Come scrivere un libro e diventare povera – Capitoli 7 e 8

Come scrivere un libro e diventare povera – Capitoli 7 e 8

CAPITOLO 7

IL RAGAZZO DI SCORTA E LA FIDANZATA DEL TERRIBILE

 

Adesso io non riesco tanto a spiegare questa cosa, o forse sì, perché l’insonnia fa brutti scherzi. Fatto sta che ho sviluppato una dipendenza da messaggi del Terribile. Non è che tra noi intercorra una corrispondenza da fidanzati, fatta di «buonanotte», «buongiorno», «ti penso», «mi manchi». No, altrimenti si capirebbe la dipendenza. Gli avrò mandato 5-6 whatsapp in tutto, giusto per sapere se era ancora vivo o era stato fatto fuori dalla Grande Organizzazione.

In realtà ha cambiato Paese e lavoro, e si è anche fidanzato, tutto in un baleno, ma il fatto che lui a volte non risponda, mi ha fatto venire la sindrome da Defunto amore. In questi momento, per esempio, sono in piena crisi.

Tengo il telefono tra due dita e lo agito come fosse una fialetta. «Dai messaggio, arriva», niente. Scuoto il cellulare vicino all’orecchio. Allora? Sta risposta? Niente. Lo faccio ondeggiare nell’aria come gli accendini ai concerti (almeno credo, perché io a un concerto non sono mai stata). Magari non c’è campo. Magari il sistema non lo scarica. Agito ancora. Niente. Spengo. Riaccendo. Ancora silenzio.

Il Terribile non risponde. Più non risponde, più mi fa venire in mente il Defunto amore. La dipendenza è presto spiegata. C’entra sempre lui. Stanotte ho sognato che mi trattava male. Pure in sogno la realtà. Ma anche un sogno premonitore.

Stamattina, dopo un secolo che non lo vedevo, l’ho incrociato a una rotonda. Lui arrivava da sinistra, io da destra. Se ci fossimo dati appuntamento non saremmo stati così sincronizzati. Io ho sbarrato gli occhi e ho sorriso come se avessi appena visto apparire la Madonna. Lui ha fatto una smorfia di disprezzo, come se gli avesse dato fastidio avermi incontrata, non come se, aveva proprio la faccia di uno che avrebbe preferito cadere in un crepaccio piuttosto che trovarmi sul suo cammino.

Il mio sorriso è sparito di colpo, sostituito subito da un’espressione mortificata, e mi è venuta addosso una tristezza che ho preferito non pensarci per non stare troppo male. Per questo prima ho mandato un messaggio al Terribile, per fare finta che mi importi qualcosa di lui, come quando gli attori devono immedesimarsi in una parte. Però, da quando l’ho spedito, sono passate tre ore e dovrei averlo già dato per disperso. Invece sono qui che aspetto.

Oh, ecco, è arrivato un Whatsapp.

Ah, è il Terribile. Ha risposto. E’ un suo messaggio. No, anzi, non è un messaggio solo.

Sono messaggi a raffica. Mi sta raccontando della sua fidanzata, cioè ex fidanzata, insomma la ragazza di cui è innamorato, ma non ricambiato.

La Terribile l’ha appena lasciato. Mi sta spiegando tutta la storia e il telefono continua a fare beep.

-Ti scrivo a getto

-Sto piangendo, da 2 giorni.

-E sono al lavoro.

-E’ finita, dopo esser appena cominciata, la mia storia con Sherazan.

-Non so cosa dire

-Colpo di fulmine

-Una cosa forte dentro le viscere

-Mai provato prima

-Amica di un amico in comune

– Venne a trovarmi

-Bisessuale

-Libertaria

– e libertina

– che ha lavorato in un centro di accoglienza

– E ora lavora in un villaggio di profughi

– Tutte cose che a me non piacciono

– Ma che mi piacevano di lei

– eravamo felici

– poi è tornato il suo ex

– ha scelto lui

– perché le faceva pena

– Io avrei fatto di tutto per lei

– Non so perché

– alla fine l’avrò vista 5 volte

– Ma cazzo

– Io avrei messo la mia vita in gioco per la prima volta in vita mia

– ci siamo detti cose forti

– e poi tutto è cambiato

– in due giorni

– se dovesse tornare io non ci sarò

– perché le cose vanno vissute al momento opportuno

– mi fa una rabbia questa cosa

Sono stordita. Il Terribile ha sempre queste storie complicatissime, non so se se le inventa. Non so neanche cosa dirgli. Di sicuro con me il metodo Stanislavskij non funziona. Adesso che ha mi ha scritto, non mi interessa più niente di lui.

