Come scrivere un libro e diventare povera – Capitoli 9 e 10

Come scrivere un libro e diventare povera – Capitoli 9 e 10

CAPITOLO 9

IL DEFUNTO AMORE E LA SECONDA APPARIZIONE

 

No dai, una volta va bene, non muoio, ma due volte in tre giorni è da infarto secco. Mi sono trovata ancora davanti il Defunto amore, dal vivo, a un metro da me come nel film.

Mi è caduta la bocca dalla sorpresa, la sto ancora cercando.

Tremavo dalla paura. Non sono riuscita a dire niente. È stato un flash, siamo arrivati in contemporanea, ancora più sincronizzati dell’altro giorno alla rotonda.

Non sarei neanche dovuta andare in quel negozio, se mia sorella, stamattina, non mi avesse telefonato per dirmi che il giorno prima aveva lasciato in giro dei documenti. Mi ha detto: «Non so dove li ho dimenticati, ma sono stata solo in tre posti, se vai a cercarli, mi fai un piacere».

Ho detto «ok» e sono partita. Prima sono andata da una parte, poi dall’altra e alla terza tappa è successo.

Ho chiesto alla cassa, che è subito all’ingresso, se avevano trovato qualcosa.

«No, io qui non vedo niente – ha detto la ragazza -, ma quando è passata sua sorella, mattino o pomeriggio?».

«Non so – ho esclamato io -, aspetti che glielo chiedo».

Mentre aspettavo che mia sorella rispondesse e tenevo il cellulare schiacciato tra l’orecchio e la spalla, ho fatto segno a un signore di passare a pagare, e subito dopo, dalle corsie è sbucato lui, il Defunto amore. Appena mi ha visto, si è fermato di scatto, come una soldato sull’attenti, come uno che sa che se fa un altro passo finisce nel burrone. 

E poi ha fatto come quando trattieni una risata gonfiando le guance e le sgonfi di colpo con uno sbuffo. Però si vedeva dagli occhi che non aveva voglia di ridere.

Io ho fatto come una che si rende conto, di colpo, di aver mandato 64 fantastiliardi di messaggi a una persona che adesso è lì di fronte e non ha nessuna intenzione di parlare. Mi sono sentita dissociata. Non sapevo quale dei due fosse lui, e soprattutto non sapevo come dovevo comportarmi io.

Ovviamente ho scelto la fuga. Infatti, quando mia sorella ha risposto, d’istinto ho dato le spalle al Defunto amore. Poi ho bofonchiato qualcosa alla cassiera e siccome i documenti non c’erano, ho fatto un cenno al Defunto amore, tipo un «ciao» con il collo incassato nelle spalle, e sono scappata. Mi sentivo i suoi occhi addosso come fucili puntati contro la schiena.

Però quando sono salita in macchina, non sono partita subito, ho fatto finta di bere un po’ d’acqua, per riprendermi. Cioè ho bevuto davvero, ma era solo per vedere se mi salutava quando usciva. Non mi ha salutato.

Ce ne siamo andati uno dietro l’altro come facevamo una volta.

Solo che lui ha svoltato a destra. E io a sinistra.

Poi, mentre guidavo, è suonato il telefono, per un secondo ho pensato che fosse lui, invece era la mia amica Daniela.

«Anna scusa – ha detto subito appena ho risposto -, quando pensavi di dirmi che il libro sta per uscire?»

La Dani lavora al Corriere, era una delle famose amiche alle quali non potevo dire niente. Dovevo aspettare che le mie addette stampa (ne ho tre) le dessero ufficialmente la notizia.

Ho iniziato a balbettare delle scuse, e più parlavo più mi incasinavo. Per fortuna non è che le mie amiche le scelgo a caso, la Dani è molto intelligente e ha capito che non era colpa mia se ero stata costretta a mantenere il segreto. O almeno ho fatto finta io di aver capito così per non sentirmi troppo in colpa.

Tre secondi dopo mi ha scritto la mia amica Elena Viola, per dirmi la stessa cosa. E ho balbettato altre scuse via email. Anche lei è molto intelligente, quindi non se l’è presa, o almeno ho fatto finta di capire io così, un’altra volta.

