Quando fare rap era solo un gioco

Quando fare rap era solo un gioco

Fred De Palma in una serie di Instagram stories ha ricordato come fosse fare rap nel 2009 quando ha iniziato con le gare di freestyle, le sue parole mi hanno riportato alla mente un mondo e un approccio che oggi sembrano essere spariti per sempre, come una specie in via d’estinzione:

ogni tanto ci penso, é stato figo vivere quel periodo del rap, pensare solo al freesyle, senza views, senza streaming, senza dischi d’oro o di platino. Non esistevano i soldi con il rap. Ero solo un ragazzino che voleva sfidare i grandi e dimostrare di meritarsi un palcoscenico. Chi mi conosce da sempre lo sa, e se oggi faccio quello che mi pare con la musica é perché so da dove arrivo. Le persone cambiano, gli artisti cambiano, ma quello che hai vissuto ti resta dentro per sempre“.

Leggendo le sue parole mi sono venute in mente quelle che Mondo Marcio mi aveva detto a luglio dell’anno scorso, quando abbiamo fatto un giro in mscchina insieme per parlare di musica

Fare rap era una follia. Adesso fare il rap è come fare il fashion blogger, nel senso che lo fanno tutti, è un’opportunità di lavoro, è diventato qualcosa che saresti stupido a non provare a fare. Devi provare a fare rap oggi, tutti stanno facendo soldi con il rap, perché non ci provi anche tu? Ai tempi era esattamente l’opposto, era una follia, anzi tutti quanti mi sconsigliavano di farlo, non c’è stata una persona, quando ho lasciato la scuola, che mi ha detto ‘hai qualche possibilità’, quindi figurati. Però sono contento che siano cambiate le cose, che si sia allargata un po’ la cultura“.

Anche Jack The Smoker, con il quale a settembre ho fatto una lunga chiacchierata nel parchetto del quartiere Feltre di Milano dove é cresciuto, mi aveva raccontato come si viveva il rap negli anni in cui si é approcciato a questa musica:

Non era come adesso che tutti ascoltano rap, in quegli anni potevi anche essere preso di mira se eri un ragazzo con i vestiti larghi e ascoltavi quel genere di musica, perché comunque a Pioltello, potenzialmente, c’è sempre stato un buon livello di tensione in strada, visto che la microcriminalità c’è sempre stata… il fatto di essere beccati e menati era routine ma forse questo ci ha fatti crescere meglio, non lo so. All’inizio, appena trasferito, non mi sentivo proprio a casa lì, poi è diventato il luogo in cui ho costruito tutto, in cui ho creato la mia micro crew di rapper pioltellesi, fra cui Mace e altri ragazzi che ai tempi rappavano. Erano tutti ragazzi della mia età che amavano il rap, ma eravamo una minoranza incredibile, eravamo gli unici che ascoltavano rap, ci beccavamo in piazza, facevamo freestyle.

Nella mia crew c’erano alcuni, come me, più schierati pro New York e altri più verso la West Coast, ripensarci adesso mi fa ridere, ma all’epoca era un tema attuale tanto che poi ha portato a conseguenze nefaste in America, però noi la vivevamo in maniera un po’ pacchiana. La cosa figa era che, essendo una minoranza e vivendo l’hip hop in maniera ingenua, abbiamo fatto le cose in modo spassionato perché non pensavamo a tutto quello che poi è venuto dopo, come l’idea di fare i soldi, o di fare live, o di lavorare con la tua passione. Era una cosa che, mentre la facevamo, dicevamo ho 20 anni e ora mi devo guadagnare due soldi, ‘sta cosa del rap è bella, però è una perdita di tempo, la mentalità era quella.

Non c’era neanche cultura sul genere, ci sono stati episodi estemporanei, come gli Articolo 31, i Sottotono, ma non era rap, nel senso che non era visto come rap dalla gente, era un prodotto come tanti che suonava rap, poi era rap al 100%, ma non era percepito dal grande pubblico come una cosa a sé stante perché nessuno ci capiva molto. Questo mio modo di vedere il rap e di viverlo in quegli anni si riflette tanto sul mio modo di farlo, per me è sempre stata una cosa minoritaria, cioè non necessariamente rivolta al grande pubblico e secondo me anche nelle cose che faccio adesso si nota che spesso io voglio dire delle cose che magari non sono comunicative emotivamente, sono giochi di parole, però a volte lo faccio proprio per il fatto che mi piace farlo anche se non porta da nessuna parte, perché io mi diverto a fare gli incastri esattamente come mi divertivo da ragazzino a fare freestyle con gli amici. Ho mantenuto tanto questo gusto di fare il rap perché mi diverto a farlo, finché e fin quando mi divertirò a farlo, perché è molto diversa la scena attuale e bisogna capire se ci sarà ancora spazio per la mia musica… insomma, io ho sempre fatto le cose come mi andava e questa è una conseguenza di come sono cresciuto“.

Era un modo di vivere la musica e la cultura completamente diverso. Lo si faceva per passione, per gioco, in modo spensierato, senza pensare ai soldi, alle visualizzazioni, ai followers.

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