Rispondo solo per cortesia: «Vedrai che torna». Poi metto il telefono in borsa perché non ho voglia di leggere il seguito, tanto sappiamo già tutti che lei tornerà.

Comunque a me questa ragazza piace. Ha sistemato il Terribile in due mosse. Ha spodestato tutte le sue ex. «Così si fa», come dice l’amica bionda alla mora che se ne va con Richard Gere, nel finale di Ufficiale e gentiluomo. Cosi avrei dovuto fare, altro che star lì a aspettarlo come un cagnolino, però bisogna essere capaci.

Il punto è che tutti professano la fedeltà assoluta, in realtà bisognerebbe avere sempre un ragazzo di scorta. Tanto gli uomini ce l’hanno sempre, una donna di scorta. Io vorrei imparare da loro. Ma non ci riesco.

È anche vero che dopo essere stata mandata al diavolo dal Defunto amore per ben tre volte al telefono, più una dal vivo, faccio un po’ fatica a pensare che lui fosse perfetto per me. Però, almeno in partenza, sembrava che lo fosse.

Intanto stava calmo, mentre io mi agito sempre per tutto. E poi prendeva la vita alla leggera, mentre io faccio tragedie per ogni cosa. Forse volevo essere come lui, non so. O forse volevo essere come una delle donne meravigliose che aveva appeso dietro alla sua scrivania. Pensavo che si sarebbe innamorato di una così, invece si è innamorato di me e in automatico io mi sono trasformata in una bellezza da calendario Pirelli.

Fatto sta che quando è apparso, mi sono trovata catapultata nel Paese delle meraviglio tipo Alice. Oddio, in realtà a disturbare il viaggio c’erano i mostri, le streghe e pure la Regina che urlava «Tagliatele la testa», ma io non ci facevo tanto caso. A me non interessava quello che c’era intorno.

A me interessava solo quello che vedevo allo specchio. Ero bellissima. Lui mi faceva diventare bellissima. E io facevo diventare bello lui. Era già bello di suo, ma quando era con me gli veniva una luce negli occhi speciale. E allora pensavo che anche io ero speciale.

Poi, d’accordo, lui aveva questo vizio di andarsene spegnendo la luce, così io soffrivo e diventavo brutta. E lui, invece, restava bello. Ma fa niente. Io sapevo che prima o poi la luce sarebbe tornata. Non avrei mai pensato che, in questa Storia infinita, avrebbe davvero vinto il Nulla. Ma così è stato. Un giorno ha spento la luce per l’eternità e io ho perso la mia bellezza per sempre.

Ci mancava solo l’insonnia. Se questo libro non si sbriga a uscire mi sgretolerò come Dorian Gray. «Sei stremata – dice mia mamma appena mi vede -. Vai a riposare». «Ma cosa dici? Se mi sono appena alzata. E’ solo che dormo male per colpa del libro. Dormirò bene quando uscirà».

«E quante notti mancano ancora?», chiede lei.

«Non lo so». L’ho già detto che non conto niente.

Sparo un 24 a caso, tanto se sono 23 o 27 la mia bellezza è comunque in pericolo. E la mia sanità mentale pure.

 

CAPITOLO 8

IL LIETO FINE AL POSTO GIUSTO E IL BEL FRANCESE AL MOMENTO SBAGLIATO

 

 

I film più belli del mondo sono quelli in cui lui si innamora di lei, lei di lui, tu ti innamori di lui e ti immedesimi in lei, loro si amano e vivono per sempre felici e contenti. Tu esci dal cinema estasiata pensando che succederà anche a te. Invece a te non succede.

I film brutti sono quelli in cui loro si innamorano, lei muore. Lui muore. Oppure lui la lascia, lei lo lascia. Tu pensi che la vita faccia schifo e ti viene la depressione perché rispecchia la realtà. Tipo Johnny Deep in Arrivederci professore dove aspetti tutto il tempo di scoprire che la diagnosi è sbagliata e invece è vera e alla fine lui muore. Ma che intrattenimento del cavolo è?