Quando sono arrivata al lavoro, il mio direttore mi ha chiesto: «Ma noi del tuo libro quando scriviamo?». «Prima di tutti gli altri, ovvio», ho risposto io in imbarazzo.

Subito dopo mi ha telefonato una delle mie addette stampa e mi ha detto che la notizia era stata data in maniera ufficiale. 

«Ma va?», ho risposto fingendo indifferenza.

Alla fine, da quel che ho capito, emozionata com’ero, ho più esclusive di Belèn.

Il mio giornale mi dedica 4 pagine come per i grandi avvenimenti, il Corriere della sera mi fa scrivere due pagine sul numero del sabato, Maria Elena scrive nel suo editoriale su Gioia che io sono meravigliosa, la direttrice di Grazia mi fa intervistare come una Vip da una delle sue giornaliste e Cosmopolitan mi ha chiesto 4mila righe su Brad Pitt, le scarpe e altre cose meravigliose da vera Cosmo Girl.

Ah, poi vado sui tg di Mediaset. E poi credo arriveranno Vanity, Io Donna, D e tutti gli altri giornali. Ci sarà un’invasione di me stessa nell’iperuranio dell’informazione. Andrò da Fazio e da Vespa, a Verissimo, dalla D’Urso, da Maria De Filippi, alle radio anche. Magari andrò anche in America da Ophra e Elle Degeneres.

Mi piace l’idea.

Quindi adesso che è tutto chiarito posso dormire, giusto? Sbagliato.

Intanto non sono ancora sicura della copertina. E’ magnifica, piena di farfalle, ma io la volevo diversa. Quando l’ho detto alla editor ha risposto che era un omaggio alla potenza e alla leggerezza della mia scrittura, che è un gran complimento e mi gratifica.

Solo che io volevo trasformarmi in una modella di Megan Hess che fa tutte queste donne con le  gambe lunghe un chilometro, lo chignon e gli occhialoni. E poi volevo una posa tipo Grace Kelly nell’ultima scena della Finestra sul cortile. Per fingere che sia tutta leggera, non solo la mia scrittura. I soliti ragionamenti che faccio quando non dormo.

Siccome non riesco a prendere sonno e so a memoria le stories di tutti i miei personaggi famosi di riferimento, sto fissando una foto dei Terribili che si baciano.

Ovviamente hanno fatto pace, lei è attorcigliata al suo collo e ha quello sguardo soddisfatto che annuncia al mondo «Lui è mio e basta».

Io la conosco bene quella sensazione. È il senso del possesso. È la felicità. È quella cosa che non senti più la differenza tra te e chi ami.

Quelle storie d’amore che se le racconti ti dicono: «Dai, piantala con tutto sto miele». E infatti di solito non le racconti, le vivi e basta.

Un tuffo e non esisti più. Rinnega il tuo nome. Rinuncia a ogni bene.

Come quando la piscina è deserta, tu ti butti e nuoti circondata dall’azzurro dell’acqua e del cielo, con il sole da una parte e la luna trasparente dall’altra. O come quando sei in mezzo al mare e pensi che il Paradiso sia fatto così, senza confini, senza pensieri.

Allora, quando ti senti in questo modo, cosa importa chi sei, da dove vieni, dove andrai?

Sei solo azzurro. Sei un colore. E io non ho mai visto un colore preoccupato. Di essere troppo magro, troppo grasso, troppo alto, troppo basso. Un colore è un colore. Ecco io voglio essere così. Un colore nel colore e basta. Azzurra in un Azzurro.

Questa teoria è magnifica. Messa in pratica fa un po’ pena. Perché è vero che quando le cose vanno bene sei tutto. Ma quando vanno male sei niente.

Come nel film con Bette Davis, “ La Signora Skeffington”, dove lei è bellissima fino a quando si sente amata, e quando non è più amata decrepita. Come me, decrepito.

Per fortuna i ragazzi nascono senza pregiudizi e pensano che l’amore duri per sempre.

Anche io una volta ero così. Ora non ci credo più. Ho il cuore in freezer. Non piango più. Non amo più. Nuoto e basta.

