Le donne del rap in un mondo di uomini

Le donne del rap in un mondo di uomini

Devi essere per forza un uomo per fare rap o scrivere di rap? A quanto pare, sì. Nell’immaginario comune il rap è una cosa da uomini. Già, quando scrivevo per Hano, gestendo anche il loro profilo Instagram mi imbattevo in numerosi messaggi di persone che mi chiamavano bro, ma ci stava, visto che il sito è gestito da due ragazzi e da parecchi anni. Aprendo Rebel e mettendoci la faccia, pensavo fosse chiaro a tutti che dietro ci fosse una donna e in vece no. Eccoli arrivare, puntuali come un orologio svizzero, numerosi messaggi di persone che si rivolgono a me al maschile e mi chiamano bro.

Ma è così difficile pensare che una donna possa parlare di rap e magari anche saperne? Vi dico una cosa, facevo parte di un gruppo in cui ero l’unica donna, ma ero l’unica ad avere le palle in tutto quello che dicevo e scrivevo. Avete mai letto su un magazine gestito da un uomo o su un articolo scritto da un uomo qualcosa che andasse anche solo minimamente contro corrente? Io no, a parte i vecchi articoli di Wad. E questo non per fare la finta femminista che non sono, ma perchè noi donne abbiamo quella schiettezza e cattiveria, passatemi il termine, che ci permette di arrivare al punto senza troppi giri di parole.

Questa mancata considerazione delle donne nel rap game è anche dettata dal fatto che non abbiamo rapper donne forti in Italia. Vuoi perchè è un suono che non abbiamo nel DNA, vuoi perchè le donne quando rappano imitano gli uomini, si mascolinizzano, non portano femminilità , nè nei testi, nè nei movimenti, sembrano caricature dei colleghi dell’altro sesso. Priestess ci sta provando e a mio avviso è davvero forte, anche se vorrei vederla vestita in modo più femminile sul palco, la stessa Mc Nill, oggi ospite a Hip Hop Tv, è molto brava nel flow, ma sembra un uomo fatto e finito.

In America non è così e lo è sempre stato fin dall’inizio. Queen Latifah ha giocato un ruolo di fondamentale importanza nella storia del rap. Il suo album di debutto ‘All Hail the Queen’ del 1989 è considerato uno dei migliori dischi rap di tutti i tempi. Lei è stata inoltre soprannominata “lady of rap” per la sua eleganza, lontana dagli stereotipi sessisti del genere e per i temi politicamente consapevoli e femministi delle sue canzoni.

Le donne sono presenti sulla scena dagli albori dell’hip hop e nonostante il mondo rap resti un “boys club”, la presenza femminile non si è mai fatta scoraggiare da una musica comunemente associata senza motivo a testi misogini e a una glorificazione del cameratismo maschile. Fin dai primi giorni dell’hip hop, le donne hanno sempre avuto un ruolo importante e molto diverso da quello delle eye candy o agitatrici di culi dei video musicali. In fondo è per il party di una ragazza, Cindy Campbell, che è nato tutto ed è grazie all’intuizione di una donna, Sylvia Robinson, che il rap, un fenomeno di strada, ha trovato le via della discografia. E fu lei a mettere per prima sotto contratto Grandmaster Flash, uno dei padri fondatori della cultura hip hop. E fu sempre una donna, Monica Lynch, presidente della Tommy Boy Records, ad ingaggiare Afrika Bambaata. Non solo, la Def Jam, una delle etichette più importanti della storia, è stata diretta da una donna. Il primo disco rap inciso da una donna uscì nel 1979, lei è Lady B, una dj radiofonica e la canzone di debutto ‘To the Beat Y’all’.

Il primo gruppo hip hop a volersi avvalere di una donna sono stati i Fuonky Four che dopo l’ingresso di Sha Rock hanno cambiato il proprio nome in Funky Four Plus One. Già dalla fine degli anni ’70/inizio ’80 le donne sono state presenti nel rap, sia da soliste, sia come crew. Questa è solo storia, ma in Italia è molto diverso.

Le donne, nella musica in Italia, sono relegate al pop, non abbiamo mai avuto una storia anche solo minimamente paragonabile a quella americana, è difficile trovare una donna che sappia fare rap restando donna. Essendoci così pochi casi, sia come background che come presente, è entrata nella testa la convinzione che il rap sia un mondo prettamente maschile. Di conseguenza, nell’immaginario comune, i manager, i giornalisti, i blogger di settore sono uomini. Eppure noi abbiamo Paola Zukar, una donna con due palle tante che ha portato Fibra in major quando i suoi colleghi (uomini) le remavano contro e ha aperto le porte al mainstream e a tutti i rapper che sono venuti dopo. Ecco, se Fibra è entrato in Universal, seguito da Marracash e da tutti gli altri fino ai giorni nostri in diverse case discografiche, il merito è di una donna. Assurdo vero? Le donne non capiscono di rap? Non è di certo questo il caso, Paola conosce il rap e la storia di questo genere musicale molto bene, è una giornalista, nonchè la manager dal giorno zero di Fabri Fibra, Marracash e Clementino.

Forse resta insito nella testa il pensiero che il rap sia come il calcio, mondi esclusivamente maschili, ma la storia insegna che il ruolo della donna nel rap è stato fondamentale fin dall’inizio.

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