Drefgold “questa è la prima vera Golden Age”. Ma Vaffanculo va!

Drefgold “questa è la prima vera Golden Age”. Ma Vaffanculo va!

Secondo Drefgold, ospite a Say Waad, questo è, senza alcun dubbio, il periodo più florido economicamente parlando per gli artisti hip hop e la prima vera Golden Age in Italia.

Ci risiamo. A cadenza regolare arriva il cretino di turno che si riempie la bocca con la parola Golden Age. Secondo Drefgold il tutto è dovuto dal fatto che il rap oggi sia riconosciuto come un genere musicale forte, ascoltato, seguito e dignitoso e che negli anni ’90, invece, fosse per lo più una cultura sommessa che veniva per lo più schifata. E già qui casca l’asino. Intanto stiamo appunto parlando di genere musicale e cultura, due cose troppo diverse per essere acumunate. Nei ’90 c’era la cultura e il rap era una delle discipline dell’hip hop, si viveva la cultura a 360°, si faceva rap, si disegnava sui muri, si stava in cerchio intorno ai breaker, si ascoltavano i dj scratchare per il piacere di farlo, era un gioco, ma anche uno stile di vita che si respirava costantemente. Le persone stavano insieme e condividevano gli stessi ideali, lo stesso amore e la stessa passione. Dov’è la cultura hip hop oggi? Nei racconti dei vecchi, nei libri e nei commenti sui social di quelli che denigrano il nuovo perchè nostalgici. Oggi si fa rap con lo scopo di diventare ricchi e famosi, ci si improvvisa grafici perchè non si sa rappare. E si parla ancora di Golden Age? Questa sarebbe la prima vera Golden Age del rap italiano? Ma vaffanculo va!

Ci siamo dimenticati degli anni ’90, dell’eterna lotta tra l’underground e il mainstream che ha portato al periodo buio dei primi anni 2000? Ci siamo dimenticati di come la scena in quegli anni si sia distrutta dall’interno causando la dipartita di parecchi nomi storici? Il mainstream e l’underground hanno avuto lo stesso peso nella crescita di questa cultura e genere musicale. Non saremmo qui se non ci fossero stati artisti di entrambe le parti. E dobbiamo cancellare il passato solo perchè un ragazzetto miracolato arrivato dal nulla dice “questa è la vera Golden Age”?

History repating. Facciamo un salto nel 2012, a quando Michele Wad Caporosso aveva parlato delle stesse identiche cose in un suo articolo su Rockit.

“Innanzitutto chi faceva rap negli anni 90 in Italia, oggi è una leggenda. Punto e basta. Anche il più scarso. Perché l’albero cade se si prova a tagliare le radici. Certo è fisiologico che le generazioni successive, avendo un background più spesso e soprattutto “i racconti dei vecchi seduti attorno al fuoco”, può concentrarsi e fare due soldi. Niente di più giusto. E’ il cannibalismo transgenerazionale, le scrivevo 3 anni fa queste cose però. A parte l’esistenzialismo: il rispetto per le radici, per le origini, per i pionieri, è più importante dello stesso senso di appartenenza nell’hip hop, quindi è vitale. Chi ha messo anche solo un dito nell’hip hop questa cosa la sa, è un codice fondamentale. Questa è una premessa, per evitare equivoci.

Domanda: Il rap italiano di oggi deve, teoricamente e praticamente, molto, moltissimo, alle sue radici, a chi c’era prima?
Risposta 1: Si
(Bravo.)
Risposta 2: No.
(Non hai capito un cazzo, torna a scrivere min**iate su Facebook.) 

Leggere che chiunque, quasi tutte le più grandi inutilità del presenzialismo musicale italiano, danno la loro opinione e dicono e commentano e insultano e blablabla, mette solo negatività in circolo. Il presupposto è, e sempre sarà amici miei, hip hop is something you live. È inutile, non si cambiano i presupposti fondamentali. La storia. Le basi. L’abc. Non è come nel rock o nell’elettronica. Non ve le devo spiegare ‘ste cose, l’hip hop è una cosa che si fa, si vive.

Domanda: E’ così per te?
Risposta 1: Si
(Ok, continua a leggere.)
Risposta 2: No
(Stai a casa, baby. Se vuoi leggi ma evita di rompere le palle.) 

Quando parlo di Golden Era, che altro non è che una definizione di storia&contenuto, mi riferisco al fatto che, come è successo in tutto il mondo: «i gruppi che avevano dominato la scena musicale delle origini, i primi a pubblicare dischi, scomparvero lasciando spazio a una nuova generazione di artisti che diede avvio alla fase più creativa e impegnata nella storia di questa cultura» (dal libro nuovo di U.net). È proprio antropologico, certo ogni paese ha una sua creatività e un suo impegno, dire che questo passaggio starebbe avvenendo ora in Italia non significa denigrare il passato. Al massimo valorizzare il presente e un po’ del futuro (sempre che quattro scemi la fuori non lo distruggano, nuovamente).

Domanda: E’ questa la Golden Age del rap italiano?
Risposta 1: Si, potrebbe essere.
(Sei uno positivo ed entusiasta.)
Risposta 2: Assolutamente no.
(Non esci di casa da un bel po’ di tempo, amico.)
Risposta 3: Non rispondo a domande generiche.
(Ecco, bravo tu hai ragione più di tutti perché è solo una cazzo di definizione.) 

