La prima autointervista. Sei folle? Sì

La prima autointervista. Sei folle? Sì

Ho intervistato tantissime persone in quest’ultimo anno e mezzo, rapper, dj, produttori, amici, sportivi, artisti e continuo a farlo settimana dopo settimana sul Magazine di Dolly Noire. Qui su Rebel faccio poche interviste e per lo più mirate perchè ho già espresso abbondantemente quello che penso in merito e quello che si cela dietro questo genere di articoli. Oggi mi è balenata la folle idea di auto intervistarmi. Ho pensato che nessuno mi ha mai intervistata e del resto a chi gliene frega di leggere un’intervista su di me che non sono nessuno? A nessuno appunto. E quindi ecco spiegato il motivo per il quale non sono mai stata intervistata, non che mi interessi, però ho pensato che nessuno si è mai autointervistato. Forse perchè è una cosa folle e stupida per folli e stupidi, è un po’ come darsi il 5 altissimo da soli. Ma dico questo è il mio magazine, creato da me e chi mi vieta di autointervistarmi? Nessuno. D’altronde sono a casa mia e faccio quello che voglio. Quindi eccomi qui.

Ciao Valeria, come e quando hai iniziato ad ascoltare rap?

“Più o meno all’età di 8 anni, ricordo che all’epoca ascoltavo per lo più Cristina D’Avena, correva l’anno ’89 ed era uscita la cassetta di Jovanotti, ‘La mia moto‘, me la sono fatta regalare dai miei e da lì non ho più smesso. Da ragazzina, essendo cresciuta nella Milano bene, sancarlina doc, ascoltavo il rap di nascosto perchè tra i sancarlini questo genere musicale era tutt’altro che in voga, a parte qualche pezzo commerciale dei Sottotono, Articolo 31 e Gemelli Diversi. La svolta sono stati Fibra e i Club Dogo, all’epoca Uomini di Mare e Sacre Scuole: ascoltavo quella musica, che non passavano in radio, nè su MTV, dovevo andare alle Messaggerie Musicali a comprarmi i dischi e i singoli e soprattutto a comprare Aelle. Ma loro mi parlavano come nessuno aveva mai fatto e soprattutto negli anni dopo, dopo aver consumato i Sangue Misto, i Colle, Bassi, ma anche tanto Eminem, mi ritrovavo in tutto quello che cantavano i Dogo, nel loro modo di parlare e descrivere la nostra Milano e vedevo che tutto quello che dicevano era assolutamente reale”.

Quando hai iniziato a scrivere di rap?

“E’ successo per caso più di un anno fa. Ho sempre lavorato nella moda, ma ascoltato e frequentato il rap. Scrivevo per un magazine di moda e un giorno ho scritto un articolo su rap e moda, l’ho proposto ad Hano.it a cui è subito piaciuto e così ho iniziato a scrivere per loro. E’ stato un anno intenso e molto figo, ho conosciuto tantissime persone, che mi rispettavano e riconoscevano il mio lavoro, alcuni pensavano addirittura che fossi io Hano anche se non era così. Gli ultimi mesi sono stati devastanti, liti continue, insulti e ho iniziato a non condividere il loro modus operandi. Non ero d’accordo con il far pagare cifre esagerate ad artisti emergenti per pubblicare i loro video sul sito, non condividevo la pratica del copia incolla dei comunicati stampa e delle notizie, non mi sentivo nè appagata nè al mio posto. Avevo portato tanto in quella realtà, amici, conoscenze, collaborazioni, articoli, contenuti, rubriche e l’avevo fatto gratis. Non esiste una redazione e nessuno viene pagato, lo sapevo quando ho accettato di scrivere per loro e mi andava bene ma sono arrivata al punto che ho pensato chi me lo fa fare di sbattermi così? Gratis per gratis faccio per me. E così è stato, ho lasciato quel nome importante nel rap game per camminare da sola con le mie gambe”.

Qual è l’idea che sta dietro a REBEL?

