Come scrivere un libro e diventare povera – Capitoli 3 e 4

Come scrivere un libro e diventare povera – Capitoli 3 e 4

CAPITOLO 3
SE UNO NON TI SOPPORTA
NON CHIAMARLO. MAI

 

Non sono pronta per la popolarità, non in questo stato. Ho sempre pensato che se pubblichi un libro, oltretutto con una major come sto facendo io adesso, diventi in automatico una scrittrice di best seller.
Cosi poi vai sulle copertine di tutti i giornali, parlano di te ai Tg, vai da Fazio, a Porta a Porta, dalla d’Urso, dalla De Filippi e alle Iene.
Poi traducono il libro in inglese, arriva Hollywood, fa un film sulla tua storia, e a Hollywood ci vai a vivere tu. Penso funzioni così, sennò un libro cosa lo scrivi a fare?
Ah sì va beh, per salvare l’umanità e per vincere un Pulitzer, un Nobel, lo Strega, qualcosa. Ma io preferisco la casa a Miami alla gloria, e comunque l’umanità la salvo tutti i giorni, anche senza libro, perché sono empatica, e la gente mi sta a cuore come il pianeta sta a cuore a Greta Thunberg.

A proposito, secondo mia mamma dovrei pensare a cosa dirò nelle interviste, qualcosa di intelligente magari, che voglio l’inizio della pace (e la fine della fame) nel mondo, queste cose da Miss, per esempio.
Ma io preferirei venire bene in foto, come Nima Benati, tipo una Dea greca, tipo tutta il contrario di me. Mi accontenterei anche di essere fotografata da lei, trasforma qualunque modella in una pin up, con me dovrebbe lavorare un po’ di più, certo, ma non ho dubbi sul risultato, perché lei è davvero molto brava.

Con la faccia che ho adesso, però, non uscirei bene in foto neanche con la maschera di V come Vendetta sulla faccia. Sembro Natalie Portman, nell’Ultimo inquisitore, sì, quando viene torturata, esatto.
È vero che le truccatrici fanno i miracoli, ma se dormissi potrei essere di grande aiuto. Ma come faccio? È come sapere che arriverà il terremoto. Come posso rilassarmi se so che mi crollerà tutto addosso? Non ci riesco. Sono isterica.
In realtà ho anche un altro motivo per essere nervosa, anche se fingo di ignorarlo, perché mi fa troppo male.

Allora, stamattina ero distrutta dallo stress e ho pensato che, visto che non posso dire niente alle mie amiche, magari sarebbe stato di grande aiuto telefonare al Defunto amore. Sì, lo so che lui non aveva nessuna intenzione di sentirmi, visto che non mi parla da un anno, anche due. Però ha sempre sognato di fidanzarsi con una Grande Scrittrice, adesso io sto diventando una Grande Scrittrice, quindi è come se fossi una persona nuova. Questo volevo dirgli.

Era un piano perfetto, così perfetto che appena ha capito che ero io mi ha detto una cosa terribile, tre volte, una cosa tipo “traitor traitor traitor, three times traitor” che è l’unica frase che mi ricordo di letteratura inglese e rende bene la drammaticità di quello che è successo. Però non ha detto proprio così, diciamo che mi ha mandato al diavolo tre volte. Neanche al diavolo, in un altro posto più specifico, ma non ho voglia di dire dove perché verba volant, ma scripta manent. Perciò, se non lo scrivo, passerà. Un trauma può ferirti solo se ammetti che sia successo, ma se non lo ammetti, come ho intenzione di fare io, non è successo. Quindi, se non è successo, non sto male e posso dormire. Almeno credo perché quelle parole continuano a rimbombarmi in testa.

Non funziona, lo sapevo. Sono ancora sveglia. Questa insonnia mi farà diventare pazza come l’Uomo senza sonno. Anzi ora che ci penso ho dimenticato di mettere Christian Bale nei ringraziamenti finali. Io adoro i film, mi fanno star bene, per quello ho ringraziato attori e registi, ma è ovvio che non potevo ricordarmi di tutti. E comunque ho capito che, per dormire, non funziona neanche contare gli attori al posto delle pecore. Dio che ragionamenti idioti, alle tre di notte poi.

Dai Anna dormi. Niente. Mi alzo. Accendo la TV e c’è American Hustle, così non dormo più del tutto. È il mio film preferito. È pieno di vestiti bellissimi e ogni volta che lo vedo mi domando come mai non ho ancora comprato gli occhiali di Jennifer Lawrence, non so neanche di chi sono, di Tom Ford forse.
Spengo la tv. Torno a letto e fisso il buio. Non so quanto tempo passi ancora prima che le palpebre smettano di stare spalancate come in Arancia Meccanica e mi addormenti. Forse riesco ancora a fare un pisolino prima di svegliarmi.

 

 

CAPITOLO 4
Il TERRIBILE, MATRIX
E I PIANI SCOMBINATI

 

 

Per vendicarmi di essere stata trattata così male, ho preso un appuntamento alla cieca, con il Terribile. Più che un appuntamento alla cieca è un appuntamento che ci vede benissimo perché il Terribile è molto alto, molto spallato e con molti ricci neri, tipo Francesco Renga. Però sorride molto meno, anzi incute timore, per quello lo chiamo il Terribile perché sembra uscito da Trecento, il film sugli Spartani.

Lo so che il Defunto amore non è una mosca e, anche se vedesse quello che faccio, non gli importerebbe niente. Ma mi basta sapere che, se gli interessassi ancora, gli verrebbe il nervoso se sapesse che ho un appuntamento con un ragazzo così. In realtà non è proprio un appuntamento, è che il Terribile deve raccontarmi gli scandali della Grande Organizzazione, ma ho pensato che, mentre parla, posso sempre fare come “Bionde a Beverly Hills”, ascoltare poco e fantasticare sul suo naso, o suoi denti o sulle sue labbra, cioè le cose che si fanno ai primi appuntamenti. Però prima devo alzarmi dal letto.

E non è così facile, infatti stavo pensando, ma la morte non potrebbe essere cosi, che al mattino stai a letto con il telecomando, guardi film (belli) e mangi cose buone (che ti fanno diventare bella, alta, ricca e intelligente)?
No, ovvio, perchè se no moriremmo tutti volentieri e al mondo non ci sarebbe più nessuno vivo, però era per dire che io, adesso, davvero non ce la faccio a alzarmi. Sono stremata, mi sembra di essere appena andata a letto.

Ho avuto pure gli incubi stanotte. A parte che ho sempre pensato che l’inizio delle giornate andrebbe spostato avanti di un’ora, anche due, tipo che chiunque si sveglia alle 9 e si inizia a ragionare da quell’ora in poi.
Ma ogni volta che ho un’idea per migliorare il mondo, non mi ascolta mai nessuno, come quando volevo che rimettessero il diretto Milano Nizza perché serviva a me per andare a trovare la mia amica a Cap Ferrat. L’hanno tolto perché andava cosi bene che lo prendevano tutti, «anche quelli che andavano a Ventimiglia», mi ha detto la signora allo sportello della stazione, che a me andava benissimo ma a quelli dei treni no. Se è per quello ho chiesto a Apple, in tutte le lingue, di fare un I-phone con i tasti e la chiusura a conchiglia come il vecchio Nokia, così lo compro anch’io. Ovviamente il diretto non l’hanno rimesso e Apple non mi risponde in nessuna lingua, così io sono l’unica senza I phone (per protesta).

Il Defunto amore diceva sempre che ragiono troppo. Non è colpa mia. È del sistema inserito in testa, tipo Matrix, con il quale sono nata. Non so se me l’hanno caricata i miei, il mondo oppure sono stata io. Ma ho sempre sentito il peso delle aspettative.

Tipo: crescere, prendere il diploma, laurearmi, fare sport, possibilmente essere la migliore nello sport, studiare, possibilmente essere la migliore di tutte le scuole del mondo, conquistare una medaglia d’oro alle Olimpiadi, vincere Wimbledon e il grande slam. Diventare medico, avvocato, trovare un posto di lavoro prestigioso. E poi possibilmente sposarmi, fare figli, carriera, diventare ricca, diventare nonna, trasferirmi al caldo. E poi, soprattutto, la parte peggiore, divertirmi e essere sempre felice. Una condanna. Ovvio che saltando un passaggio, o anche tutti, sono andata in crisi.

Quando è arrivato il Defunto amore, poi, non c’era una sola casella al suo posto. Si va beh qualcuna sì, ma nel complesso ero una ragazza al di sotto delle mie aspettative, tra le ultime file, con il sogno di essere nelle prime. io no
per esempio, io non so saltare in alto, non so saltare in lungo, non so saltare all’indietro. Insomma non so proprio saltare. Capisco che potrei vivere benissimo lo stesso, invece è una cosa che mi ha provocato un sacco di traumi, oltre a un 4 in ginnastica al liceo e la sofferenza di non poter fare i balletti di Flashdance ogni volta che lo rivedo in tv.

Così, mentre ero tutta impegnata a vedere che gli altri realizzavano i miei sogni e io no, è arrivato il Defunto amore e io ho pensato di aver trovato la soluzione: non dovevo più pensare più a nient’altro che a lui che, per la cronaca, non si è arrampicato alla mia finestra come Romeo. Ha solo girato intorno alla mia scrivania. Ma io sono diventata lo stesso Giulietta. La prima nell’unica fila che mi interessava, la sua. E allora, cosa mi importava se non ero una modella, un’attrice, non sapevo fare la spaccata (la ruota, la rondata, la verticale, i tuffi all’indietro) e non avevo vinto Wimbledon o il Roland Garros, lui mi amava così com’ero. E io mi lasciavo amare. Ma anche odiare. Quindi, sarà meglio che pensi a questa, di parte, e mi schiodi dal letto. Il Terribile mi aspetta e io non ho ancora neanche deciso cosa mettermi per arrivare vicina al suo metro e 90 quando lo dovrò baciare.

 

– Anna Savini

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