Fatto sta che è un momento bellissimo per il rap in Italia. Poi certo: il rap, come in tutto il mondo, è quella cosa dell’hip hop che più di tutte tende a diventare popolare. Ma è chiaro, ma che cazzo non le sapete queste cose? Persino alle maestre elementari, alle suore o agli hipster piace il rap. Ma chi c’è, come sempre, lo vedi negli eventi e sui dischi e sui muri e nei cerchi, chi non c’è interviene solo per parlar male, per dire che tra poco finirà tutto, che addirittura erano meglio gli Articolo 31 (odiatissimi dalla stessa gente che oggi li esalta e li paragona ai Club Dogo, questo è il paradosso). Boh c’è un livello di confusione là fuori che l’unica cosa reale di cui mi rendo conto è che tutti questi haters sono solo un mezzo di Klout per farti aumentare il punteggio.

Fate schifo tutti.
Chi fa fa (produce, organizza, diffonde, crea), chi parla e basta si togliesse dalle palle. Avete (voi e quelli come voi) già rovinato troppo in passato, ora non c’è bisogno che facciate niente. Tanto nessuno vi caga.

Domanda: Chi ti caga?
Risposta interiore 1: Nessuno.
(Ecco, vedi.)
Risposta interiore 2: I miei 4 friends di FB.
(Ok, nessuno.) 

Perché piaccia o no il livello stilistico del rap italiano di oggi, in generale è un periodo fantastico per chi lo fa e chi ci gravita attorno, la gente ci vive e ci fa i soldi (questo era impensabile fino a qualche anno fa). Chiaramente se sei un rapper, giovane o vecchio, e stai pensando “eh si ma io sai sono più bravo di quello perché ho le metriche e le liriche”, caro mio vale sempre la frase dell’amico americano che diceva: “if you’re hot you’re hot if you’re not you’re not”.

Comunque sono le solite paranoie post-adolescenziali di gente wannabe, alla ricerca di un momento di attenzione per dare credibilità alla propria nullafacenza, per dire alla fidanzata “guarda amore anch’io ho detto la mia nell’hip hop italiano” e per atteggiarsi a intellettualoide teorico della musica dei miei coglioni. Ma andate a cagare, tutti. L’hip hop, ma questa è la storia, cresce grazie a chi lo fa, ai rapper, ai writers, ai djs, ai bboys, ai promoter, alle radio personality, ai blogger, alla gente seria e non grazie a chi si parla addosso. È sempre stato così. Chi parla in questi giorni lo fa solo per frustrazione, animato da un profondo senso di esclusione. Non parlatemi di knowledge, perché non siamo ancora maturi abbastanza, piuttosto è la classica guerra tra sfigati. E il giornalismo rap in Italia tranne me e qualche amico mio non vale un cazzo.
Per chiudere, ho saputo che la storia in persona (cioè gli insegnamenti del passato + le buone prospettive del futuro) vorrebbe chiedere un favore a tutta la gente che ora è lì su Facebook a scrivere inutili frasi: toglietevi dalle palle, subito.

Domanda: Ve lo chiede la storia. Vuoi fare questo favore alla storia?
Risposta 1: Si
(Grazie, in futuro ci ricorderemo di questo tuo gesto.)”

Siamo nel 2018 e le parole scritte da Wad sei anni fa risuonano più attuali che mai. Di cosa stiamo parlando? Certo, il nuovo che denigra il vecchio c’è sempre stato, fin dagli albori del rap in America, ma un conto è denigrare, un altro è sputare sul passato, sugli artisti del passato che sono intoccabili per aver fatto la storia di questo genere musicale e dire che questa è la vera Golden Age del rap italiano, come se tutto quello che c’è stato prima non sia mai esistito, come se il rap sia nato oggi nel 2018 in Italia. Tutti che parlano di rap, di cultura e non hanno neanche la minima idea di cosa sia. Non conoscono neanche un pezzo dei Sangue Misto o di Neffa, non conoscono i Cor Veleno, ma visto che fa figo venerare Primo, allora tutti lo venerano. Stiamo parlando del nulla mischiato col niente. Di persone che per il potere conferito loro da una tastiera e una connessione a internet scrivono la qualunque. Di un ragazzino che non sa rappare e che è lì grazie al successo di Sfera Ebbasta e si permette di sputare sentenze sulla scena attuale e sul passato. Stiamo facendo di nuovo a gara tra buoni e cattivi, tra chi è hip hop e chi non lo è. Essere hip hop non è un’etichetta che ti puoi mettere addosso, è uno stile di vita, una mentalità, una cultura, una cosa che senti dentro e che vivi tutti i giorni della tua vita. Essere hip hop non è dire questa è la cera Golden Age, quello è riempirsi la bocca di cazzate. C’è differenza tra chi ha fatto la storia e chi è sulla cresta momentanea dell’onda dalla quale può cadere da un momento all’altro. Non abbiamo mai sentito dire a Bassi Maestro, ai Colle, a Neffa, ai sangue Misto, ma neanche allo stesso Fibra “noi siamo la storia, noi siamo la Golden Age del rap italiano” e allora perchè la nuova scena sente il bisogno di affermarsi con tali affermazioni? Chi è hip hop non ha bisogno di dirlo, perchè conosce, ha vissuto e ha fatto la storia. Nessuno può venirti a dire se una cosa è hip hop o meno. Non sei hip hop quando parli di hip hop, sei hip hop quando non parli di hip hop.

Egreen, un dei veterani del rap italiano, ospite ieri a Hip Hop Tv ha toccato l’argomento insieme a Wad.

Avere memoria storica non significa essere retrogradi. E’ giusto mantenere una certa identità con il rispetto verso il passato, ma guardare non a domani, ma a dopodomani. Gli estremismi fanno male in ogni sfumatura.

 

 

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