Dire la verità senza compromessi. Raccontare quello che nessuno ha il coraggio di dire, smascherare certi meccanismi, andare contro il sistema dei favori tra management e magazine, creare un punto di rottura, parlare di quello che conta di più, ovvero la musica senza osannare i suoi protagonisti perchè va fatto. Mi rendo conto che sono folle a fare tutto questo e che lo sto facendo da sola e che prima o poi dovrò pagare il conto per le cose che scrivo e che svelo, ma credo che, soprattutto oggi che il rap è seguito da ragazzi molto giovani, bisogna dire la verità e che la verità paga sempre nel lungo periodo. Racconto cose scomode che in molti sanno ma che nessuno ha il coraggio di dire perchè non si fa e non conviene, perchè è più comodo copiare e incollare i comunicati stampa, leccare il culo agli artisti e scrivere che sono tutti belli, buoni e bravi anche quando non è vero piuttosto che mettersi lì giorno dopo giorno e creare contenuti, scrivere, provare a fare informazione e distinguersi dalla massa. Questo è quello che sto provando a fare, perchè è l’unica cosa in cui credo”.

Qual è il tuo rapper preferito?

“Pagherei oro per andare di nuovo a un concerto dei Dogo. Non ho un preferito ma sicuramente in vetta alla mia classifica ci sono Fibra, Marracash e Salmo. Apprezzo molto Achille Lauro che trovo geniale artisticamente e una persona stupenda e la nuova scena romana Quentin40, Junior Cally e Decrow. Per il resto ascolto le canzoni, mi piace il rap ma non i rapper. Non venero nessun artista nè nazionale nè internazionale, amo la musica e basta. Sono riuscita a scindere il rap dai rapper e ad amare solo la musica, sono pochi quelli che apprezzo anche umanamente e dei quei pochi, quando scrivo di loro, mi rendo conto di non riuscire ad essere obiettiva”.

Com’è andata con Nerone?

“Quella vicenda è stata epica. Il tutto è partito dall’articolo che avevo scritto sul concerto di Lazza ai Magazzini Generali di Milano in cui avevo sottolineato che nel momento del freestyle con Ensi e Nerone quest’ultimo mi era sembrato fuori forma. La sera sono stata contattata dal manager di Lazza e da Lazza stesso che mi chiedevano di togliere quell’infamata a Nerone, Lazza non voleva che in un articolo su un suo concerto si parlasse male di un suo ospite. Io ho subito pensato che esprimere un’opinione su una performance non è nè parlare male nè tanto meno infamare un’artista, ma a seguito delle continue richieste di Lazza, ho deciso di togliere quella frase per il quieto vivere visto che all’epoca scrivevo per un magazine non mio. Errore che sicuramente ora non rifarei. A fine anno feci un articolo sempre su Hano in cui raccontavo i migliori e peggiori concerti del 2017, ho scritto che Rkomi live è stato pessimo, che Sfera non mi era sembrato a suo agio sul palco e che Nerone in due occasioni l’avevo visto fuori forma. Le due occasioni erano nella fattispecie il famoso concerto di Lazza e una diretta a Radio Deejay dov’ero stata invitata e dove lui era ospite insieme a Vegas Jones. Ora, immaginate Vegas che rappa live Yankee Candle e poi Nerone che fa la sua strofa di Papparapa. Vegas ha spaccato tutto, lui sinceramente arrancava con il fiato e siccome non riesco a non dire quello che penso e scendere a compromessi, l’ho scritto. Apriti cielo e non l’avessi mai fatto. Nerone mi ha dedicato il post Facebook più penoso della storia, andandoci giù talmente pesante che è stato segnalato da così tante persone da bloccargli il profilo per qualche giorno. Da questa storia ho imparato che quando tocchi i rapper non esiste libertà di espressione e scrittura”.

Qual è la cosa peggiore del rap game?

“Sicuramente le Major che cercano di manipolare gli artisti, i baratti dietro l’assegnazione dei dischi d’oro e di platino, i social dati in mano ad artisti che non sanno gestirli (vedi Lowlow) e la disinformazione dei magazine di settore”.

Cosa significa per te essere ribelle?

“La vera ribellione oggi sta nell’essere se stessi, nel non omologarsi e nel non aver paura di esprimere la propria opinione”.

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