Sono film, almeno quelli dovrebbero finire bene no? L’ha detto Orson Welles: «Il lieto fine dipende da dove interrompi la storia». E allora interrompila al posto giusto sta storia del cavolo. La fine è importante no?

Per esempio La La Land, per me, è un film orrendo, anche se ha vinto un sacco di Oscar. Sarebbe magnifico se finisse un po’ prima. Invece finisce un po’ dopo. Se avessi saputo che negli ultimi minuti lei non sta con lui, ma con l’altro, sarei uscita dalla sala un po’ prima della fine.

Ecco, il Defunto amore ha fatto così. Si è alzato ed è uscito dalla sala un po’ prima per evitare di vedere una fine che non gli piaceva. Solo che l’ha fatto tipo 50 o 60 volte e io speravo che la volta dopo la fine cambiasse. Solo gli altri sapevano già in partenza come sarebbe andata a finire.

E infatti dicevano tutti: «Dimenticatelo». Ma così continuavano a parlarmi di lui e come facevo a dimenticarmelo? E comunque io volevo solo parlare con lui, non di lui, come mi costringevano a fare in continuazione.

«Te l’ho già detto mille volte, devi levartelo dalla testa», ha sbottato un giorno un mio amico.

«No, ma stai attenta – si è allarmato un collega -, perché se lo togli, non so se ti rimane ancora qualcosa nel cervello».

La sua fidanzata, capendo che aveva espresso un concetto equivoco, ha cercato di salvare la situazione: «Anna, tu hai una storia che ti fa stare qui (e ha indicato un punto altissimo) o qui (e ha indicato un punto bassissimo) devi imparare a rimetterti sempre qui (e ha indicato un posto nel mezzo)».

E qui siamo al punto. La mia amica Alessandra, che fa la coach mentale, dice che nessuno ti può insultare se non hai già dentro di te il giudizio.

«Mi spiego meglio – mi ha chiarito una volta -. Se un estraneo arriva e ti dà dell’assassina, tu gli ridi in faccia o gli dici «ma come ti permetti?», perché è un’offesa che non ti appartiene. Ma se io ti dico: «Secondo me il Defunto amore non ti amava abbastanza perché non te lo meritavi», tu vai in crisi perché qualche dubbio ce l’hai. Quindi è il tuo giudizio che ti condiziona, non quello degli altri».

Tipo le mie amiche che continuano a dire che sono grasse, mentre non lo sono, o tipo quando ne hai da parte una alta e ti senti bassa. Non è che lei è alta, è che il tuo giudizio ti schiaccia. Uguale con il Defunto amore. Forse pensavo fosse giusto che mi amasse un po’ sì e un po’, ma qualunque cosa dessi l’impressione di pensare, era solo una grande bugia. Io volevo che mi amasse alla pari, e basta.

Ovviamente tutti questi bei ragionamenti inutili e deleteri li sto facendo alle tre di notte perché non ho neanche l’anticamera del sonno.

Se vado avanti a non dormire in questo modo diventerò cento chili. L’ansia fa ingrassare. Sento che sto lievitando come Violetta nella Fabbrica di cioccolato: diventerò un enorme mirtillo e per spostarmi mi faranno rotolare. Qualcuno mi ha già visto così, a dire la verità e ha anche le prove.

Ho incontrato quel qualcuno per strada stamattina e mi ha fatto venire in mente quando ero (quasi) come una statua di Botero. In realtà la Testimone, che non mi vedeva da una vita, ha detto solo: «Anna come sei in forma!», ma il tono sorpreso con cui l’ha detto mi ha riportato indietro al tempo in cui non lo ero. Ed è stato come sentirsi di nuovo il peso addosso.

Allora, lo dirò una volta sola, e una volta sola soltanto, e poi questo capitolo si autodistruggerà e io fingerò di non sapere di cosa si parla, se qualcuno me ne chiederà conto.

Ci fu un tempo, un tempo lontano, in cui io ero un po’ Botero. Per inciso, io non ho niente contro i Botero, li adoro, però avrei preferito essere sottile come un ritratto di Modigliani, anche se mi piace molto di meno. In realtà ci fu anche un tempo in cui ero più sottile di qualunque cosa, ma poi ho capito che non diventavo lo stesso una ballerina di Monet e quindi ho lasciato perdere.

Comunque, la Testimone aveva due gemelli di 9 anni e un bambino di 4, cercava una ragazza alla pari per la sua casa a Cap Ferrat. Io pensavo che ragazza alla pari volesse dire vai, ti svegli, fai colazione, vai al mare, vai in piscina, pranzi, vai in piscina, vai al mare, arriva sera, guardi la tv, ceni e vai a letto. Invece voleva dire vai, ti svegli, apparecchi, prepari la colazione in veranda, sparecchi, fai i letti, pulisci  i bagni, ramazzi intorno alla piscina, fai fare i compiti ai gemelli, i gemelli non vogliono fare i compiti, apparecchi per il pranzo, sparecchi, lavi i piatti, vai in piscina a riposarti, i gemelli ti saltano addosso per giocare e non ti vogliono fare nuotare, esci dalla piscina, stai all’ombra, apparecchi, prepari la cena, sparecchi, lavi i piatti, metti a posto, metti i bambini a letto, vai a letto e il giorno dopo ricominci. Nel mezzo mangi gli avanzi dei bambini per consolarti.

E insomma, cioccolato dopo cioccolato, sotto il sole di luglio, ho iniziato a lievitare. E dopo quattro settimane così, stavo lievitando come Violetta.

Quando i ragazzi, durante una gita, sono franati sulle mie scarpe rosa nuove, sporcandole tutte di terra, ho pensato che non ero fatta per mettere in ordine la vita degli altri. Dovevo tornare a casa dalla zia Elena, che era la mia Mary Poppins, e lasciare che al mio disordine ci pensasse lei.

La Testimone deve aver capito che volevo scappare perché, per convincermi a restare, mi ha portato in una reggia, da un principe. Cioè in realtà era la casa dove lei aveva fatto la ragazza alla pari da lui quando era piccolo, ma quando è apparso sulla porta a salutarla ho pensato che doveva essere un principe per forza.

Era tipo Armie Hammer, una bellezza vitaminica superiore. Viveva in una villa da riviste di arredamento, a picco sul mare, illuminata da sole, Le pareti erano di vetro e nei saloni c’erano divani bianchi sufficienti per ospitare un battaglione di ospiti.

Io volevo fermarmi lì, a vivere per sempre intendo, o almeno a fare il bagno nella sua piscina a sfioro (che in realtà erano tre, una sopra l’altra). Però non avevo portato il costume e comunque, anche se l’avessi avuto, per nuotare avrei dovuto guardare l’acqua. Invece io guardavo solo lui, Fabrice, il bel francese, con gli occhi azzurri come il cielo e i denti più bianchi del mondo.

Mentre io, imbambolata, lo fissavo a bocca aperta, i bambini giocavano, urlavano, rischiavano di ammazzarsi, insomma facevano i bambini. Ma io non avevo voglia di curarli, li sorvegliavo con la testa girata verso di lui, anche se pensavo che non si sarebbe mai fidanzato con una Barbie Botero. Ma se tu non ti ritieni abbastanza interessante per essere guardata da un ragazzo 10 e lode, perché mai lui dovrebbe degnarti di uno sguardo? Ora lo so, ma all’epoca non conoscevo ancora la mia amica Alessandra. E infatti così è andata. Io l’ho fissato, lui mi ha ignorato, i bambini hanno dato il peggio di sé, la Testimone si è stufata e ce ne siamo andati prima del previsto.

Sono sicura che se l’avessi baciato, avrei smesso di mangiare il cioccolato. Invece ho aumentato la dose e sono tornata a casa bianca, grassa e infelice. Il grasso se ne è andato con le diete delle nonne, ma io non mi sono mai dimenticata quel momento e tanto meno il Bel francese. Non so se è il pensiero di come sarebbe stato baciarlo o quello del cioccolato, ma sento che mi si chiudono gli occhi. Buon segno, vuole dire che finalmente mi sto addormentando. Cosi magari, almeno in sogno, cambio la fine di un po’ cose.

 

– Anna Savini

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