dei clienti con le copie da firmare, ho attraversato la strada e in libreria c’era già la coda. Mi hanno fatto sentire come la regina e sono andata avanti a fare dediche fino all’una e mezzo.
Poi sono andata a due tg per due interviste e non rammento tanto bene cosa ho detto perché erano in diretta, ma mi ricordo che ero terrorizzata, quindi forse è meglio che non abbia ben presente come sono andata. Nel mezzo mi sono fermata in un’altra libreria a firmare altre copie.
Non so a quale punto mi si è scaricato il cellulare, ma so che adesso che lo sto ricaricando, mi stanno arrivando messaggi a raffica. Sono complimenti. Anzi no critiche. Un po’ e un po’.
Ma io faccio più caso alle critiche. Mia mamma dice che devo parlare più lentamente e balbettare meno. Mia sorella e la Lorenza che non posso andare in tv con la camicia stropicciata a parlare di un libro che celebra la moda come il mio. Guglielmo, che è sempre il più equilibrato di tutti, dice che sono andata benissimo, tranne quando ho dato della grassa alla Barbara Gigì.
«Ma quando ho dato della grassa alla Barbara Gigì?» chiedo io allarmata.
«Quando hai detto che la tv allarga».
«Ma si, perché l’aveva appena detto lei fuori onda e allora io l’ho ripetuto. Volevo dire proprio il contrario che la Barbara Gigì è ancora più bella dal vivo che in tv».
Gu risponde con le faccine da gatto che ridono.
Meno male che la Barbie, che è mia amica, non ci ha fatto neanche caso, anche perché lei è tutta curve patrimonio dell’umanità quindi mica se la prende.
Se è per quello Michela Vivì, la presentatrice dell’altro tg, era preoccupata di aver fatto una gaffe con me, ma io non me n’ero neanche accorta. È il bello della diretta, al massimo finiamo a Striscia la notizia. Magari…
È più grave la storia della camicia, non avevo previsto il cambio. Anzi adesso che ci penso, ecco cosa mi aspettavo dal fatto di aver pubblicato un libro. Che tutti facessero a gara per vestirmi come Bruce Willis nel “Falò della Vanità”. Invece non vedo la coda. E neanche il salmone da mangiare.
È il primo giorno della nuova era e ho già un problema come in quella vecchia. Ho bisogno di un guardaroba nuovo, però ci penso domani, adesso mi si chiudono gli occhi. Mi è tornato il sonno, di colpo. La mia prima notte da grande scrittrice, dopo 40 giorni di attesa.

 

 

– Anna Savini

Rispondi

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: