Junior Cally: una maschera e mille volti

Junior Cally: una maschera e mille volti

In quest’ultimo anno Junior Cally ci ha dimostrato come la tenacia e il duro lavoro possano portare alla realizzazione di un sogno. Ci Entro Dentro è uscito da cinque giorni e sta riscontrando una buona risposta da parte del pubblico. Nel disco JC è rimasto fedele a se stesso e alla parte di sé che ci ha mostrato in questi mesi, una maschera che rivela i suoi mille volti artistici. Ci Entro Dentro è la composizione di tutte le sue sfaccettature e di varie parti della sua vita. Nel disco muove diverse critiche alla scena e ai colleghi più legati all’immagine che ai contenuti, critiche che non vanno lette come dissing, ma per quelle che sono: l’espressione di un concetto e di un pensiero più ampio. Lui porta fisicamente una maschera, ma quante maschere ci sono sui volti di chi non la porta?

 

Io sono così, non porto vestiti firmati, orologi o gioielli costosi, che poi spesso e volentieri vai da un gioielliere qualsiasi, prendi in prestito qualcosa, fai la foto e la riposi. La differenza tra me e gli altri non è solo una questione di immagine o capelli colorati, io non parlo di droghe, di come sono vestito bene, del tuo stipendio in una sera, io non punto a lasciare questo messaggio come fanno in molti e questo penso sia quello che mi differenzia“.

 

Dal punto di vista musicale, com’è nata la scelta delle basi?

 

“Io ho un fratello più grande di 10 anni e grazie a lui sono entrato in contatto con determinate sonorità. Quando sono andato in studio le prime volte ho voluto trovare una via di mezzo tra le canzoni di Gigi D’Agostino, Gabry Ponte e il rap. Per me era importante che suonassero bene, non tanto nel ritornello, quanto nella strofa e dopo un po’ di esperimenti sono nati pezzi come Bulldozer e Rum che, se vogliamo, è un pezzo pop”.

 

 

Tu porti la maschera, ma hai mille volti, pensi di averli messi tutti o ne mancano ancora?

 

“Secondo me ne mancano, ma ho voluto fare un disco molto vario per far vedere che comunque non devo per forza rimanere cattivo. Io, da fan del rap italiano e di Fabri Fibra, quando ascolto il suo disco trovo di tutto dentro, dal pezzo da radio a quello dove dissa la madre. Poi a qualcuno mi affeziono di più e a qualcun’altro no, però mi piace l’idea di poter scegliere a quale brano affezionarmi. Ovviamente non mi sto paragonando a Fabri Fibra, però ho cercato di fare un disco vario e automaticamente c’è tutto di me, sensazioni ed esperienze che ho vissuto in modalità diverse”.

 

Qual è il tuo rapporto con l’immaginario fiabesco?

 

“Le streghe nascono dalla mia ragazza, perché lei legge le carte e la chiamavo strega e da lì è nato il pezzo Strega. Per quanto riguarda la parte fiabesca, ho sempre guardato su Youtube i messaggi subliminali dei cartoni animati e li ho voluti riportare sul rap crudo e cattivo come Magicabula. Mi piace mischiare le due cose perché da bambino le vedi in un modo e da grande riesci a cogliere altre sfumature e significati”.

 

 

Per quanto riguarda i featuring, perché hai scelto di non metterne neanche uno?

 

“Perché è il primo disco, sono un artista nuovo che entra a far parte del gioco vero e mi sono detto perché devo andare a leccare il culo a qualcuno per una strofa per fare più stream su Spotify? Per me è stato giusto farlo da solo, senza featuring, per poter capire fino a che punto posso arrivare. Se avessi messo tre featuring con tre artisti già affermati, quelle tracce sarebbero andate in top 50, ma non ci sarei andato io, ci sarebbero andati loro. Ad oggi sono contento perché sento di aver fatto bene e che non manca niente al disco, neanche un featuring, poi sicuramente ci saranno”.

 

Cosa volevi dire con la provocazione meglio un drogato morto che un bambino in ospedale?

 

“È una frase scomoda ma è quello che penso. Certe persone non possono scegliere che fine fanno. Un bambino con un tumore non può scegliere, un ragazzo a 20 anni può scegliere cosa fare della propria vita, mentre c’è chi a 4 anni è chiuso in un ospedale e muore. Meglio un drogato morto che un bambino in ospedale sempre, non mi pento della barra che ho scritto, se devi abusare di certe sostanze, pensaci perché la vita è bella e non va buttata”.

 

 

A quale traccia sei più legato?

“Si chiama gioia, per la storia, perché è collegata a una barra di Strega ed è quella che sento più mia, per il mio trascorso e per le persone che ho frequentato perché è come il continuo di un altro brano. Poi in realtà sono affezionato a tutte, è come se fossero 12 figli” .

 

 

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