Non sono neanche l’unica a dir la verità. Ho appena letto un’intervista a Miriam Leone, l’attrice con i capelli rossi, anche lei a pensa così. Ha sofferto per un suo Defunto amore e adesso non vuole più amare nessuno. Io la capisco molto bene, siamo uguali. Solo che lei è la testimonial di Gucci e io no. Con Gucci ti consoli sempre, senza diventa tutto più complicato.

Infatti… Il mio cuore non batte più. Se non batte per il Defunto amore, non batte per nessuno.

 

 

CAPITOLO 10
IL GRANDE CANTANTE
E LA CANZONE MALEDETTA

 

 

Non dormirò mai più. Ho combinato un disastro atomico.

Ho fatto arrabbiare il Grande cantante. E la sua Fidanzata. E la mamma della sua Fidanzata. E forse anche la mamma del Grande cantante, i loro cani, i loro gatti, i loro amici, tutti.

Loro erano le star del mio libro. Cioè la star ero io, ma io ero la star sfigata alla quale andava tutto storto mentre loro, in parallelo, diventavano sempre più belli e ricchi. Erano legati a me tipo matrimonio, nella buona e nella cattiva sorte. Loro in salute, io in malattia. Eravamo alleati, anche se loro non lo sapevano.

Avevo parlato del libro alla Fidanzata del Grande cantante e lei aveva detto: «Bello, tienimi aggiornata». Ma poi doveva essere una sorpresa. Dovevano dire: «Che figata che ci hai messo nel libro». Cioè io pensavo che l’avrebbero fatto. Io l’avrei fatto al posto loro.

Avrei detto: «Grazie che bello. Sono felice».

Adesso altro che grazie, cambieranno strada quando mi vedranno. Sono diventata la loro nemica numero uno. Non mi parla nessuno. E tutto perché mi è venuto in mente di scrivere una canzone e di mandarla al Grande cantante, prima che uscisse il libro, ovviamente.

Non potevo aspettare che lui leggesse il capitolo dove era citato e mi ringraziasse. Sarebbe stato perfetto, così io avrei risposto: «Oh che carino che sei, ti ho anche scritto una canzone, aspetta che te la mando».

No, non potevo, sarebbe stata una cosa troppo intelligente, dovevo fare tutto di fretta, come al solito. Come se fosse normale che una che non capisce niente di musica, scriva una canzone a un Cantante e il Cantante dica: «Ah fischia. È tutta la vita che sogno un pezzo così. Aspetta che cerco la musica e andiamo in classifica domani mattina».

Sì ciao, manco fossi Mogol. È andato tutto a rovescio. Gli ho spedito la canzone su Whatsapp, pensando che non avrebbe mai risposto, e invece un secondo dopo è arrivato il messaggio di un suo assistente: «Chi ti ha dato il numero di telefono?».

Ho capito al volo che era arrabbiatissimo.

Ho risposto: «Ce l’avevo già».

Ha obiettato: «Impossibile, ha tre giorni di vita».

E io cosa ne sapevo, perdo sempre i numeri, quando ho chiesto a un collega di ridarmelo pensavo fosse quello vecchio, non siamo stati a discutere sui secondi di vita del numero, abbiamo parlato della canzone. Poi lui ha aggiunto: «Ma sì, mandagliela, tanto non ti risponde, hai idea di quante persone gli scrivano ogni giorno?». Certo che ho idea, l’unica cosa che non mi sarei immaginata era un terzo grado.

L’assistente voleva sapere il nome, io non volevo darglielo perché lo sanno tutti che i giornalisti (simpatici) si scambiano i numeri di telefono e io dovevo tenere fede a un «mi raccomando, non dire che te l’ho dato io».

Siccome io mi ostinavo a non voler tradire il collega, loro hanno pensato che me lo avesse dato una mia amica, che era anche loro amica. Ma lei non c’entrava proprio niente. Era scagionata in partenza perché il numero non ce l’aveva.

«Ma cosa diavolo hai combinato? – mi ha chiesto allarmatissima al telefono-. Io non c’entro niente con tutta questa storia. Digli chi ti ha dato il numero e falla finita».

Io le ho risposto, tutta agitata: «Non posso, ma tanto tu il numero non ce l’hai, è ovvio che non c’entri».

Lei si è sentita tradita e ha sbottato: «Bella amica che sei». Poi ha riattaccato.

Per una canzone del cavolo, ho perso, di colpo, un’amica e i testimonial del libro. Tipo quando Zuckerberg ha un’illuminazione per rendere perfetto Facebook e nella fretta esce in ciabatte a Harvard con la neve. Ecco io sono uscita in ciabatte, di fretta, sulla neve, e sono finita in un crepaccio.

È come se mi fossi auto sabotata, così adesso sono preoccupatissima e non dormirò più del tutto.

Perché ho fatto questo pasticcio, maledetta me? Perché non ho pazienza, come dice sempre mio papà. E perché sono sfigata. E per colpa del libro.

Mi avevano invitato a presentarlo a un convegno, avevo promesso che sarei andata. Quando è arrivato il momento, non era ancora stato pubblicato, ma ho mantenuto la parola.

Mentre aspettavo il mio turno per salire sul palco, ho ascoltato la relazione di una psicologa che parlava di come funziona il nostro cervello.

«Noi tutti siamo capolavori evolutivi – ha spiegato nella sua relazione – perché siamo capaci di adattarci a qualunque situazione, anche le più estreme».

Quando è toccato a me parlare, ho fatto un figurone, e la dottoressa che mi aveva invitato ha detto che ero stata un autentico Capolavoro evolutivo.

Ero così eccitata che, appena arrivata a casa, l’ho raccontato a mia mamma, che però mi ha smontato subito.

«Sì, brava, proprio tu – ha riso -. Semmai sei un Capolavoro distruttivo. Per forza (BIP, NOME DEL DEFUNTO AMORE) ti ha lasciato».

E siccome avevo visto in tv che prendevano in giro il Cantante per via una cosa che era successa, mi è affiorata di colpo una canzone per lui. 

Il problema è che sono fatta cosi, se mi viene in mente una cosa da dire, la dico. Da piccola ho scritto al Papa e mi ha anche risposto, avevo solo 9 anni. Da quel momento ho capito che puoi scrivere a tutti. Al massimo non rispondono o dicono due parole in croce, ma non mi era mai capitato che qualcuno si arrabbiasse. Ma forse non ho mai usato numeri di telefono con tre giorni di vita.

Che incubo! A ogni azione corrisponde una reazione, Anna. Il peggiore disastro con le migliori intenzioni. Io e questo maledetto vizio di preoccuparmi degli altri. Se pensassi solo a me stessa, come mi dicono di fare sempre le gemelle, non avrei fatto una cosa così stupida.

Invece, per difendere lui, sono finita io nei guai.

Mi sto battendo la fronte con la mano, nel tentativo di scacciare il pensiero, ma non funziona. Ho il meccanismo del Capolavoro evolutivo inceppato. Questa mossa mi ha condannato all’insonnia eterna. Così ho un altro segreto da custodire. Se racconto alla mia editor cosa è successo si arrabbierà tantissimo. Deve pensare che stia andando tutto liscio, quindi sto zitta.

Altro che Grande cantante, ho scatenato un terremoto a catena per una canzone che sembra scritta apposta per me e adesso che ci penso è pure orrenda.
Capolavoro distruttivo, cado, mi schianto e faccio arrabbiare il Capolavoro evolutivo.
Doctor Said

Doctor Said

Sono un capolavoro evolutivo

Capolavoro distruttivo

Sbaglio ancora

quindi vivo

Guardo te

l tua perfezione

Tu che non sbagli mai

tu che sei un campione

Sai sempre tutto

non sbagli mai

Tu solo sai come fare

a star lontano dai guai

Invece io no

che ci posso fare

Io cado e ricasco

ma almeno mi so rialzare

E se mi faccio male

so farmi perdonare

A furia di sbandare

imparerò a guidare

Però almeno io ho un cuore

non sono un robot

non sono un motore

Però sai che c’è?

La gente sta con me

e odia quelli come te

Quindi doctor said

Doctor said

Sono un capolavoro evolutivo

Capolavoro distruttivo

Sbaglio ancora

ma almeno vivo

Casco e mi rialzo

piango e rido

Ma poi rimbalzo

su fino in Paradiso

Capolavoro evolutivo

Capolavoro distruttivo

Ma io, capolavoro

Tu critico involutivo

 

– Anna Savini

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